BS Febbraio
2025

DON BOSCO NEL MONDO

Marco Borraccino - Responsabile Comunicazione Fondazione DON BOSCO NEL MONDO

I GIOVANI CAMBIANO, noi con loro

Jean Paul Muller, Consigliere Economo Generale della Congregazione Salesiana, riflette con noi su Giubileo e sfide globali, nuove generazioni e ruolo della missione salesiana oggi.
La Fondazione DON BOSCO NEL MONDO ha attraversato una fase di grande rinnovamento delle attività. Possiamo riassumere questo percorso in tre parole chiave?

“Vicinanza, Valutazione e Spiritualità.

Vicinanza ai nostri sostenitori, cui è connessa l’idea di integrarli nella nostra missione. Sostenitori sono non soltanto i donatori, ma anche quanti si interessano all’opera di don Bosco. Oggi, rispetto a un po’ di tempo fa, i sostenitori sono più informati su che cosa facciamo e su come valutiamo ciò che facciamo.

E questa è la seconda: Valutazione. Qual è l’effetto del denaro che abbiamo ricevuto e trasferito in un progetto? Significa indagare non soltanto quanti giovani ricevono formazione, ma anche in che modo poi cambiano la società da adulti.

La terza è Spiritualità, condivisa tra noi e i nostri benefattori. A volte vediamo la Chiesa invecchiata, debole. Invece, laddove noi siamo con tutti questi giovani, abbiamo una Chiesa vivace, vibrante, e questo ci aiuta anche nella vita spirituale. Ci dà un’idea della presenza di Dio in questo mondo”.

Un fattore di rigenerazione per tutte le istituzioni salesiane è la professionalizzazione degli uffici.
È un indirizzo che proseguirà?

“Sì, senz’altro. Dal 2012 abbiamo installato questi uffici di sviluppo in quasi tutte le nostre strutture. Ciò vuol dire avere più professionalità nella valutazione. Facciamo le cose che ha voluto don Bosco? Ci sono altri con cui possiamo cooperare? In tutte le nostre ispettorie, oggi, ci sono due o tre esperti per analizzare le necessità dei giovani in quella specifica società.

Un’altra cosa che abbiamo installato e che deve andare avanti è il capacity building: formare quelli che lavorano con noi e a cui manca l’aggiornamento quotidiano. I giovani cambiano e occorre capire i nuovi bisogni e le nuove sfide”.

Pandemia, guerre, crisi economiche.
Quali obiettivi deve porsi la Fondazione in tempi di crescente emergenza?

“Non c’è un mese dove non abbiamo un’emergenza. Ma come salesiani il nostro ruolo non è solo aiutare nell’emergenza, ma anche fare di più per la prevenzione. Questo significa non aspettare che venga un’inondazione, ma fare prevenzione già nelle costruzioni. E non possiamo farlo da soli: ci servono esperti.

Dove sono le guerre, la nostra prevenzione comincia a scuola: educare i giovani a riconoscere che ciascuno ha diritto di vivere su questa terra, che siamo tutti uguali, cittadini di questo mondo come dice papa Francesco.

Infine, dobbiamo portare i problemi là dove la politica decide: a Bruxelles presso l’Ue, a New York presso l’onu, a Ginevra per i diritti umani”.

Il 2025 è l’anno del Giubileo della Speranza. Qual è il messaggio di speranza della Congregazione Salesiana?

“I nostri missionari sono sempre stati ambasciatori di speranza, gioia, ed entusiasmo. E le cose che ho letto fino adesso sul Giubileo sono incentrate sulla speranza così come la intendeva don Bosco: riguardano i giovani, che hanno la buona volontà e che non accettano la diseguaglianza, né l’ingiustizia.

Inoltre, se apriamo gli occhi, vediamo già che in questo mondo dove c’è Chiesa, la vita è diversa; anche se attorno c’è povertà, o guerra, c’è più speranza rispetto ad altri posti dove non c’è Chiesa. Allora dove la speranza esiste, dobbiamo mostrarla.

In ultimo, essere entusiasti del Vangelo: non avere paura di parlare del Vangelo e del valore dei nostri Sacramenti. Un Sacramento è già in sé un segno di speranza”.

In quest’anno, tra l’altro, si tiene anche il Capitolo della Congregazione Salesiana. Quale sarà la prima materia che dovrà affrontare il nuovo Consiglio Generale?

“Il titolo dato dal nostro Rettor Maggiore al Capitolo, ‘Appassionati per Gesù Cristo, dedicati ai giovani’, è per noi una prima chiave di lettura. Ma c’è anche una seconda interpretazione, inerente la forza del lavoro fatto dai Salesiani e dai laici per migliorare la missione a favore dei giovani. E qui c’è veramente il futuro.

La vita religiosa sta cambiando: in alcuni Paesi, come qui in Europa, c’è un invecchiamento della popolazione e quasi nessuna vocazione. Ma nelle opere dove si pratica la pedagogia di don Bosco ci sono sempre più vocazioni, perché i laici si rendono conto di avere un compito particolare in questo mondo. Il numero delle opere per i giovani bisognosi sta aumentando perché negli ultimi anni il bisogno è diventato ancora più grande. Ma non possiamo limitarci a copiare il modello pedagogico. Perché i giovani oggi cambiano e noi dobbiamo aiutarli come sono oggi. Il Capitolo Generale ci porterà a un grande cambio nelle strutture, necessario a rafforzare il nostro lavoro con i giovani”.

I giovani di questo periodo storico sono esposti a una rivoluzione tecnologica. Come Salesiani, in che modo possiamo prepararci a questa sfida?

“Don Bosco ci chiede di essere sempre alla punta dello sviluppo: se c’è qualcosa di nuovo nella tecnologia, i Salesiani devono conoscerla e capire come usarla.

Nei Paesi, diciamo, sviluppati, le persone sono viste dalla tecnologia come consumatori: possono essere manipolate, in un certo senso, per usarne ancora di più.

Non è sufficiente soltanto parlare della tecnologia: dobbiamo fare tutto per istruire e per accompagnare i giovani a usare, io direi così, con buon senso la tecnologia. Perché così la tecnologia può diventare uno strumento per fare buoni cittadini, aiutare le persone ad essere oneste ed essere di supporto alle reti di scambio delle idee per combattere fame e ingiustizia”.

Oltre naturalmente alle donazioni, in quale altro modo gli adulti possono contribuire alla crescita della missione salesiana nel mondo?

“In Italia vedo una forma di miracolo: tante persone legate a don Bosco che, nonostante pensioni e salari bassi, danno sempre qualcosa per aiutare i giovani. Questo io lo porto anche nella mia preghiera di ringraziamento alla Madonna. Se dovessimo fare ancora un passo in più, potremmo chiedere che gli adulti siano ancora più salesiani nel luogo dove vivono, nel senso di fare qualcosa per i giovani o essere più attenti ai loro bisogni”.

Don Bosco dice: “Sono operai che lavorano nella vigna del Signore tutti coloro che in qualche modo concorrono alla salvezza delle anime”. Oggi, quali istituzioni sostengono la missione salesiana?

“Le istituzioni devono essere più, come dire, ‘infiltrate’ dal carisma salesiano. In tanti Paesi lavoriamo bene con il governo: collaboriamo qui in Italia dove mancano operai e in altri paesi dove manca la formazione. E sono già molto contento di questo”.

Una delle grandi questioni che l’attualità pone alla vocazione sociale del mondo salesiano è la sostenibilità ambientale. Siamo pronti a fare la nostra parte in questa sfida?

“Da tempo siamo attivi su questo fronte: si tratta di proteggere l’ambiente e anche di contenere i costi. Non è un’invenzione dei Salesiani, ma del ‘Laudato sì’ di papa Francesco. Ma c’è un’altra forza enorme: sono i giovani stessi. I giovani in tutto il mondo hanno fondato la Don Bosco Green Alliance: monitorano se noi veramente proteggiamo o rispettiamo l’ambiente.

Abbiamo anche installato diversi programmi per ridurre le emissioni con i governi di Belgio, Francia, Italia, Germania. In alcuni Paesi, come ad esempio in Pakistan, utilizziamo già il fotovoltaico e il calore della terra in tutte le nostre opere, e cerchiamo di isolare le mura. In altri Paesi siamo più lenti perché manca il denaro per fare ciò che è necessario.

Ma la nostra coscienza è toccata e si muove per fare di più. Sono soprattutto i giovani a chiederci di prendere sul serio l’enciclica ‘Laudato sì’”.

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