BS Marzo
2022

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

I doni del silenzio

Inquinamento visivo e acustico, frenesia dei consumi, ritmo di vita sempre crescente… Trovare un’isola di silenzio nella nostra società troppo eccitata sembra essere diventata una missione impossibile per la maggior parte di noi.

Il vero “Tu”

Un uomo si recò da un monaco di clausura. Gli chiese: «Che cosa impari mai dalla tua vita di silenzio?».

Il monaco stava attingendo acqua da un pozzo e disse al suo visitatore: «Guarda giù nel pozzo! Che cosa vedi?».

L’uomo guardò nel pozzo. «Non vedo niente».

Dopo un po’ di tempo, in cui rimase perfettamente immobile, il monaco disse al visitatore: «Guarda ora! Che cosa vedi nel pozzo?».

L’uomo ubbidì e rispose: «Ora vedo me stesso: mi specchio nell’acqua».

Il monaco disse: «Vedi, quando io immergo il secchio, l’acqua è agitata. Ora invece l’acqua è tranquilla. È questa l’esperienza del silenzio: l’uomo vede se stesso!».

Per i monaci tacere era un mezzo importante per incontrare se stessi e, alla fine, incontrare Dio e divenire un tutt’uno con lui.

La purezza del cuore

Il silenzio viene prima del tacere. Il silenzio è uno spazio nel quale ci immergiamo. Noi tutti conosciamo questi spazi del silenzio che ci fanno bene, che sono un balsamo per l’anima. Quando sediamo in una chiesa silenziosa, abbiamo la sensazione che il silenzio ci avvolga e ci protegga. Il bosco è silenzioso. Quando passeggiamo in un bosco dove non arriva né il rumore delle auto né il rombo degli aerei, ci sentiamo bene, percepiamo l’effetto terapeutico del silenzio.

Amelia, 14 anni, scrive:

«Quando non ce la faccio più, vado a sedermi vicino a mia nonna mentre lavora a maglia… Mia nonna profuma di cipria e ha un respiro lento lento. Di tanto in tanto alza gli occhi e sorride un poco, di solito però si limita a lavorare e respirare… Beh, mi fa sentire cullata…».

Ciò che mi piace molto nell’idea di tacere è proprio che non aggiungiamo qualcosa da fare. Ci offriamo semplicemente la possibilità di dare un nuovo sguardo al mondo riscoprendolo, riconnettendoci attraverso il silenzio. Ad esempio, se cammini per strada, rimuovi le cuffie dalle orecchie, riponi il telefono lontano dagli occhi e vai a destinazione osservando l’ambiente circostante, la natura, le persone, ascolta i suoni, senti la temperatura, respira gli odori se tu sei fortunato ad essere in campagna… Vedrai che una sensazione di calma e pace interiore si farà sentire molto rapidamente. Questo è un esempio molto semplice e concreto per sperimentare il silenzio.

Come il vino deve rimanere fermo a decantare perché diventi limpido, così anche noi dobbiamo rimanere fermi nel silenzio per far decantare tutto il torbido che si è insinuato nel nostro cuore e intuire ciò che i primi monaci chiamavano «purezza del cuore».

La presenza di Dio

Per Rilke è Dio stesso che affiora in noi nel silenzio. Nel silenzio – dice il poeta – possiamo pensare a Dio stesso. Nel frastuono del vivere quotidiano Dio ci appare così estraneo che non possiamo nemmeno pensare a lui. Nel silenzio, invece, affiorano pensieri che provengono da Dio stesso. Riceviamo in dono un’immagine di Dio. E per un breve istante possiamo riconoscerlo, ma non trattenerlo. È un sorriso, che Dio provoca in noi e che ci dona la certezza che lui esiste.

Quando facciamo questa esperienza del silenzio non soltanto pensiamo a Dio, ma siamo in grado di donarlo alla vita intera, a ogni essere vivente, a ogni persona. Allora Dio è come un grazie che si diffonde su tutto. D’un tratto guardiamo il mondo con riconoscenza. Donare Dio, che intuiamo nel silenzio, è come un grazie che non riempie solo il nostro cuore ma ogni essere intorno a noi.

I primi monaci parlano dello «spazio del silenzio» dentro di noi. In noi c’è uno spazio nel quale il silenzio esiste già. È lo spazio in cui Dio dimora in noi, in cui, per dirla con le parole di Gesù, il regno di Dio è già in noi (cfr. Le 17,21).

Tacere, meditare, sedere in silenzio dinanzi a Dio aiuta a rientrare in contatto con questo spazio interno del silenzio. Talvolta giova anche raccogliersi in una chiesa silenziosa. Certe chiese sono il silenzio fatto edificio, là il silenzio respira. Raccogliendoci in quel luogo di quiete scopriamo in noi lo spazio del silenzio, ci riconosciamo tempio di Dio nel quale dimora la gloria divina.

Nel momento in cui viviamo questa esperienza, tutti i pensieri cessano e godiamo di quell’attimo. Sperimentiamo il silenzio come qualcosa che rende preziosa la nostra vita.

Lo stupore del quotidiano

La quotidianità non è soltanto una routine o un peso da sopportare. Il modo in cui la si vive dipende sempre dal punto di vista. Potremmo concepirla anche come il dono di un tesoriere che ha pronta per noi una ricchezza incommensurabile e ce la consegna se diventiamo amici. Ad arricchire la nostra vita sono le cose ovvie, quelle che non occorre spiegare. La felicità è sempre presente, sempre disponibile: il battito del nostro cuore, il canto degli uccelli, un nuovo mattino, una giornata primaverile dopo un lungo inverno, un cielo stellato, la prima passeggiata, piena di speranza, dopo una malattia, la presenza di un caro amico. Sono tutte cose di una ricchezza incommensurabile che fanno risplendere, luminosa e aurea, la nostra vita… se sappiamo vederle.

Questi sembrano veramente un mondo e un tempo sempre più infelici e impotenti e disperati. In realtà, ciò che più ci manca è proprio il rapporto con il mistero, l’apertura sull’infinito di Dio; per cui l’uomo è così solo, e insufficiente e minacciato; è la caratteristica di questa civiltà del fracasso: non si fa più silenzio, non si contempla più. Si è perso il vero valore delle cose. Nulla ha più valore.

Questo è un mondo senza misura e senza gloria, perché si è perso il dono e l’uso della contemplazione.

Ed è un tempo senza canti. Oggi non si canta, oggi si urla, si grida, appunto civiltà del frastuono. Tempo senza preghiera. Senza silenzio, e quindi senza ascolto. Più nessuno ascolta nessuno. Anche le nostre liturgie sono spesso liturgie del fracasso.

Fare silenzio vuol dire mettersi in ascolto. E questo era il più alto punto della preghiera: il cuore aperto alla confidenza di Dio.     

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