BS Settembre
2025

I RAGAZZI DI DON BOSCO

T.B.

Gli SPAZZACAMINI

Visi sporchi dal lavoro ma anime candide

Gli spazzacamini, nella Torino di don Bosco, provenivano tutti dalle valli, soprattutto dalla Val Vigezzo, chiamata oggi romanticamente la valle dei pittori. Chi ama dipingere trova in questa valle l’ispirazione necessaria, tanto sono belli i colori in ogni stagione; il paesaggio poi è incantevole e da favola, soprattutto in autunno. È una delle cento valli che disegnano il territorio dell’Ossola. Un tempo era il regno della miseria. Molti facevano i tipici lavori dei frontalieri, gli “spalloni”, erano coloro che, gerla in spalla, si recavano al lavoro nella vicina Svizzera. Il paese di Santa Maria Maggiore, poco lontano da Malesco, era il luogo dal quale partivano tanti ragazzi che facevano il lavoro degli spazzacamini. A loro, nel 1985, è stato dedicato in una piazza del pae­se, il monumento allo spazzacamino. Quando don Bosco arriva a Torino, da tre anni, in piazza San Carlo, c’era il monumento a Emanuele Filiberto. È proprio sotto questa statua che don Bosco incontra i primi spazzacamini. Quelli che avevano sette, otto anni, si esprimevano solo in dialetto, in patois, terminologia vagamente francesizzante. Conversando con loro, don Bosco venne a conoscere la loro storia. Disse un giorno: “Quanti buoni giovani ho trovato fra gli spazzacamini. Era nera la loro faccia, ma tante volte quanto bella era la loro anima”.

L’adulto capo e i piccoli spazzacamini

La stagione più propizia per il lavoro degli spazzacamini iniziava con l’inverno. Le mamme, dopo aver dato ai propri figli tre camicie di lana grezza ed un berretto, li accompagnavano dall’adulto – capo degli spazzacamini, il “couèitse”, come veniva chiamato in dialetto piemontese. Durante il lavoro, il capo-spazzacamini si impegnava a procurare 780 grammi di pane ogni giorno a ciascuno dei ragazzi. Non sempre però, il capo degli spazzacamini era una persona onesta. Il capo adulto assegnava i piccoli ragazzi ad un “capgaillo”, un altro spazzacamino adulto che coordinava il lavoro di più squadre di spazzacamini distribuiti nei diversi quartieri. Minestra e carne, i piccoli dovevano elemosinarle nelle case dove raschiavano i camini. Più il ragazzo era esile e piccolo, più era ricercato nella pulitura dei camini. Doveva entrare nel camino e con una piccola raspa scrostava la fuliggine raggrumata sulle pareti. Una volta giunto alla sommità del camino, doveva gridare per tre volte “spaciafournel”. Era la sua maniera di avvertire il capo degli spazzacamini che aveva finito il lavoro. Allora poteva ridiscendere, faccia ed abiti neri di fuliggine. Il capo adulto degli spazzacamini, che durante il lavoro delle squadre faceva il venditore ambulante, affittava uno stanzone o una soffitta dove i piccoli spazzacamini dormivano sulla paglia e passavano i giorni quando veniva loro la febbre. Le malattie professionali dei piccoli spazzacamini erano: tubercolosi, polmoniti e bronchiti. I polmoni dei piccoli si intasavano di fuliggine. Non era raro poi il caso di molti piccoli che morivano perché precipitavano di schianto dalla sommità del camino, dopo aver portato a termine il lavoro. Scrive don Bosco su di loro: “Scendevano innocenti dalle loro montagne senza alcuna malizia del mondo”.

Una lettera

Mi chiamo Thomas G. Hayworth. Oggi sono un vecchio, con i polmoni stanchi e le mani dure come corteccia. Ma un tempo ero solo un bambino, così piccolo da infilarmi in fessure dove voi non riuscireste nemmeno a inginocchiarvi. Sono stato uno spazzacamino, e poi un hurrier, un trascinatore di carbone, nelle miniere dello Yorkshire. Non scrivo per me, ma perché forse, se qualcuno leggerà queste righe, le ossa di chi non ha vissuto abbastanza per raccontare la propria infanzia potranno finalmente trovare pace.

Sono entrato nei camini a sei anni. Alcuni erano larghi appena 45 centimetri, come bare messe in piedi. Non avevamo luce, né guanti, né voce. Grattavamo la fuliggine con le unghie, mentre i mattoni ci laceravano le ginocchia e i gomiti. A volte il padrone accendeva il fuoco mentre uno di noi era ancora dentro. “Così si muovono più in fretta”, diceva. Il fumo bruciava gli occhi e la gola. Alcuni svenivano. Alcuni non si svegliavano più.

A sette anni fui mandato in miniera. Trascinavo carrelli di carbone da oltre 200 chili in gallerie alte meno di 40 centimetri, incatenato a una cintura. Andavo a carponi, con la pelle a brandelli, il sangue che mi scendeva lungo le cosce. Dietro di me, un thruster, spesso un altro bambino ancora più piccolo, spingeva con la fronte e le mani. Dal soffitto colava acqua acida che ci bruciava la pelle. Lavoravamo dalle quattro del mattino, a volte al buio, e io cantavo piano per non sentirmi solo.

Avevo compagne come Patience Kershaw, che spingeva i carrelli così forte con la testa da perdere i capelli. O Sarah Gooder, che a otto anni passava ore aprendo e chiudendo porte per far circolare l’aria nelle gallerie, da sola e senza una candela. “A volte canto, se ho luce”, disse una volta. “Ma al buio no. Al buio non mi piace.” Io le rispondevo da un’altra galleria, anche io cantando.

Molti di noi morivano prima dei 25 anni: di cancro, di asfissia, in incidenti. Alcuni venivano decapitati dalle macchine, cercando di raccogliere pezzi di carbone. Altri perdevano mani o braccia e venivano licenziati. In una fabbrica vicino a Cork, sei bambini morirono e sessanta rimasero mutilati in quattro anni. Io vidi un bambino restare impigliato in una ruota. Aveva nove anni.

I ricchi accendevano i loro camini con le nostre mani e indossavano abiti cuciti con il nostro sangue. Parlano della schiavitù come se appartenesse ad altri continenti, ma nei sotterranei delle loro città, i loro stessi figli erano incatenati. Lavoravamo per una scodella di avena annacquata e un pezzo di pane nero. Dormivamo in trenta in una stanza, tra i topi, e chi rubava il cibo dei maiali, come feci io una notte, veniva frustato e marchiato.

Se un bambino fuggiva, lo ritrovavano, gli mettevano i ceppi alle caviglie e lo riportavano al lavoro. Eravamo “apprendisti poveri”, venduti dalle case di accoglienza per togliersi un’altra bocca da sfamare. Robert Blincoe, il vero Oliver Twist, fu uno di noi. Gli accendevano il fuoco sotto i piedi per farlo salire più in fretta nei camini. L’ho visto una volta. Non parlava. Aveva lo sguardo di chi ha smesso di sperare.

Mia madre morì di fame. Mio padre, un soldato, non tornò più. Quando non avevamo nulla da mangiare, raccoglievamo ghiande e le bollivamo. Una volta, con il mio primo salario, la donna che mi aveva accolto a Leeds prese in mano le monete, le guardò a lungo e disse: “Posso comprare il pane. Pane vero.”

Ora siedo accanto a un camino spento. Lo guardo come si guarda un vecchio nemico. I camini di Londra, Parigi, Boston… sono ancora lì. Testimoni dei nostri corpi piccoli, delle nostre voci spezzate. Alcuni non sputano più fumo, ma conservano ancora l’eco dei nostri nomi.

Se mai vi troverete in una casa antica, toccate il camino. Forse sentirete ancora il battito di un bambino come me, che si arrampicava nel buio per scaldare un salotto dove non fu mai invitato a sedersi.

Con la fuliggine nelle ossa e amore intatto per chi non ce l’ha fatta, Thomas G. Hayworth Ultimo spazzacamino e bambino del carbone.

Londra, 3 novembre 1892.

GOMITI E GINOCCHIA

“Mi era stato proibito di lavarmi. Dopo qualche tempo acquistai una certa abilità nello scalare canne fumarie, ma ginocchia e gomiti sanguinavano senza che qualcuno provvedesse al minimo medicamento. I vestitini sporchi di fuliggine si appiccicavano alla pelle e ogni movimento mi provocava forti dolori fino a farmi zoppicare. Andavo su a tentoni, con movimenti alterni, a forza di gomiti e ginocchia, puntellandomi alla canna del camino. Nessuno può immaginare cosa si prova a stare racchiusi in un buco buio, con la testa in un sacco, più il camino è stretto, più ti senti soffocare” (Da Fam, füm, frecc, il grande romanzo degli spazzacamini di B. Mazzi).

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