BS Maggio
2024

I PRIMI SALESIANI

T.B.

Giuseppe BUZZETTI

Il coadiutore caro a don Bosco che non voleva farsi salesiano.
Suo fratello Carlo è stato il capomastro della Basilica di Maria Ausiliatrice.

Un pomeriggio festivo del dicembre 1841, i due fratelli Carlo e Giovanni Buzzetti si trovavano nella chiesa torinese di San Francesco, e durante la predica sonnecchiavano sui gradini della balaustrata di un altare laterale. Don Bosco, che passava di là, li avvicinò, scosse Carlo e gli chiese sommessamente: «Perché dormite?»

«Perché non capiamo un accidente della predica…» rispose l’interrogato con uno sbadiglio. «Quel predicatore non parla per noi…» dichiarò Giovanni con una smorfia.

«Venite con me!» concluse il giovane prete. E li accompagnò verso l’attigua sacrestia, dove li sottopose a un amorevole interrogatorio, per meglio conoscere le loro condizioni.

Erano due dei tanti ragazzi che accorrevano a Torino per fare da manovali ai muratori in attesa di miglior fortuna. Con una decina di amici formarono il primo gruppetto dei ragazzi di don Bosco che continuarono ad incontrarsi per un piacevole “catechismo” nell’oratorio (cioè nella cappella) di sant’Omobono, attigua alla sacrestia.

L’anno dopo, ai due fratelli Buzzetti si unì l’undicenne Giuseppe.

L’anima dell’Oratorio

Ebbe la sorte di incontrare presto don Bosco dal quale rimase talmente affascinato, che interveniva assiduo alle sue radunanze festive durante il periodo dell’Oratorio ambulante. Continuò così fino al 1847, quando, invitato dal Santo, intraprese con tre compagni gli studi per diventare prete; ma la Provvidenza dispose altrimenti.

La Congregazione era nata. Don Bosco ne provò una grande gioia. Ma credo che in quel giorno una ruga di malinconia gli rimase in fondo all’anima: tra i diciassette che avevano accettato non c’era il suo carissimo Giuseppe Buzzetti.

Maneggiando una pistola (per difendere gli oggetti esposti nella prima lotteria) aveva subito un incidente grave: avevano dovuto amputargli il dito indice della mano sinistra. Questo, a quel tempo, era considerato un impedimento serio a diventare sacerdote. L’incidente, «unito all’umiltà» osserva don Lemoyne, aveva persuaso Buzzetti a rinunciare all’abito chiericale.

Ma dedicava ogni ora della sua giornata al «suo» don Bosco e all’oratorio. Teneva la manutenzione della casa – elenca don Lemoyne –, assisteva in refettorio, apparecchiava le tavole, provvedeva alle pulizie, faceva scuola di catechismo, teneva l’amministrazione e provvedeva alla spedizione delle Letture Cattoliche. Diresse anche la scuola di canto fino al 1860, quando la cedette a Giovanni Cagliero. «Con la sua mente perspicace e l’attività pronta era l’anima di tutte le lotterie, andava in cerca di lavoro per i laboratori, ordinava il pane e provvedeva alle compere».

Sentiva l’oratorio come carne della sua carne. Quando era crollato l’edificio quasi terminato, aveva esaminato con pignoleria le fatture. Aveva trovato ordinazioni di materiale scadente, e aveva investito l’impresario con parole pesanti. Don Bosco stesso aveva dovuto calmarlo: «Dobbiamo avere pazienza. Vedrai che il Signore ci aiuterà».

«Sì, sì, ci aiuterà! Ma intanto lei veglia, lavora giorno e notte per avere qualche centinaio di lire, e questi qui gliene rubano migliaia in un momento. Bisognerebbe dar loro una lezione decisa».

«Lasciamo andare. Se la meritano, gliela darà il Signore».

Buzzetti (continua Lemoyne da cui abbiamo preso il dialogo) faceva la guardia a don Bosco, accompagnandolo quando si temeva qualche pericolo, gli andava incontro alla sera. La sua figura vigorosa, la foltissima barba rossa tolsero a parecchi malintenzionati la voglia di attaccare il prete di Valdocco.

I suoi fratelli muratori (Carlo era diventato un ottimo capomastro) parecchie volte gli dissero: «Se non ti vuoi far prete, cosa ci stai a fare all’oratorio? Se morisse don Bosco, senza nessun mestiere in mano, come te la caveresti?»

E lui: «Don Bosco mi ha garantito che anche dopo la sua morte, per me ci sarà sempre un pezzo di pane. Per me va bene così».

Eppure questo giovane uomo (nel 1859 aveva 27 anni) che avrebbe dato per don Bosco la vita, non se la sentiva di fare i voti, di diventare salesiano.

II primo «laico» ammesso nella Società Salesiana fu Giuseppe Rossi. Il «capitolo della Società Salesiana» si riunì per decidere la sua ammissione il 2 febbraio 1860. Con Rossi, la parola «coadiutore» fece la sua apparizione nel vocabolario della Congregazione, con il significato di «salesiano laico».

La crisi di Giuseppe Buzzetti

Il 14 maggio 1862 segnò una nuova tappa nel consolidamento della Società Salesiana. Riuniti nella solita stanzetta di don Bosco, i «confratelli», rispondendo all’invito di don Bosco, «promisero a Dio di osservare le Regole facendo voto di povertà, di castità e di obbedienza per tre anni». Erano ventidue, non compreso il fondatore.

Don Bosco, al termine, disse: «Mentre voi facevate a me questi voti, io li facevo pure a questo Crocifisso per tutta la mia vita, offrendomi in sacrificio al Signore».

Nel gruppo dei ventidue facevano parte altri due laici, tra loro molto diversi. Il primo, Giuseppe Gaia, sarebbe stato per molti anni cuoco all’oratorio. Il secondo, Federico Oreglia di S. Stefano, apparteneva all’aristocrazia torinese. Don Bosco l’aveva conquistato durante un corso di Esercizi Spirituali, facendogli chiudere un periodo di «vita avventurosa e galante». Per nove anni avrebbe reso molti servizi all’oratorio, poi sarebbe entrato tra i Gesuiti.

Una tentazione facile, negli anni che seguirono e che videro altri laici aderire alla Congregazione, era quella di considerare i non sacerdoti e chierici come «servitori» della casa, o almeno come «categoria di second’ordine».

Nacque probabilmente in questo contesto la «crisi» di Giuseppe Buzzetti. È narrata nel volume quinto delle Memorie Biografiche, da cui condensiamo.

Egli intuiva che l’antica vita patriarcale di famiglia sarebbe stata modificata dai regolamenti; vedeva a poco a poco passare in mano dei chierici la direzione della casa, le incombenze che prima erano affidate a lui. Malinconia e scoraggiamento lo decisero a partire. Si trovò un posto in Torino e andò a congedarsi da don Bosco. Con la solita schiettezza gli disse che ormai stava diventando l’ultima ruota del carro, che doveva obbedire a quelli che aveva visto arrivare bambini, a cui aveva insegnato a soffiarsi il naso. Manifestò la sua grande tristezza nel dover partire da quella casa che aveva visto venir su dai giorni della tettoia.

Don Bosco non gli disse: «Mi lasci solo. Come farò senza di te?». Non compianse se stesso. Pensò a lui, al suo amico più caro: «Hai già trovato un posto? Ti daranno una paga buona? Non hai denaro, e certamente te ne occorrerà per le prime spese». Aprì i cassetti della scrivania: «Tu li conosci meglio di me questi cassetti. Prendi tutto quello che ti occorre, e se non basta dimmi ciò di cui hai bisogno e te lo procurerò. Non voglio, Giuseppe, che debba patire qualche privazione per me». Poi lo guardò con quell’amore che solo lui aveva per i suoi ragazzi: «Ci siamo sempre voluti bene. E spero che non mi dimenticherai mai».

Allora Buzzetti scoppiò a piangere. Pianse a lungo, e disse: «No, non voglio lasciare don Bosco. Resterò sempre con lei».

Il «coadiutore» che don Bosco portava nel cuore

Fu forse questo avvenimento che stimolò don Bosco a definire meglio la figura del salesiano laico, del «coadiutore» nella Congregazione Salesiana.

31 marzo 1876. In una «buona notte» riservata agli artigiani, indicò in che cosa consisteva la vocazione del salesiano laico: «Notate che tra i soci della Congregazione non c’è distinzione alcuna; sono trattati tutti alla stessa maniera, artigiani, chierici e preti; noi ci consideriamo tutti come fratelli».

 «Fidatissimo, umile,
sempre presente nei momenti difficili e delicati, sentiva
l’oratorio come la sua famiglia, carne viva della sua vita.»

 

Molti altri «coadiutori» facevano ormai parte della Società Salesiana con mansioni svariatissime: Pelazza e Gambino erano direttori di laboratori; Marcello Rossi era portinaio; Nasi infermiere; Giuseppe Rossi amministratore; Enria factotum; Falco e Ruffato cuochi. Ma tutti «coadiuvavano il sacerdote» con responsabilità apostoliche: insegnavano catechismo, erano assistenti e educatori.

La «tentazione», di cui parlavamo poco sopra, tornò negli ultimi anni della vita di don Bosco. Nel terzo «Capitolo Generale» della Congregazione, tenuto nel 1883, qualcuno disse: «Bisogna tenere bassi i coadiutori, formare per essi una categoria distinta».

Don Bosco reagì con vivacità: «No, no, no. I confratelli coadiutori sono come tutti gli altri». E parlando nello stesso anno ai Salesiani laici affermava con forza: «Voi non dovete essere chi lavora direttamente o fatica, ma bensì chi dirige. Voi dovete essere come padroni sugli altri operai, non come servi… Questa è l’idea del coadiutore salesiano. Io ho tanto bisogno di avere molti che mi vengano ad aiutare in questo modo! Sono perciò contento che abbiate abiti adatti e puliti; che abbiate letti e celle convenienti, perché non dovete essere servi ma padroni, non sudditi ma superiori».

Pietro Braido, studioso del problema, afferma: «La figura del coadiutore (nella mente di don Bosco) non sorse di colpo come una creazione tutta nuova e originale, ma emerse gradualmente, tra oscillazioni e incertezze».

Noi osiamo affermare che forse la «figura ideale» del coadiutore che don Bosco portò in cuore per tanti anni fu quella di Giuseppe Buzzetti: fidatissimo, umile, sempre presente nei momenti difficili e delicati, che sentiva l’oratorio come la sua famiglia, carne viva della sua vita, che si sentiva realizzato perché la «sua famiglia» si realizzava, che non capiva molto di cose giuridiche ma ad ogni costo «voleva stare con don Bosco».

Eppure quest’uomo, che avrebbe dato per don Bosco la vita e che ne amava d’intenso amore l’opera, non si stimava degno di essere salesiano.

Finalmente nel 1877 si decise a far la domanda di venire ascritto alla Società, a cui apparteneva già con lo spirito, se non di nome. Don Bosco stesso volle proporre la sua domanda al Consiglio Superiore, che accolse a pieni voti il più antico dei frequentatori dell’oratorio viventi.

Nulla veramente egli ebbe da mutare nella sua maniera di vivere. Da quasi quarant’anni l’Oratorio era tutto il suo mondo, la vita dell’oratorio tutta la sua vita e la Congregazione Salesiana il suo ideale quaggiù. Dopo la morte di don Bosco visse ancora tre anni e mezzo; ma si sarebbe detto che la sua missione su questa terra era finita. Aggravatisi notevolmente gli incomodi della salute, accettò con piacere di andare a Lanzo. Passava lassù i suoi giorni in preghiera.

Una tranquillità perfetta regnava nel suo spirito, una calma inalterabile lo accompagnò sul letto del dolore fino all’ultimo giorno, il 13 luglio 1892.

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