LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
“Fu di tutta mia intelligenza la tua andata in Patagonia”
Come don Bosco sciolse il “dubbio nella mente e il gelo nel cuore” del pioniere salesiano della Patagonia.
Abbiamo dedicato gli ultimi numeri del BS alla storia dei complicati inizi dell’Opera salesiana in Patagonia. Protagonista assoluto dell’impresa fu ovviamente don Bosco, in dialogo con tre “superiori missionari” (don Bodrato, don Cagliero, don Costamagna), ma una parola ancora va spesa su un altro protagonista, don Giuseppe Fagnano. Seminarista senza seminario, garibaldino di riserva, missionario dell’ultima ora, toccò a lui assumersi la responsabilità di lanciare le missioni salesiane nella terra sognata da don Bosco, ma in buona parte ancora inesplorata.
Da Rocchetta sul Tanaro a Carmen de Patagones sul Río Negro
Seminarista quindicenne rimandato in famiglia a Rocchetta Tanaro nel 1859 per la chiusura del seminario di Asti, volitivo e generoso quale era, il giovane Fagnano si entusiasmò al movimento garibaldino. Data l’età, fu accolto come semplice chierico, volontario nel settore sanitario dei Garibaldini prima e in quello della Croce Rossa nell’esercito regolare dopo. Ma non era quella la sua vocazione: altri lidi, ben più lontani, lo attendevano che non la Sicilia ed il meridione d’Italia; ben altre ferite di popoli interi da curare che non quelle delle poche decine di soldati da lui accuditi nel seminario di Asti.
Ritornato in famiglia, si trasferì a Torino-Valdocco, dove poté continuare gli studi, farsi salesiano nel 1864 e sacerdote nel 1868. Ottimo insegnante e buon amministratore, forse un po’ incauto, non chiese di partire per le missioni anche se era disponibile a farlo. Dunque non era fra i dieci missionari prescelti e preparati per la prima spedizione del novembre 1875. Don Bosco lo inserì all’ultimo momento in sostituzione di don Bonetti, destinato direttore del primo collegio salesiano in Argentina, a San Nicolás de los Arroyos, 220 km a nord di Buenos Aires.
Fino all’aprile 1879 don Fagnano diresse appunto tale incipiente collegio. Si impegnò immediatamente ad adeguare il povero ambiente trovato ai bisogni di un normale collegio salesiano. Vi riuscì, ma agli entusiasmi del primo e secondo anno seguì un biennio difficile per il numero ridotto di studenti, per qualche incomprensione comunitaria e soprattutto per le enormi spese cui provvide con qualche improvvida speculazione e con compromissione diretta di alcuni suoi famigliari. Ammalatosi, fu trasferito a Buenos Aires per la convalescenza. Accettò, ma senza molta convinzione; successivamente avrebbe avuto a ridire sulle modalità di tale trasferimento e su quanti, a suo giudizio, ne erano stati in qualche modo responsabili.
L’anno dopo, ristabilitosi in salute, mentre attendeva l’invito a partire per fondare la prima casa salesiana in Paraguay – si vede che aveva la stoffa del pioniere – si aprirono invece per lui le porte della Patagonia. Del resto era stato lui stesso a indicare a don Bosco come punto migliore per raggiungere gli indigeni la località di Carmen de Patagones, sul Río Negro. Ricevette l’invito a recarvisi come direttore di una piccola comunità di salesiani e suore e parroco del paese. Don Fagnano accettò, ma con un angosciante “dubbio nella mente e il gelo nel cuore”.
Lettera di incoraggiamento
Che cosa era successo? Che una volta approdato sulle rive del Río Negro il 10 gennaio 1880, don Bosco gli scrisse tre lettere, con tante raccomandazioni e suggerimenti per la nuova missione. Purtroppo non giunsero a destinazione. Così pure andarono smarrite anche quelle di don Fagnano, che invece manifestava perplessità circa l’obbedienza ricevuta. Perché questo cambio repentino di destinazione, dal Paraguay alla Patagonia? Non poteva don Bosco riservare ad un altro missionario il “privilegio” di realizzare i suoi sogni? Gelosie, invidie?
Tutto dedito al lavoro per la plantatio congregationis salesianae in Patagonia, don Fagnano non visse momenti felici, finché gli giunse la lettera di don Bosco, datata 21 ottobre 1880, in risposta alla sua del 6 settembre precedente (da Carmen de Patagones a Torino una lettera impiegava non meno di un mese ad arrivare).
Don Bosco tranquillizzava don Fagnano circa la decisione di affidare a lui la responsabilità di avviare le missioni salesiane in Patagonia. Era stata una sua scelta libera, ben ponderata in seno al Capitolo Superiore, fondata solamente sulle doti umane e spirituali del missionario, senza che fosse presente alcun dubbio e sfiducia sulla sua persona: “Al secondo quesito ti dirò che fu di tutta mia intelligenza la tua andata in Patagonia. Dovevi recarti nel Paraguay secondo il desiderio del S. Padre, ma urgendo inviare uno di assoluta confidenza e capace di sbrigarsi dagli affari, ma sicuro nella moralità, il Capitolo Superiore non poté fare altra scelta fuori della reverenda, ma sempre cara tua persona. Né dubbio né sfiducia od altro ci ebbero parte. Tu dirai: Ma D. Costamagna? D. Costamagna per motivi che è inutile il dirli, non poteva essere mandato”. A don Costamagna infatti a Torino si pensava di affidare l’ispettoria come in effetti si fece poco dopo.
Infine don Bosco lo rassicurava circa il prossimo invio di missionari in suo aiuto e circa il mantenimento della corrispondenza, chiedendogli di non compromettersi economicamente con i suoi parenti in Argentina.
Non ci voleva altro per spronare don Fagnano. Da quel momento consacrerà tutto se stesso per 36 anni alle missioni patagoniche e nella Terra del Fuoco, fino alla morte, che lo colse, Prefetto Apostolico e ispettore salesiano, a Santiago del Cile nel 1916. In trent’anni di assiduo lavoro, in mezzo a difficoltà di ogni genere, ha cercato di salvare le poche migliaia di indios che ancora sopravvivevano all’avanzare della “civiltà”. Non ci riuscì ma ebbe il merito di tentarci. Quanto al resto, con le opere salesiane ha semplicemente cambiato lo skyline di località della Patagonia meridionale e della Terra del Fuoco.
















