I FIORETTI DI DON BOSCO
B.F.
FAME!
Giovanni Bosco era partito per Chieri a 16 anni. Tutto quello che possedeva erano un sacco di farina di granoturco, gli zoccoli di legno, una volontà di ferro e un sogno.
Il 3 novembre 1831, incominciò la sesta classe. Dovette farsi coraggio. I suoi compagni di classe erano molto più piccoli e giovani di lui. Per fortuna, l’insegnante della classe prese in simpatia quel ragazzone dai modi campagnoli e lo aiutò.
Giovanni aveva un’intelligenza acuta e una memoria formidabile. Appena i professori se ne accorsero, dopo pochi mesi lo passarono alla quinta e poi alla quarta classe. Qui il professore era un certo Cima severo e anche brutale. Giovanni ricorda bene il primo impatto: «Al vedersi comparire in scuola, a metà anno, un alunno grande e grosso come lui, disse beffardo: “Costui o è una grossa talpa o un grande ingegno”».
I compagni lo chiamavano perfidamente “Il bovaro dei Becchi”.
Per vestirsi, procacciarsi la maggior parte del nutrimento e provvedersi quanto occorreva per la scuola, doveva contentarsi delle esigue retribuzioni, colle quali non da tutti i suoi allievi erano corrisposte le sue ripetizioni, e di quel poco che gli recava sua madre. E la buona Margherita, quando non poteva portare niente al figlio, si raccomandava a brave persone benefiche per aver qualche prestito o sussidi in grano o altro. Giovanni, rassegnandosi allegramente al volere di Dio, digiunava non solo in Quaresima.
Un giorno di vacanza, aveva pensato di fare una colazione quale forse da tempo non aveva gustata. Gli regalarono una discreta quantità di fichi e andò a comprarsi una grossa pagnotta. Mentre tornava a casa, s’imbatté in un crocchio di compagni, che giuocavano alle bocce sulla piazza di S. Antonio, e si fermò a vedere. Intanto, senza accorgersene, incominciò a sbocconcellare quel pane, e distratto dal gioco e da altri pensieri, finì per consumarlo tutto. Cessato il giuoco, si ricordò che a casa lo aspettavano i fichi; ma voltosi per andare, si meravigliò di non aver più il suo pane. Cerca di qua, cerca di là; ne chiede ai compagni; sospetta che, per fargli una burla, glielo abbiano nascosto. Uno risponde: «Io non ho visto il tuo pane». L’altro: «Io non l’ho preso». Finalmente salta su un ultimo: «Ma che cosa cerchi? se te lo sei mangiato tutto! Ho visto io con questi miei occhi, meravigliato che potessi insaccare una quantità così grossa di pane». Giovanni allora persuaso si mise a ridere, non se n’era proprio accorto mentre mangiava.
Era infatti voce comune tra i compagni che Bosco non potesse avere abbastanza nutrimento. La minestra del signor Pianta non bastava certo a calmare l’appetito robusto del diciottenne Giovanni Bosco. In quegli anni patì sovente la fame. Un giovanotto suo amico, Giuseppe Blanchard, molte volte se ne accorgeva, e andava da sua madre (venditrice di frutta) a riempirsi le tasche di mele o di castagne. La brava donna vedeva, e faceva finta di non vedere. Più di una volta, a tavola, Giuseppe spopolò la fruttiera per la stessa ragione. Suo fratello Leandro un giorno levò la voce: «Tu mamma non vedi mai niente. Giuseppe ti porta via la frutta a chili, e tu non te n’accorgi nemmeno».
«Me ne accorgo benissimo» rispose la donna. «Ma so dove la porta. Quel Giovanni è un bravo ragazzo, e la fame è una cosa brutta alla sua età».

















