DON BOSCO NEL MONDO

ANTONIO LABIANCA

Etiopia Il silenzio degli innocenti

“C’è la fame e la popolazione soffre molto”.
È questo l’appello telegrafico che i salesiani della regione del Tigray in Etiopia hanno lanciato all’inizio dell’anno. La causa di questo dramma sta in una guerra iniziata il 4 novembre del 2020 e che, dichiarata conclusa il 28 dello stesso mese, non è ancora del tutto sopita e porta conseguenze di gravità estrema, tanto da prefigurare una nuova crisi umanitaria in questa frazione del Corno d’Africa e nei territori vicini.

Come lui, l’intera congregazione in Etiopia, nata dai missionari e ora composta in grande maggioranza da Etiopi, ha scelto la vicinanza alla popolazione più povera come espressione del carisma di don Bosco. I ragazzi che frequentano le scuole, quelli assistiti sul piano alimentare, quelli accolti dalla strada sono l’aggancio per operare strategicamente con le famiglie. Anche in questa emergenza sono queste le destinatarie dei soccorsi alimentari che distribuiscono i salesiani: per cerchi concentrici, iniziando dalle più vicine (3800 nuclei), in questi mesi sono arrivati ad assistere decine di migliaia di persone, consegnando il cibo casa per casa per evitare assembramenti e per garantire che arrivi a chi ha più bisogno.on Alfredo Roca cammina con qualche incertezza a causa dei dolori alle gambe che iniziano a ricordargli di aver compiuto 87 anni. È arrivato in Etiopia dall’Europa quando ne aveva 53, ed ha vissuto l’intero arco delle vicende politiche che hanno disegnato la storia del Paese, dalla caduta del dittatore Menghistu Hailé Mariàm nel 1991 all’avvento del presidente Abiy Ahmed nel 2018. Don Roca giunse ad Adigrat, nel Tigray, dove sviluppò le opere tradizionali salesiane avviate nel 1975 dai primi missionari: “L’educazione dei giovani e la promozione sociale vanno di pari passo. Noi salesiani non possiamo tenere un seminario solo per noi. Dobbiamo dedicarci a tutti quelli che sono qui fuori” fu il suo manifesto operativo.

La città di Adwa si trova in questo momento all’epicentro dell’emergenza. Qui i salesiani lavorano con le Figlie di Maria Ausiliatrice e con le Missionarie della Carità per produrre oltre 2500 pagnotte al giorno destinate agli sfollati, dei quali si è riusciti a fare un censimento sommario a fine marzo: sono oltre 100mila, distribuiti in cinque centri. Sono in maggioranza donne, fra cui 18 000 bambini e 1500 adulti sopra i 60 anni. Provengono da villaggi lontani come Setit Humera, Kafta Humera, Mereb, Segede Woreda, a testimoniare l’estensione della follia che si è riversata sul Tigray. L’ospedale Kidane Mehret delle Figlie di Maria Ausiliatrice è l’unico che sia rimasto operativo nel Tigray dopo che gli altri quattro statali sono stati messi fuori uso.

I conflitti fra le 80 diverse etnie che compongono la popolazione dell’Etiopia – che si stima superiore a 110 milioni di individui (mancano dati aggiornati) – sono un fenomeno che dura dalla caduta del Negus. La competizione maggiore è fra gli Amhara (che costituiscono il 27%) e i Tigrini (6,08%): una minoranza, questa, qualificata sia sul piano culturale ed economico-politico sia sul piano politico-militare: fu protagonista del rovescio del regime dittatoriale e ha retto il governo nazionale fino al 2018.

 

Al termine delle operazioni belliche
si contavano fra i civili più di 50mila uccisi
e oltre 3 milioni di sfollati. Fame, sete, igiene precaria, malattie hanno aggiunto migliaia
di vittime e costretto gli abitanti di interi villaggi
alla migrazione interna e verso il Sudan. 

Ad Addis Abeba i salesiani avvertivano da tempo quanto odio covasse sotto un’apparente stabilizzazione della Repubblica Federale Democratica. Il neo presidente Abiy Ahmed Ali era riuscito a sottoscrivere la fine del conflitto armato ultratrentennale con l’Eritrea, e la collettività internazionale aveva dato una patente di speranza assegnandogli il Premio Nobel per la Pace. Già due anni fa in una visita di Missioni Don Bosco, l’allora superiore della Visitatoria abba Gebretsadik Estifanos Gebremeskel esprimeva con terrore la possibilità che esplodessero guerre fratricide. La mina vagante erano gli oltre 2 milioni di migranti interni a causa dei continui assalti ai villaggi da parte di appartenenti a etnie distinte, portati allo stremo dalla riduzione delle risorse alimentari. I cambiamenti climatici da un lato e le tensioni politiche fra il governo della capitale e le amministrazioni regionali dall’altro avevano innescato un vortice sempre meno controllabile.

La scorsa estate si sono aggiunti l’assalto delle locuste, provenienti dallo Yemen in tutto il Corno d’Africa, che ha distrutto interi raccolti, e la diffusione del Covid-19, di fronte al quale si è mostrata la debolezza del sistema sanitario soprattutto nei territori lontani dalla capitale.

Proprio la situazione determinata dalla pandemia ha portato il governo di Addis Abeba a rinviare alla data del 5 giugno 2021 le elezioni legislative e regionali previste nel 2020, generando una forte reazione dell’opposizione e dei governi locali. Nel Tigray si è ricompattato il Fronte di Liberazione, che ha chiamato al voto i residenti per mostrare i muscoli al presidente Abiy Ahmed Ali. Questi ha dichiarato illegali le elezioni, e le ha assimilate a un colpo di Stato: la parola è passata così alle armi. Il Fronte ha compiuto attacchi a presidi militari, scatenando la reazione dell’esercito già pronto a bloccare la regione e ad effettuare una campagna di bombardamenti.

La guerra ha colpito la popolazione con la distruzione delle case e con l’avvelenamento delle fonti d’acqua, riducendo a zero gli approvvigionamenti alimentari, il tutto secondo un piano che ha il primo sapore di una pulizia etnica. La ferocia non si è espressa solamente con i combattimenti ma anche con la metodica distruzione del tessuto economico tigrino, colpendo fabbriche e centrali di energia. Insomma una guerra impari, rapida, tesa a fiaccare alla radice l’indipendentismo del Tigray. Un’azione certo non improvvisata, simile a quella che purtroppo si è vista in altri Paesi dove i governi non hanno avuto remore a bombardare anche gli abitanti della propria nazione.

Una crisi senza fondo

La tragedia si è costruita pezzo su pezzo secondo il solito programma: accuse reciproche, violenze, svuotamento dei villaggi, aggressioni ai civili, impedimento ai soccorsi. Così l’Etiopia è caduta in una crisi umanitaria che, secondo i salesiani, riproporrà gli scenari del 1983-85, quando la carestia incrociò la guerra trentennale con l’Eritrea e la ribellione al governo centrale.

I Figli di Don Bosco hanno messo già a disposizione la loro rete di case per dare assistenza ai profughi: la Visitatoria conta oltre 100 salesiani, di cui 20 nel Tigray distribuiti fra i centri di Makalle (la prima opera in ordine di tempo), Adwa e Adigrat. “Siamo qui per l’edificazione di tante persone: anche in questo tempo difficile continuiamo a rimanere con la gente portando più aiuto e consolazione possibile” ci scrive il nuovo superiore abba Hailemariam Medhin Tesfay.

La crisi è totale: cibo, acqua, case, igiene, salute. Le suore di Adwa sottolineano che “non ci sono state vaccinazioni da quasi tre mesi, quindi si teme che presto inizieranno le epidemie”. La popolazione muore a casa, le donne partoriscono senza assistenza ostetrica.

Su tutto ha pesato e pesa tuttora la difficoltà di comunicare, sia per l’organizzazione dei soccorsi sia per far sapere all’estero che cosa sta succedendo. “L’intera regione è stata tagliata fuori da elettricità, Internet, reti mobili, approvvigionamento idrico per quasi tre interi mesi” spiega abba Lijo Vadakkan che solo a fine marzo ha potuto inviare al nostro Bollettino una prima relazione. “È stato difficile verificare le informazioni sulle presunte atrocità a causa delle restrizioni dei media e del blackout delle comunicazioni nelle aree colpite dal conflitto nella regione montuosa”.

Al Centro salesiano di Adwa dalla mattina alla sera si vede una lunga fila di persone, bambini e adulti, ricchi e poveri allo stesso modo, che chiedono cibo e acqua. Fra le tante la storia di Ashenafi, ragazzo incontrato da abba Luan, che riportiamo nel riquadro.

I segnali confusi arrivati a fine 2020 si sono progressivamente trasformati in relazioni precise e programmi di azione dei Figli e delle Figlie di Don Bosco in Etiopia. Anche il vis, la ong legata ai salesiani in Italia, si è resa operativa con la sua rete già attiva in varie località dell’Etiopia. Il coadiutore Cesare Bullo sdb, responsabile dei progetti di sviluppo nel Paese, sta convertendo tutte le risorse disponibili in interventi di emergenza, che devono considerare non solo la raccolta di cibo e medicinali ma anche le modalità di trasporto in sicurezza fino al cuore del Tigray e nei villaggi dispersi. Non è nuovo alle emergenze, e con lui l’operazione si trova in mani sicure: ha già fatto affluire acqua, farine, miscele e biscotti, abiti, saponi. L’approvvigionamento è molto scarso nella regione poiché i trasporti sono praticamente nulli.

Riemerso dal silenzio forzato che aveva preoccupato i confratelli e i sostenitori dall’Europa, don Roca come gli altri salesiani operanti nel Tigray dà segnali di speranza, pensando ai suoi orfani: “Non vedo l’ora di riunire i bambini adottati a distanza e le loro famiglie per darvi buone notizie. Grazie per tutto il vostro aiuto”.          

LA STORIA DI ASHENAFI (NOME FITTIZIO) È STRAZIANTE

Era uno dei tanti ragazzi che stavano al cancello del Centro Don Bosco di Adwa, implorando l’acqua e viveri. In qualche modo il suo volto attirò l’attenzione di abba Luan, missionario vietnamita che opera come economo. Poiché il viso non era familiare, il salesiano gli si avvicinò e gli domandò chi fosse e da dove provenisse.

Ashenafi era uno studente della classe ottava nella scuola governativa di Adwa. Era l’ultimo figlio della sua famiglia. Suo padre aveva abbandonato sua madre e i bambini da più di 5 anni. Aveva due sorelle e due fratelli maggiori. Ogni giorno percorreva quasi sette chilometri per raggiungere la sua scuola. Non aveva mai sentito parlare di don Bosco, non avendo avuto mai occasione prima di andare al centro: camminare ogni giorno sette chilometri per raggiungere la scuola impegnava tutto il suo tempo fuori casa.

Da quando era scoppiata la guerra nel Tigray la famiglia si trovava in grande difficoltà. Non c’era niente da mangiare, la madre era l’unica portatrice di reddito della famiglia lavorando nella Almeda Textile Factory, produttrice per conto di industrie internazionali, che durante la guerra di novembre fu completamente distrutta dai bombardamenti. Questa fabbrica dava lavoro a più di 7mila operai. I due fratelli di Ashenafi sono stati uccisi dai soldati durante i rastrellamenti, una delle due sorelle è scappata di casa cercando di salvarsi dallo stupro.

Ora Ashenafi è rimasto solo con la madre malata e la sorella minore. Viene regolarmente al Centro Don Bosco per prendere acqua da bere e frammenti di pane per la madre e la sua sorellina.

La storia di Ashenafi è purtroppo comune a tanti bambini oggi in Tigray.

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