IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
ETIOPIA
Danzare senza età
La danza è dove l’anima dell’Africa si fa vedere e sentire facendo un tutt’uno non con il corpo ma con l’insieme dei corpi: con la sintonia che si crea tra chi si lascia da lei avvolgere e trasportare. Non è uno sfogo o un piacere privato e individuale.

Sono all’aeroporto di Addis Abeba alle undici e mezza di sera in attesa dell’imbarco per Roma, dopo una settimana passata in Etiopia insieme a rappresentanti delle 8 regioni in cui è organizzato il mondo salesiano: 2 per l’America, 2 per l’Europa, 2 per l’Africa, 2 tra Asia e Oceania.
È stato un tempo intenso di lavoro e pianificazione della nostra formazione per i prossimi due anni, con poche occasioni per uscire e interagire con la gente di questo grande paese, che ha una fisionomia tutta sua rispetto al resto dell’Africa. È il secondo come numero di abitanti dopo la Nigeria (Nigeria: 242 milioni | Etiopia: 138 milioni) ed è il più antico come tradizione cristiana ininterrotta. Quando si cerca di dare un nome alla forma di cristianesimo che da 20 secoli fa un tutt’uno con la tradizione della nazione, qualunque abbinamento si tenti – la chiesa copta o ortodossa come parente più prossimo… – fa scuotere il capo di chi vive qui da sempre come cittadino o di chi ci vive da tanti anni come missionario. Ci sono sì somiglianze, ma c’è soprattutto un condensato di tradizione, cultura, storia che fa dell’Etiopia un unicum, distinto da Egitto o altri luoghi e tradizioni.
Non è certo una settimana la porta di ingresso sufficiente per affacciarci a questo immenso antico e insieme giovanissimo paese (dati onu: età media Nigeria 18 anni – Etiopia 19-20 anni… Italia 48,2).
Mi fermo solo su un fotogramma, quello che ho messo come immagine in allegato. Siamo a Gambella, 700 km a ovest della capitale, non lontani dal confine con il Sud Sudan. Ero lì per un momento di grande festa della relativamente piccola comunità cattolica (i cattolici in Etiopia sono lo 0,8% della popolazione totale) che accoglieva il suo nuovo vescovo, un nostro confratello che ha guidato le comunità salesiane nel paese fino all’anno scorso. Non vi racconto di altro: ci sarebbero troppe cose da dire, in particolare sul formidabile lavoro che si porta avanti ogni giorno nelle case di Don Bosco per migliaia di ragazzi e ragazze, a cominciare dai più poveri. Lo zoom è tutto sul fotogramma. Guardate bene: è un istante catturato tra le tante danze che hanno segnato l’evento fuori e dentro la loro semplice chiesa.
La danza è dove l’anima dell’Africa si fa vedere e sentire facendo un tutt’uno non con il corpo ma con l’insieme dei corpi: con la sintonia che si crea tra chi si lascia da lei avvolgere e trasportare. Non è uno sfogo o un piacere privato e individuale. Questo l’ho già scoperto nei 18 anni che ho avuto la fortuna di vivere tra Nigeria e Ghana. Ma a Gambella si è accesa una nuova luce. Guardate i volti nel fotogramma: trovate un’armonia intessuta di tutte le età.
Questo era l’incanto che mi ha preso e che vorrei poter comunicare anche a voi: vedere generazioni così diverse come anni e vigore fisico che sono così in sintonia, con le stesse movenze, lo stesso entusiasmo. Un’armonia intergenerazionale di gruppo così incantevole è un vero spettacolo e raramente la si incontra su altre latitudini, con la stessa intensità e naturalezza.
Un respiro fatto di canto
La vita quotidiana nel paese ha sicuramente le sue sfide e fatiche. Mi dicevano i miei confratelli che la media del salario di chi fa l’insegnante è sui 100 euro al mese. Si può immaginare quanto il tenore di vita per la maggioranza della gente sia limitato nelle possibilità, nei confort, nelle sicurezze… tanto più limitato e limitante per i più giovani e per i più anziani, fasce sociali più fragili. Ma questa povertà di fondo rende per contrasto ancora più affascinante ciò che esprime comunione e intesa tra le generazioni, come il danzare e il canto, i racconti, le tradizioni e le feste, e – qui in Etiopia bisogna dirlo forte e con tutta franchezza – la preghiera. È un respiro continuo, fatto soprattutto di canto. Per le nostre orecchie occidentali questa musica che da vicino o da lontano riempie l’aria già prima dell’alba è qualcosa di cui viene facilmente la nostalgia quando si è di ritorno in Italia, come capita a me e credo anche agli altri passeggeri diretti a Roma su questo volo dove ora sto con loro viaggiando.
Manteniamo pure la diversità di usi e costumi che i secoli hanno disegnato nelle nostre diverse culture. È bello comunque riconoscere e ammirare ciò che dentro di esse ci rende più umani, che nutre e dà gusto alle relazioni, che riempie la vita e che non è fatto di algoritmi; ciò che permette di camminare insieme e alimenta legami anziché creare fratture. Senza bisogno di diventare esperti di danza o modulatori di salmodie ad alto volume, abbiamo anche noi risorse che ci rendono più veri e prossimi gli uni gli altri in ciò che più conta per rendere la vita semplicemente più vera. Non affidiamo la qualità dell’esistenza alle cose, a ciò che sta solo al di fuori e non ha nulla a che vedere con il cuore.
C’è un proverbio che circola sul suolo africano: “L’abbondanza divide il villaggio più che le privazioni”. Proviamo a ragionarlo sul suolo delle nostre esperienze personali e di famiglia e ciascuno saprà dire se vale solo là o anche qua da noi.
















