BS Settembre
2025

IL TEMPO DELLO SPIRITO

Don Silvio Roggia - Consigliere generale per la Formazione

DUE CARTE SUL TAVOLO
di ritorno dall’India

Carissimi tutti,

è martedì 19 agosto e sono in partenza dall’aeroporto di Mumbai dopo 20 giorni intensi di India: tanti volti, tante storie, tanti giovani con sogni e talenti che si illuminano nei loro sguardi, nel loro modo di accoglierti, raccontarsi, fare festa.

Scelgo dal mazzo due carte, mentre inizia il boarding per il volo verso Amman, e da lì poi prossimo scalo a Fiumicino.

L’ultima sera in cui ero a Goa, prima di partire per New Delhi, ho avuto la fortuna di incontrare il mio confratello Father George Quadrios. Mi ha subito contagiato l’entusiasmo con cui parlava della coltivazione del riso insieme alla gente dei villaggi. Non c’era nel suo sguardo e nelle sue parole se non la gioia di mettere insieme la sapienza di chi vive da generazioni in quella terra e l’aiuto che può venire da quanto oggi la tecnologia mette a disposizione, di cui questo piccolo prete salesiano è un vero maestro. Lui fa come la marea: con pazienza don George si è messo a dirigere questa orchestra di natura e di villaggi, di antica sapienza e nuovi sistemi, innescando un circolo virtuoso di ascolto, cooperazione, incontro, che ha permesso di rendere produttivi centinaia di ettari di terreno o che erano stati abbandonati da decenni, o che non erano ancora mai stati utilizzati, per l’eccesso o la scarsità dell’acqua o perché mancava quel pizzico di nuova idea che innesca il cambiamento senza cancellare l’antico. “There is nothing more practical than a good idea!”: non c’è niente di più pratico di una buona idea! Don George in questo è veramente geniale.

I droni sono tra i protagonisti di questa nuova musica agro-tradizionale-innovativa e a loro modo sono simbolo della tecnologia “leggera”, poco invasiva, che permette di conoscere meglio la natura e le potenzialità di ogni area e di riattivare una nuova armonia tra uomo e natura, che sta riportando anche molti giovani a sposare l’agricoltura e la terra come loro futuro, aprendo alternative all’esodo migratorio delle nuove generazioni, particolarmente forte a Goa.

I droni: sono diventati simbolo quotidiano di morte nei nostri telegiornali. A Goa con George e la sua gente sono strumenti preziosi e perfettamente accordati in questa sinfonia di vita. Come sempre dipende dal cuore e dalla passione dell’uomo. A volte basta uno solo per crederci e iniziare un processo che cresce fino a cambiare la storia di tante comunità, di un’intera regione. Qui tutti vincono. È possibile!

La seconda carta che condivido, mentre son già a 11 000 metri di altezza, mostra il volto di centinaia di giovani che ho incontrato e che desiderano fare di don Bosco il loro futuro. Negli anni passati in Africa ho trovato questo stesso entusiasmo e fascino per un santo piemontese dell’800 che sembrerebbe a prima vista così lontano quanto a meridiani e paralleli, e ancor più per il numero delle generazioni intercorse. E invece no. Ho passato tanto tempo ad ascoltarli a Goa, Shillong, Dimapur, Nashik… Qualcuno mi raccontava che la prima volta che ha letto la biografia di don Bosco – quella scritta da Teresio, Bosco come lui – non ha potuto trattenere le lacrime. Anche qui c’è una segreta armonia che si crea tra presente e passato, tra le generazioni di giovani di oggi e qualcosa che rimane sempre giovane pur venendo da così lontano. Qui non si tratta di provare la semina per qualche anno su un nuovo pezzo di terra. Qui son pronti a regalare tutto il loro futuro come lui ha fatto per altri ragazzi e giovani che han bisogno di quel tipo di amico: quell’amico, padre e maestro che lui continua ad essere.

Mi sono divertito a contemplare gruppi di ragazzi e giovani che passano dalle danze stile “teenagers 2025”, con musiche, ritmi e movenze abbastanza imparentate con quelle che usano i loro coetanei negli altri continenti – son figli del loro tempo più che dei loro padri! – e che subito dopo si mettono a suonare una marcia con gli strumenti della “brass band”: trombe, saxofoni, clarinetti, bombardino, grancassa, piatti… un mix curioso di nuovo e antico per me, ma non per loro: ciò che al mio palato ha il sapore del “c’era una volta” per loro è un nuovo gioco di squadra che li appassiona non meno del cricket o del calcio. Le mie percezioni non sono la misura della realtà: imparare a non lasciarci condizionare troppo dai nostri punti di vista è una buona idea, quanto mai pratica.

C’è un’armonia possibile nella vita tra tecnologia e tradizione, tra quanto la natura offre e quanto si può ottenere valorizzando le competenze e gli strumenti oggi disponibili. C’è un’armonia ancora più profonda tra lo spirito di chi come don Bosco ha fatto della salvezza dei giovani la sua vita, e lo spirito di giovani di oggi che vogliono come lui incontrare Dio nei loro coetanei e i ragazzi delle loro strade, a partire dai più ai margini, incontrarli in Dio. E questo non per una bella esperienza estiva o un anno di volontariato, ma è quanto vogliono essere per sempre, fino all’ultimo respiro.

Dipende dal cuore. Per me vedere che tutto questo è possibile e che di fatto succede è già un grande dono, che volentieri condivido mentre sto sorvolando il Golfo Persico. Ciò che capita sul nostro pianeta là sotto è senz’altro segnato da tante sfide e immani tragedie, come sempre è stato nella storia, ma è anche fatto di tante sinfonie nascoste, che ci fa bene imparare ad ascoltare. Ci fa ancor meglio diventarne partecipi, qualunque sia il mio strumento e la mia parte nell’orchestra.

Mi torna in mente un paragrafo di papa Benedetto che ho qui da qualche parte nel laptop e che vi lascio come ultimo souvenir: “I conquistatori vanno e vengono. Restano i semplici, gli umili, coloro che coltivano la terra e portano avanti semina e raccolto tra dolori e gioie. Gli umili, i semplici sono, anche dal punto di vista puramente storico, più durevoli dei violenti”.

Ho ancora una manciata di centinaia di chilometri prima di atterrare in Giordania. Vi regalo qualche Ave Maria da quassù, per rinsaldare l’armonia più importante di tutte, quella del “come in cielo così in terra”. Ciao, don Silvio.

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