BS Marzo
2024

DON BOSCO NEL MONDO

ANTONIO R. LABANCA DI MISSIONI DON BOSCO / FOTOGRAFIE DI ESTER NEGRO

DOVE DIO PIANGE

I salesiani ci sono

Se si procede nell’elencazione di tutti i conflitti in corso, viene da domandarsi in quale regione della Terra oggi non vi sia spargimento di sangue, dove non avvenga l’omicidio quotidiano con le armi impugnate da un nemico. Le parole che papa Francesco pronunciò dieci anni fa: “Siamo entrati nella Terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli”, se potevano suonare allora come un’immagine enfatizzata per svegliare i mass media, oggi si rivelano una profezia inascoltata. Se i responsabili delle nazioni avevano percepito quell’espressione come uno dei suoi tanti appelli morali, oggi possiamo scommettere che sia giunta alle loro orecchie come un’analisi realistica e preoccupante. Ne ha dato riscontro il Presidente della Repubblica italiana, Sergio Mattarella, che nel dicembre scorso ha fatto esplicito riferimento all’allarme del Papa nell’incontro con il corpo diplomatico accreditato in Italia.

Il mortale silenzio

Il pontefice stava rientrando dalla Corea del Sud, e certamente la sua visione, partita dai “confini” della Terra, ormai l’abbracciava per intero. Era il 18 agosto 2014, da sei mesi era iniziata l’occupazione russa delle regioni orientali dell’Ucraina: si era palesato il fatto che il conflitto mai sopito fra le grandi potenze economiche e militari non aveva più freni, che l’azzardo al tavolo dei potenti poteva manifestarsi anche nelle aree meno periferiche rispetto ai loro tavoli. Le guerre non sono scatenate “lontano”, in una logica perversa: non si prende più a motivo una crisi locale o la competizione per le risorse o per la posizione geografica di un territorio, ma espressamente per manifestare la forza e la determinazione dei vertici statali.

Il pensiero e l’appello del Papa dovevano servire a suscitare la reazione delle opinioni pubbliche assieme a quella degli uomini e delle donne scelti per governare i rapporti fra gli Stati. Ma in dieci anni anche le voci più autorevoli fra queste sono rimaste inascoltate: su tutti, quella del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Manuel de Oliveira Guterres. La dinamica degli eventi sembra essere risucchiata in un gorgo inarrestabile.

E Dio che fa? Ascolta le preghiere per la pace che tanta parte dell’umanità gli rivolge? È la domanda, molte volte provocatoria, che si fa in certe discussioni per tirare in ballo la questione fondamentale se lui davvero esista e se sia davvero dalla parte del povero, dell’afflitto, del perseguitato, della vittima.

La risposta che le persone spiritualmente più sensibili sussurrano è che Dio in questo momento stia piangendo. Abbiamo allontanato le nostre coscienze dall’interrogativo se sia peccato dichiarare guerre, progettare e attuare terrorismo con le bombe o anche solo con le parole: per l’uomo maturo dovrebbe bastare la sua coscienza, la sua intelligenza. Eppure…

Ma se Dio piange non è solo per gli ultimi conflitti, a noi più prossimi o più simbolici dal punto di vista storico-religioso, ma anche per il silenzio che fa da complice di tante guerre, che predispone l’immunità di dittatori e di mercanti di morte, che tollera la fame e la persecuzione.

Dio piange per i bambini abbandonati a loro stessi o ai trafficanti, per chi da un certo giorno in poi vede segnato il confine del suo esistere entro la cinta di un campo profughi, per chi è libero sulla carta ma è costretto dalla violenza a subire la sottrazione dei suoi diritti a causa della violenza o della corruzione, per gli impoveriti dalle scelleratezze dei governanti. Piange per chi è svuotato della possibilità di capire che cosa stia succedendo intorno a lui e possa trovare una via di fuga attraverso la conoscenza. Piange per chi vive nell’abbondanza di cibo, di tempo libero, di reti di comunicazione… ma ha perso la capacità di avvertire le invocazioni di chi ha fame, di chi è schiavo, di chi è prigioniero: anche lui vive rinchiuso.

Se ci diamo di tanto in tanto l’impegno di scorrere la carta geografica, possiamo individuare decine di situazioni che si aggrappano alla nostra sensibilità per cercare di avere giustizia. Lo stesso papa Francesco, al primo incontro con un drappello di nuovi diplomatici accreditati alla Santa Sede, ne ha citati alcuni: Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Libano e Gerusalemme, Haiti, Ucraina.      

Nota dell’autore: in ciascuna delle situazioni qui richiamate in cui “Dio piange” c’è un piccolo nucleo di figli di Don Bosco che opera per la pace attraverso il servizio ai poveri. Partono dai più piccoli “aiutandoli anzitutto nello studio e poi coinvolgendoli in mille attività di gruppo per passare il tempo in maniera sana ed educativa: sport, teatro, musica, preghiera… Continuano ad andare in cerca dei più poveri e ad aiutarli senza chiedere niente in cambio, anzi, proprio perché non hanno nulla da dare in cambio” come descrive l’intervento nel Paese più dimenticato fra quelli citati, il Myanmar (rif. https://www.missionidonbosco.org/news/myanmar-viaggio-missionario). E così strappano a Dio un sorriso.

Sudan: un Paese che vive tra il Sahel e il grande Nilo, un territorio che ha fatto strada ai commerci per secoli, ponte naturale fra Mar Rosso e cuore dell’Africa, ha il privilegio di aver scoperto oggi l’enorme potenzialità posta sotto terra (petrolio e minerali preziosi) ma anche la condanna di aver attirato l’attenzione di profittatori armati fino ai denti. La guerra fratricida che è scoppiata un anno fa, e che presto ha perso l’attenzione dei media, è affidata a governanti mai eletti e a generali in competizione fra loro, appoggiati non solo da Paesi stranieri che scommettono sull’uno o sull’altro fra i contendenti, ma da eserciti in mano agli affaristi delle guerre: i legionari della Wagner sono i veri arbitri sul terreno, mentre la popolazione è sottoposta a migrazioni forzate. Gli anni della guerra nel Darfur avevano già creato un esodo di massa e tensioni etniche; le ripercussioni del conflitto sui Paesi confinanti sono ulteriore motivo di preoccupazione.

Congo, Repubblica democratica: l’antica ricchezza del Paese si è persa con il colonialismo belga che ha fatto strage di 6 milioni di abitanti, sostitui­to qualche decennio dopo dal dominio delle imprese straniere che sfruttano la produzione agricola e soprattutto la ricchezza del sottosuolo. Anzi, i minerali più ricercati negli ultimi tempi a beneficio delle tecnologie più aggiornate sono proprio situati in questo Paese: quelle “terre rare” che fanno rimpicciolire le misure dei componenti dei nostri apparecchi elettronici (anche quello con il quale sto scrivendo; n.d.r) e ingigantire le differenze fra poveri e ricchi. “Lì si vede la miseria nuda”, ha testimoniato don Angel Antúnez, presidente di Missioni Don Bosco in visita in Congo nel 2022. Bambini sfruttati nelle miniere militarizzate, disimpegno del governo dal capitolo “istruzione”, famiglie dissolte dalla mancanza di lavoro retribuito e dalla salute resa sempre più precaria dalla sottoalimentazione.

Myanmar: lo sfondo è dato dal colpo di stato che tre anni fa ha posto fine a una democrazia molto precaria. L’organizzazione dell’Onu che si occupa delle emergenze umanitarie, l’Ocha, ha tracciato il quadro dal punto di vista di una popolazione che sta praticando meccanismi di adattamento negativi: restringimento dei consumi alimentari, svendita dei beni personali, abbandono scolastico, fuga dal Paese anche in modalità ad alto rischio. Si è osservato l’abbassarsi dell’età media dei contraenti il matrimonio: ragazzini estromessi da casa per cercare fortuna sommano la loro povertà a quella del coniuge. Sono sistematicamente frenati gli aiuti da parte delle organizzazioni non governative e di quelle religiose. Aung San Suu Kyi, l’attivista difensore dei diritti civili e poi Capo di Stato, è stata connivente con la repressione della minoranza dei Rohingya. Una parentesi che aveva fatto sognare la democrazia e attribuire a lei il premio Nobel nel 1991.

Libano e Gerusalemme: quel che accade è un esito annunciato quando gli Accordi di pace di Oslo nel 1993 aprirono la strada al riconoscimento reciproco di Israele e Palestina ma le intenzioni non dichiarate si sarebbero progressivamente incarnate nelle forze integraliste dei due popoli. Difficile sciogliere i nodi creati con la stessa fondazione dal nulla – se non dalle reminiscenze di un passato lontano – dello Stato ebraico e dall’esternalizzazione a carico di un popolo reduce da un dominio imperiale dell’antisemitismo da parte dell’Europa tutta, dell’Est e dell’Ovest, dopo la seconda guerra mondiale. Il Libano sta silenziosamente pagando il prezzo di ogni conflitto nella regione, accogliendo milioni di profughi palestinesi e siriani: questi ultimi a loro volta vittime di un braccio di ferro fra Stati Uniti e Russia che ha scatenato ulteriormente le anime del terrorismo e ingaggiato eserciti a pagamento. Senza contare il terremoto che lascia ancora oggi città distrutte.

Haiti: la situazione di quel pezzo dell’isola di Hispaniola viene raccontata, da chi riesce a far uscire le informazioni, come un girone dell’Inferno. La minaccia fisica è quotidiana, si vive nella paura dei rapimenti per pochi soldi. Le armi circolano quanto – e forse più – delle sostanze stupefacenti, le bande armate sono controllate da militari che rispondono del loro operato a capi criminali. Nascere lì significa essere votati a un destino inesorabile: abbandono da parte della famiglia, ingresso nel sistema di sopravvivenza della strada, sfruttamento da parte di adulti senza scrupoli. La “carriera” è quella di diventare mercenari, aguzzini, spacciatori, capibanda. Il tutto sotto lo sguardo “distratto” degli Organismi internazionali e dei Paesi più potenti delle vicinanze, che evidentemente si servono di un “porto franco” per i loro commerci più sporchi. L’energia elettrica che serve alla vita quotidiana è diventata un lusso, e solo per poche ore al giorno.

Ucraina: ormai a due anni dall’inasprirsi del conflitto con la Russia, non si vede una soluzione militare (se mai questa possa essere ipotizzata allo stato delle cose) mentre la diplomazia continua a essere la grande assente per disegnare una via di uscita. La gente di Kyiv continua a provare a vivere senza l’incubo dei missili, ma sul fronte di combattimento i militari e gli abitanti continuano a fare i conti quotidiani con la morte, con la penuria di cibo, con il freddo gelido, con i campi che non sono più coltivabili. A operazioni belliche terminate ci sarà una divisione profonda fra due Europe, fra due tradizioni religiose, fra bellicisti e costruttori di pace. Già ora vi è la ricaduta, sulle famiglie dell’intero continente, delle speculazioni sui prodotti agricoli e sulle risorse energetiche; per i popoli africani che dipendono dalle forniture di cibo proveniente dai due Paesi in guerra il pericolo reale è quello di nuove carestie. Mentre torna a minacciarsi l’uso di armi nucleari.

Ai Paesi citati dal Papa ci permettiamo di aggiungerne uno che costituisce il caso emblematico per l’America latina:

Venezuela: lo Stato che faceva da locomotiva del cono sudamericano è precipitato in una situazione che ha dell’inverosimile. Il governo sta facendo tutto quanto non era neppure immaginabile per schiacciare nell’indigenza e nell’ignoranza la maggioranza della popolazione. In nome di una presunta rivendicazione sociale, ha creato un’ingiustizia più profonda: la cessione dello sfruttamento delle sue materie prime a Paesi stranieri, la dipendenza totale delle famiglie dal benvolere di funzionari corrotti per disporre dei beni di consumo, una descolarizzazione mai dichiarata ma conseguita attraverso lo smantellamento dell’apparato, una salute pubblica per cui solo chi ha denaro può sperare nelle cure. Silenziati i mass media, minacciati gli oppositori politici, imbavagliato il sistema giudiziario, resta campo libero per recitare a soggetto il ruolo dei vendicatori di ingiustizie pregresse mentre il traffico (e il consumo) danno energia al sistema.

Dio piange per tutto quanto sta accadendo in Terra Santa e nel mondo. Un prezioso intellettuale cattolico, Raniero La Valle, ha condiviso una riflessione: come dopo la furia del nazismo ci siamo interrogati su quale concetto di Dio possiamo avere, così oggi la domanda è quale concetto di Dio dopo Gaza? «Forse è un Dio che ispiri la gente a piangere su Gerusalemme e su Gaza, Hamas a non uccidere Ebrei, Israele a non fermarsi sul ciglio dell’abisso, a non trafiggerne mille per uno, noi tutti a rimettere in comunione la Terra e la dignità di tutte le creature».

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