IL TEMPO DELLO SPIRITO
Don Silvio Roggia
Dopo una settimana
IN PARADISO
Un Paradiso non troppo lontano se bastano tre ore di macchina tra Shillong (1500 m d’altitudine) e l’aeroporto di Guwahati (50 m).

A dire il vero il paradiso non è solo sulle alture dello stato di Meghalaya con capitale Shillong, sul cui territorio si trovano Cherrapunji e Mawsynram, i luoghi di massima quantità di pioggia in un anno sul pianeta (media di 12 000 mm). Tutto il Nord est dell’India è paradiso, non per le nuvole, la tanta pioggia e maxi fiumi quali il Brahmaputra, che scorre non lontano dall’aeroporto di Guwahati. Il nord est è il paradiso degli antropologi, perché, rispetto all’estensione territoriale, ha la massima concentrazione di gruppi etnici, con identità anche somatiche molto distinte (circa 200). Lingue, culture, tradizioni con radici multisecolari scritte nelle fattezze del volto, degli occhi, e tutte lì insieme, senza cambiare paese o continente e senza che l’interscambio favorito dai ritmi di vita degli ultimi 100 anni abbia fatto perdere le peculiarità di ogni gruppo umano; caratteristiche distinte che puoi letteralmente “leggere loro in faccia”.
Io non ero qui per fare studi o ricerche di antropologia culturale. Avevamo un importante incontro di lavoro con 40 miei confratelli tra India e Sri Lanka (un paradiso molto più largo) sulla nuova edizione della Ratio, la Magna Carta che orienta la formazione dei Salesiani di Don Bosco in tutto il mondo. Ho però avuto modo di incontrare giovani novizi a Sunnyside – letteralmente “il posto del sole”: anche in paradiso un poco piove e un po’ fa bello! – e giovani studenti di teologia a Shillong. I loro volti e ancor più le loro storie sono uno specchio di questa diversità.
Il loro vivere insieme eleva alla massima potenza la “comunione delle differenze”, visto che sono venuti qui per via dello stesso ideale: donare tutta la vita a Dio seguendo il sentiero aperto da don Bosco per raggiungere quanti più giovani possibile e “farli felici nel tempo e nell’eternità”, come lui era solito scrivere. Qui nel Nord Est dell’India don Bosco in 100 anni ha cambiato la storia: è un nome e una presenza che ha segnato e orienta il futuro di decine di migliaia di giovani e di famiglie, con la rete di scuole e centri per l’educazione che si è creta e continua a crescere, anche nelle zone più remote. Don Bosco è uno dei nomi più popolari. Quando i primi salesiani sono arrivati a Shillong c’erano circa 5000 cattolici in tutto il Nord Est. Grazie a quella semina portata avanti con grandi sacrifici e con indefettibile speranza lungo i decenni, oggi nel Nord Est ci sono 15 diocesi, con circa 2 milioni di fedeli.
Sunnyside
La vivacità e la sintonia che c’è tra quei 33 novizi, l’allegria che passa attraverso i loro occhi e sguardi così originalmente diversi – chi a mandorla, chi scuri, chi chiari – questa immersione anche se di sola mezza giornata in questo pezzetto di paradiso antropologico mi ha lasciato una nostalgia nel cuore, che tento di raccontarvi mentre ci stiamo avvicinando all’aeroporto.
La nostalgia di una umanità magnifica, come la chiama papa Leone nella sua enciclica. Magnifica per essere così originalmente diversa. E non è solo questione di occhi più o meno a mandorla. Sulla faccia di questo pianeta siamo diversi per lingua, per costumi e tradizione, per i modi di coltivare, mangiare, danzare; diversi per il modo di credere e di pregare… Qui se sei un po’ attento cogli questa traboccante diversità da qualunque parte volgi lo sguardo.
Così originariamente diversi eppure potenzialmente così insieme.
Non sta proprio in questo la bellezza e l’energia profonda della nostra humanitas? L’essere umani si manifesta soprattutto nelle nostre relazioni.
Tutto il resto diventa così secondario, addirittura irrilevante se si contempla la vita nel suo insieme o dall’alto (sono per aria adesso, in volo verso Calcutta). Quanto si è vissuto come rapporto con altre persone, dai legami più prossimi come quelli di famiglia o amicizia, a quelli più ampi che ciascuno originariamente intesse nel suo breve dipanarsi di giorni sulla terra, qualunque sia l’età e la condizione sociale: lì sta il nostro tesoro, lì possiamo essere magnifici.
Lì è anche il nostro Paradiso “come in cielo così in terra”.
Don Bosco ne era così convinto che ne ha fatto una promessa ai primi che lo han seguito. La comunità – e vale per ogni gruppo umano – dove ci si vuole veramente bene diventa un Paradiso sulla terra.
È così vero che purtroppo, e di conseguenza, anche l’opposto inevitabilmente succede: dove si è insieme ma non ci si vuole alcun bene ciò che si sperimenta non è solo un purgatorio. Si va giù, molto più giù… Benedetto XVI lo constatava con realismo e amarezza. Nel farsi del male a vicenda gli uomini diventano onnipotenti alla rovescia: non c’è limite.
Ma restiamo in alto, come su questo volo da cui si vede adesso lo snodarsi dei grandi fiumi nelle piane del Bangladesh.
Se nel dramma di Jean Paul Sartre (A porte chiuse, 1944) “l’inferno sono gli altri” è possibile vivere in modo che negli e con gli altri costruiamo il Paradiso, che è per definizione – anche a livello teologico – comunione delle differenze.
Il bello e il tragico stanno nel fatto che dipende tutto da me. Come dice don Domenico, un vero guru della Parola di Dio, pieno di vita a 90 anni, nessuno ti manda né all’inferno né in Paradiso. O di qua o di là puoi solo restarci. Sei tu che metti la firma, e gli altri più sono diversi più ti danno opportunità di allenarti a dirigere i tuoi passi dalla parte giusta. Alla fine tutto il resto sparisce. Solo la Carità, il volto più splendente della comunione, non finisce mai.
















