BS Luglio/Agosto
2025

SALESIANI

U.B.

DON UMBERTO BOLIS
Ho sentito «seguimi» e sono partito

Quando mi chiedono: «Come nacque la tua vocazione? Perché sei salesiano? Quando hai deciso?» non sono stato sbalzato da cavallo come Paolo; non è venuto un angelo a indicarmi il cammino. Ho percorso la strada che mano a mano mi si apriva davanti e che solo ora guardando indietro mi rendo conto che Qualcuno mi ha guidato.

Vilcabamba

La storia di Vilcabamba per me comincia a fine agosto del 1992. Come mi succedeva da qualche anno, avevo passato i mesi estivi delle vacanze scolastiche in Perù, a Chacas, nella parrocchia di don Ugo de Censis, salesiano, guida della Operazione Mato Grosso. Ora dovevo rientrare. Ma… sorpresa!!

Padre Ugo mi offriva una “gita premio” a Vilcabamba, nel sud del Perù, accompagnato da un archeologo italiano responsabile di un progetto italo-peruviano di sviluppo di questa zona. Progetto di cui esisteva solo una gran quantità di fogli con disegni e preventivi.

Andai, osservai e da Lima scrissi a padre Ugo la mia impressione: “La zona è molto povera; sarebbe giusto fare qualcosa per questa gente”. Era come avessi detto: “Ci sto”.

Infatti, con l’inizio del nuovo anno, preceduto da tre volontari della omg, diventai “vilcabambino”.

Iniziava dall’altra parte del mondo un nuovo pezzo di storia della mia vita. Capii che mi si offriva la possibilità di prendere sul serio le belle parole pronunciate tante volte sulla carità e di tradurle in pratica.

Cominciai con Lino, Rosanna e Angelo la preparazione alle prime comunioni, un primo abbozzo di oratori, le celebrazioni delle messe, la visita alle comunità lontane, con lunghi viaggi a cavallo anche di vari giorni accompagnato dal fedele Eloy, prezioso aiuto fin dall’inizio perché conosceva tutti i sentieri.

Questi primi anni sono stati anche il momento in cui più ho vissuto la “malattia del mattone”; scuola di falegmameria con internato a Vilcabamba; scuola, sempre con internato a Lucmala, con internato per le ragazze a Oyara.

Negli stessi anni, si cominciò anche il laboratorio femminile a Totora, in Apurimac, sempre al sud, zona ancora più povera di Vilcabamba. Per raggiungere sia Vilcabamba sia Totora si parte da Cuzco. Distanze enormi con i fuori strada: 8-9-10 ore, se tutto va bene.

Oyara

Nel marzo del 2000, Lino viene ordinato sacerdote e viene incardinato nel vicariato di puerto maldonado a cui appartiene Vilcabamba. Lascio quindi la zona di Vilcabamba e mi sposto a mezza valle in Oyara. Da tempo il vescovo mi aveva chiesto di celebrare qualche Messa anche ad Oyara, dal momento che i Domenicani non potevano più.

La prima Messa mi fece capire che si doveva cominciare tutto da zero. La Messa delle… “10” cominciò alle “11”. Popolazione presente… 3 persone. Uno che suonava la chitarra, perfettamente stonata, uno che da solo cantava come poteva e una signora che durante tutta la celebrazione ci faceva partecipi delle sue orazioni gridate e accompagnate da profondi lamenti. Il tutto accompagnato dagli squittii della grande popolazione di pipistrelli che vivevano tra le lamiere del tetto.

Si ricominciò: prime Comunioni, oratorio, costruzione della chiesa, interventi vari da inventare per dare lavoro a molti adulti che non avevano entrate.

Con l’arrivo di Luca e Claudia cominciò anche l’attività della stalla con la produzione di formaggi.

Pucallpa e ritorno

Nel 2007 altro cambio. Don Gaetano, rettore del seminario di Pomallucay, viene nominato vescovo del Vicariato dì Pucallpa, nella selva nel nord del Perù. È un salesiano ed è giusto che qualcuno lo accompagni. Padre Ernesto non se la sente, padre Elio per le sue condizioni di salute non sarebbe di grande aiuto, perciò continua ad insegnare filosofia in seminario. Don Ugo, ovviamente non può.

Nessuno mi obbliga, ma capisco che devo essere io ad offrirmi.

È un cambio totale, di clima, di mentalità, di problematiche: è tutto da inventare. Ci sono tante zone di recenti invasioni, dove mancano i servizi fondamentali, dove la gente cerca di sopravvivere, dove spesso non esistono norme morali.

Grande è la popolazione giovanile. Cominciamo con una nuova parrocchia, naturalmente intitolata “Don Bosco”, con l’oratorio, le prime comunioni, le attività per creare una comunità. Si inizia un laboratorio di falegnameria a Neschuìa per i ragazzi. Nasce una scuola secondaria cattolica. Senza dimenticare gli adulti, ma è evidente l’importanza di lavorare con i giovani per costruire un futuro.

Ma apparve anche il Parkinson.

Il clima di Pucallpa non mi era particolarmente favorevole.

Era necessario decidere; o fermarmi a Pucallpa o tornare da dove ero venuto. A Pucallpa mi ero trovato bene, sia nella parrocchia don Bosco appena iniziata e poi lasciata a padre Massimo Mattarucchi, sia nella scuola-laboratorio di falegnameria, sia per lo spirito di famiglia che c’era tra i sacerdoti del Vicariato, ma il calore eccessivo della selva non favoriva la mia salute e il Parkinson si dimostrava un nemico da combattere.

Mi dispiaceva lasciare Pucallpa e mi dispiaceva lasciare monsignor Gaetano e tuttavia non me la sentivo di restare, date le difficoltà con la salute. La selva, a parte il calore a volte insopportabile, è un ambiente piacevole, con dei panorami mozzafiato. La natura si presenta in generale ancora incontaminata; si resta sorpresi per la bellezza e la varietà delle piante, dei fiori, degli insetti e degli animali. È un piccolo segno di quello che doveva essere il paradiso terrestre o che potrebbe essere la terra se l’uomo non rovinasse tutto in nome del guadagno.

«Torna ad Oyara» fu il consiglio di padre Ugo.

Così eccomi di ritorno ad Oyara dove, nel frattempo, la stalla aveva avuto una nuova sistemazione, diventando una stalla modello, riconosciuta tale anche dagli ingegneri di Senasa (servicìo nacional sanidad agricola). Ma il mio ritorno sembrava anche aver suscitato in alcune persone vicine alla parrocchia, il diritto di erigersi a giudici degli altri costringendomi ad ascoltare una lunga serie di pettegolezzi.

Ero ad Oyara da pochi giorni e mi cercano al telefono. Non c’era ancora la diffusione dei cellulari. Vado al telefono pubblico, rispondo. È la priora del convento di clausura di Quillabamba. I soliti preamboli di incensazione, e poi: «Non può venire a dettare gli Esercizi Spirituali al convento?» Cado dalle nuvole mentre come in un frullatore girano le domande: chi avrà fatto il mio nome? E perché? Non ho mai predicato ritiri alle suore; non ascolto più quello che dice la priora. Dico di sì, prendo nota delle date e saluto.

Mentre ritorno verso casa mi dò dello stupido mille volte. Ma ormai il “dado è tratto”. Così il giorno fissato mi presento al convento con tutti i miei appunti, fotocopie di qualche libro, qualcosa da leggere. La giornata passa velocemente, ma quando arrivo a sera, mi prende il magone. Consumo la mia frugale cena da solo come il pranzo e la colazione del resto, nel parlatorio del convento. Poi rivedo un poco gli appunti per le meditazioni del giorno successivo, cerco di organizzare le cose, però, non sono neppure le otto. Di andare a dormire a quest’ora non se ne parla proprio. Passeggio un poco pregando il rosario. Alla fine di questo ritiro, riprendo così la mia vita ad Oyara, cercando di far coincidere le ore delle messe con le ore di autonomia che mi concede il Parkinson. E sarebbe andata avanti così se non fosse avvenuto un fatto che mi fece decidere di andare a Cuzco. Racconto tutto nel modo più semplice. Una notte entrarono in casa tre persone mascherate, mi legarono minacciandomi con una pistola e un coltello alla gola, se avessi reagito, presero i soldi ed alcune altre cose, mi legarono bene mani e piedi con filo di ferro e mi lasciarono lì. Riuscii a liberarmi qualche ora dopo. Trascuro i commenti che potrei fare, non mi lascio andare a scrivere sospetti. Interpretai il fatto come un segno.

Andai nella casa di Cuzco, casa di accoglienza per amici e giovani di passaggio e di aiuto agli ammalati che dalle nostre parrocchie vengono inviati per terapie particolari.

A Cuzco faccio il cappellano dell’ospizio. Ho più tempo per pregare; imparo ad avere pazienza, a cercare di essere più buono, a tenere uno sguardo buono sulle persone. Invecchiando si impara o si cerca di imparare. E scrivo.

Tante vite donate

Una delle cose belle che è cresciuta con l’entusiasmo di Pilar, moglie di Chicco, responsabili della casa, è il gruppo della carità. Si organizzano attività varie per raccogliere soldi da usare per gli ammalati o per le missioni che più hanno bisogno. È ripetere in qualche modo, con giovani peruviani, un inizio della omg, l’idea della carità, del lavoro di gruppo, del fare gratis, rende contenti ed entusiasti i giovani, qui come in Italia. C’è chi si domanda come è stato possibile che l’omg sia cresciuto senza regole scritte e senza capi, e sia presente in America latina svolgendo la sua attività da oltre 50 anni. Forse la risposta non è difficile.

Basta seguire la prima legge fondamentale che rias­sume tutto il Vangelo: quella del dono gratuito, della carità, fino a dare la vita, se fosse necessario. È il cammino tracciato fin dai primi anni dell’omg con la morte di Claudio in Brasile.

Mi sono dilungato a descrivere questo periodo della vita, ma non va dimenticato che la parrocchia di Vilcabamba comprende anche Oyara. Quando mi sono stabilito a Oyara, ricordavo spesso a padre Lino che la parrocchia era sua. Del resto, come era lo stile di padre Ugo, i seminaristi che venivano dall’omg non erano incardinati tutti nella diocesi di Huari. Alcuni sono incardinati in Italia, altri in America Latina. Padre Lino fu incardinato nel Vicariato di Puerto Maldonado e quindi divenne parroco di Vilcabamba. Io sono sempre rimasto, ovunque sia andato, un salesiano in “prestito”. Tutto è stato possibile per l’aiuto dei volontari della omg.

Questi anni sono stati anche gli anni dell’inizio della missione ad Apurimac, a Totora ed a Mamara. Dopo varie lettere intercorse tra monsignor Berni, della prelatura di Chuquìbambilla, e padre Ugo, si decise di accettare ed aprire una missione a Totora. All’inizio si pensava a una piccola comunità di ragazze dedicate alla preghiera, all’oratorio e all’aiuto ai poveri. Bastò poco tempo per rendersi conto che sarebbe stato opportuno iniziare un laboratorio per formare catechisti per l’oratorio. Iniziò un laboratorio femminile nella casa della Sabìnita, una signora generosa che mise a disposizione la sua abitazione. Avremmo desiderato iniziare le prime comunioni e l’Oratorio anche a Mamara, paese a poca distanza da Totora, che poteva vantare una grande e bella chiesa coloniale. A Mamara si era però generato un problema che aveva obbligato il vescovo a prendere posizione.

Il sindaco, abusando della sua autorità, aveva dato alla polizia il terreno della canonica antica, di proprietà della Chiesa, per costruire il posto di polizia. Per cercare di suscitare un’adeguata reazione della popolazione di fronte all’evidente abuso, il vescovo aveva proibito la celebrazione della Messa. La situazione non sembrava destinata a sbloccarsi finché la soluzione non venne, ancora una volta, da padre Ugo: costruimmo come segno di pace una nuova caserma della polizia recuperando il terreno dell’antica canonica. Padre Ugo aveva ancor una volta dimostrato che se si vuole costruire la pace, bisogna saper perdere.

Ma i miei spostamenti non sono ancora finiti. Per i problemi di cuore non posso andare in altura e la mia residenza cambia ancora direzione: Lima, la capitale.

Mi rendo utile in ciò che posso e ciò che mi si chiede. E i sacerdoti giovani mi chiamano “nonno” con affetto. Mi sento a mio agio, e spero di essere davvero un anziano ricco di saggezza e fede.

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