SALESIANI

O. Pori MECOI
Tonj, Sud Sudan

Don Omar Delasa

«Voglio realizzare il sogno di John Lee».

Puoi autopresentarti?

Mi chiamo don Omar Delasa e sono un salesiano di don Bosco, un «missionario estivo». Sono nato in un piccolissimo paese della provincia di Bergamo, diocesi di Brescia, Castelfranco di Rogno, 400 abitanti, paese che ha dato i natali a 4 salesiani prima di me: padre Benedetto Delvecchio, oggi missionario in Equador, suor Lucia Tognola fma oggi nella comunita di Clusone (BG), padre Innocente Clementi, missionario in usa e don Lorenzo Macario, per tanti anni docente di Pedagogia all’ups, oggi entrambi residenti in Paradiso a godere di quel riposo che Dio regala agli amici buoni e fedeli.

Nella mia piccolissima comunità parrocchiale ho imparato quei valori propri del cristianesimo che per un bergamasco si traducono quasi esclusivamente nella concretezza e nella semplicità della vita, nel lavoro assiduo, nell’aiuto agli altri. Le persone, ma soprattutto le mie nonne, mi hanno insegnato che nulla regala più gioia che il poter essere d’aiuto a chi ne ha bisogno. In loro ho trovato molti esempi di carità fattiva, nascosta e silenziosa. Quello che mi hanno trasmesso è un cristianesimo forse un po’ lontano dalle sacrestie ma decisamente immerso nel mondo, nel sociale. In questa parte di mondo che si affaccia sulle montagne e sul Lago d’Iseo ho coltivato prima il sogno di diventare medico e poi ho sentito la voce di Dio che mi chiamava a qualcosa di grande, diventare salesiano e spendere la mia vita per gli altri, magari in missione, come lo era stato per gli altri religiosi di Castelfranco.

Com’è nata la tua vocazione?

Conseguita la maturità classica mi sono iscritto alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Brescia. Sono stati anni belli, impegnativi, anni nei quali ho potuto conoscere e confrontarmi con alcune figure significative. Negli anni degli studi ho conosciuto don Silvio Galli, salesiano per il quale è in corso la causa di beatificazione. È stato lui ad aprirmi gli occhi su un futuro che poteva andare ben al di là dell’esercizio della professione medica. Mi ha coinvolto nell’Auxilium, l’opera da lui fondata per l’assistenza e l’aiuto ai poveri. È lì che, grazie alla sua guida saggia e sapiente, ho iniziato a pensare alla consacrazione religiosa prima e ai salesiani di don Bosco in un secondo momento.

Ho iniziato così il lungo cammino di formazione, il noviziato a Pinerolo, gli studi a Nave e alla Crocetta e il ministero come sacerdote e catechista presso il Centro di Formazione Professionale di Sesto San Giovanni, dove mi trovo da ben 11 anni. Ho sempre voluto essere missionario. L’Africa ha sempre esercitato su di me un fascino irresistibile e inspiegabile. Quello di essere missionario in terra d’Africa o in qualsiasi altra parte del mondo, a tempo pieno e non part-time, continua ancora ad essere un sogno che un giorno spero di realizzare, anche se tra i ragazzi della Formazione Professionale e nella comunità salesiana di Sesto San Giovanni sto davvero bene.

Come hai scelto Tonj?

Non l’ho scelto io Tonj. Ho incontrato Tonj perché la Provvidenza ha voluto così. Avevo chiesto al Consigliere per le missioni, nel lontano 2006, di poter vivere un’esperienza missionaria in Africa. Volevo sperimentarmi e capire se davvero questo era il campo dove il Signore mi chiamava ad essere maestro ed amico dei giovani, soprattutto quelli più poveri. Alla mia richiesta il Consigliere aveva risposto tempestivamente indicandomi dapprima come meta il Congo, ma dopo qualche giorno ricredendosi e proponendomi come destinazione Tonj, diocesi di Rubek, Sudan Meridionale. Il Sud Sudan infatti, essendo il più giovane stato del Mondo nato solo nel 2011 dopo 23 anni di guerra civile, ancora non esisteva. Era una terra, o meglio un popolo in cerca della sua indipendenza dal Sudan musulmano.

La proposta era quella di affiancare e sostituire per qualche mese un confratello che da alcuni anni aveva dato vita ad un piccolo dispensario sanitario. Incoscientemente, ignaro di quello che mi aspettava, ho accettato. Paura, preoccupazioni non solo mie ma anche da parte di chi mi voleva bene non hanno fermato il desiderio di sperimentarmi in un’esperienza missionaria e così sono partito per Tonj dove sono arrivato dopo una serie di scali: Londra, Nairobi, Rumbek e poi 7 ore di jeep su una strada inesistente. Già dai primi momenti trascorsi in questo Paese che solo nel 2011 è diventato indipendente, ho capito che nonostante la difficoltà della lingua, l’esperienza si dimostrava davvero unica, anche grazie all’incontro con due figure che ritengo, dopo don Galli, fondamentali e significative per il mio cammino vocazionale: monsignor Mazzolari, vescovo di Rumbek e padre John Lee Taesok, salesiano coreano che da quel giorno è diventato ed è tuttora il mio eroe, un modello di vita sicuramente da imitare nella sua capacità di amore incondizionato per i più poveri tra i poveri.

Ti consideri l’erede di John Lee?

Erede sì, ma per essere come lui sento che ne ho ancora di strada da fare. Solo chi l’ha conosciuto può capire. Un uomo eccezionale, un salesiano perfetto, un cristiano ben riuscito. Quante doti e qualità: sapeva suonare tutti gli strumenti musicali con i quali veniva in contatto; era un medico come pochi, attento ai pazienti, competente e capace; un insegnante invidiabile, capace di affascinare e stregare qualsiasi ragazzo avesse la possibilità di incontrarlo dietro un banco di scuola per una lezione di chimica o biologia. E i lebbrosi poi! Non poteva vivere senza di loro così come loro senza di lui. Sempre sorridente, anche durante la terribile malattia che a soli 42 anni lo ha portato via dal Sud Sudan e dall’affetto delle tantissime persone che gli volevano un bene dell’anima.

Questo era John Lee Taesok. Era arrivato a Tonj nel 2001 scoprendo così un paese duramente provato dalla guerra civile, un paese per il quale è stato un autentico e benefico «ciclone» di attività in mezzo ai giovani, ai bambini, ai poveri e agli ammalati che ha curato con una dedizione assoluta di cui mi piacerebbe essere capace.

È stato eroico nella sua semplicità. Nel novembre del 2008 gli è stato diagnosticato un cancro del colon ma ha continuato a lavorare fino alla fine, a scrivere e a telefonare tanto a Tonj quanto in Italia per essere certo che non avremmo abbandonato i suoi poveri. Le ultime parole che ha consegnato ai volontari dell’associazione sono state: «Non sono più in grado di realizzare i miei sogni per Tonj ma vi prego di portarli avanti».

Grazie a lui, coinvolgendo poi amici e conoscenti, abbiamo iniziato a sognare lo sviluppo del piccolo dispensario che oggi è diventato, grazie all’aiuto di molte persone, un vero e proprio ospedale.

Come opera la tua fondazione?

Siamo un gruppo di una cinquantina di volontari. Tutti o quasi hanno avuto la possibilità di passare qualche mese a Tonj. Grazie al lavoro dei volontari, a mille e più attività di raccolta fondi, ma soprattutto grazie alla generosità della famiglia Pesenti, nel 2011 abbiamo messo mano al progetto che è terminato con la costruzione di questa struttura capace di offrire fino a 50 posti letto e servizi di ostetricia, pediatria, cura delle malattie infettive e tropicali, vaccinazioni…

Non riceviamo nessun finanziamento da governi o istituzioni. La collaborazione con alcune fondazioni come Missioni don Bosco e Fondazione Opera don Bosco, il lavoro dei volontari e la carità di tanta gente semplice che il più delle volte desidera rimanere anonima, ci ha permesso di fare tutto questo. Gestiamo l’ospedale e ne garantiamo il funzionamento grazie al lavoro di una ventina di persone tra medici, infermieri e tecnici. Il lavoro sanitario è coordinato dalle instancabili e preziosissime suore Missionarie di Maria Ausliatrice, quattro suore indiane che vivono e lavorano nel John Lee Memorial Hospital.

In questi anni, oltre alla costruzione e alla gestione dell’ospedale, insieme ai salesiani e alla popolazione di Tonj abbiamo potuto realizzare altri progetti. Abbiamo portato acqua potabile alla missione e all’ospedale attraverso lo scavo di alcuni pozzi e il posizionamento di un impianto di depurazione e potabilizzazione; abbiamo costruito la casa per i volontari capace di accogliere fino ad una quindicina di persone che intendono passare qualche mese o anno della loro vita ad aiutare questa popolazione. Tra i progetti anche quello dell’informatizzazione dei dati dei pazienti e la costruzione di un piccolo archivio con le principali informazioni mediche e sanitarie. È stata fatta molta formazione che ha permesso di poter impiegare personale locale, scelto il più delle volte tra le persone più povere o escluse o emarginate dalla società.

Chi sono i tuoi collaboratori?

I migliori collaboratori sono indubbiamente i giovani. Per scelta personale, ogni anno nei tre mesi estivi porto con me a Tonj almeno una decina di giovani dai 16 ai 25 anni, allievi o ex allievi del Centro di Formazione Professionale di Sesto San Giovanni nel quale lavoro come catechista e formatore. Loro, insieme ai volontari storici e a quelli un po’ più in là negli anni, garantiscono tutte quelle prestazioni di manutenzione ordinaria e straordinaria alla struttura e agli impianti. Ci sono poi volontari che con il loro lavoro in Italia garantiscono l’entrata dei fondi necessari a coprire le spese di gestione dell’ospedale. Ci sono medici, ostetriche, infermieri in pensione e non solo che decidono di passare parte del loro tempo a Tonj a fianco del personale locale per formarlo e incoraggiarlo. Ci sono le signore anziane che confezionano vestitini e copertine per i neonati, chi organizza cene; c’è chi rinuncia a qualche euro perché l’opera possa continuare a garantire assistenza e farmaci. Grazie a Dio i collaboratori sono tanti e diversi nelle loro competenze e nel loro aiuto.

Quali sono le tue difficoltà?

A causa dell’emergenza sanitaria mondiale le difficoltà a reperire fondi sono aumentate. La nostra associazione raccoglieva soldi a partire da alcuni eventi come vendite di prodotti, cene solidali… Sempre per questo problema da febbraio nessuno dei volontari è riuscito a raggiungere Tonj e nessuno scenderà se non avremo segnali di miglioramento della situazione. I bisogni continuano ad essere tanti e i soldi troppo pochi ma non disperiamo. La Provvidenza che ha voluto quest’opera saprà mostrarci la strada da percorrere, ma soprattutto saprà toccare il cuore di tante persone buone e generose, come ha fatto fino ad oggi.

E i tuoi sogni?

Trasferirmi definitivamente a Tonj mi piacerebbe, ma allo stesso tempo credo che l’impegno e il lavoro da portare avanti in Italia per mantenere l’ospedale aperto e funzionante, in questo momento sia la priorità. Dovessi compilare una lista dei sogni scriverei così: 1) Ampliare la struttura per implementare il servizio dell’attuale laboratorio analisi da arricchire attraverso l’acquisto di nuovi macchinari e l’assunzione di ulteriore personale; 2) Assumere un altro medico chirurgo e un anestesista per poter iniziare a far funzionare a pieno regime la piccola sala operatoria; 3) ogni anno garantire almeno una nuova borsa di studio perché almeno un ragazzo o una ragazza della scuola superiore salesiana possa continuare gli studi presso l’Università di Juba e poi lavorare presso il John Lee Memorial Hospital portando le proprie conoscenze e competenze; 4) Un nuovo impianto fotovoltaico capace di fornire maggiore energia all’ospedale; 5) Una casa capace di accogliere e dare ospitalità ai dipendenti dell’ospedale, quelli più poveri, e alle loro famiglie; 6) Una clinica mobile per poter organizzare visite e interventi sanitari presso i lebbrosari … e poi la pace per un Paese che ormai mi ha rubato il cuore.    

Notizie su chi siamo e cosa facciamo le si possono reperire sul sito www.tonjproject.com
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