BS Febbraio
2024

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

GIANNI CAPUTA

Don Mario Rosin

Morto martire il 23 giugno 1937 a Betgemal (Israele)

Mario Rosin era nato l’8 novembre 1875 a Tomazic, vicino Trieste e da ragazzo entrò nell’oratorio di don Bosco a Valdocco. Emise la professione perpetua a Torino nel dicembre 1891, e quello stesso mese giungeva per il tirocinio a Cremisan, il 4 giugno 1898 ricevette l’ordinazione sacerdotale a Gerusalemme. Avendo appreso molto bene la lingua araba, gli furono assegnati compiti di responsabilità nelle case di Betlemme (prefetto nel 1904), maestro degli ascritti (Cremisan 1905), e di nuovo prefetto a Betlemme (1906-1907); ben presto fu anche nominato consigliere ispettoriale.

Nel 1907 è direttore a Nazaret e anche in quel particolare ambiente francofono fa molto bene. Tornò come direttore a Betlemme.Durante la prima guerra mondiale la casa di Betlemme fu colpita da drammatici avvenimenti: 700 soldati Turchi e Austriaci la occuparono e partendo, portarono via tutto dai laboratori, dormitori, aule… (1916). In quegli anni terribili, si attivò per non far mancare il necessario a confratelli e orfani; e un giorno, proprio mentre con il coadiutore Zanchetta si recava a Betgemal per fare rifornimento di farina, fu arrestato dai soldati turchi (perché “persona ostile, sconfinata in zona nemica”) e il 5 dicembre 1917 condannato e tradotto in esilio a Keskin in Anatolia. Al suo rientro, il visitatore canonico don Ricaldone lo ristabilì nella sua carica di direttore a Betlemme.

Sempre e dappertutto la sua condotta come religioso fu esemplare: di grande spirito di fede e pietà; povero e mortificato al massimo (veglie, digiuni, non dormì mai su un letto, portava il cilicio). Per questo, quando nel 1929 i superiori decisero di aprire lo studentato teologico a Betlemme, conoscendo le sue virtù, gli chiesero di fare da direttore anche dei chierici e dei professori, oltre che dei confratelli addetti all’orfanotrofio. Accettò questo supplementare carico di responsabilità mosso dal senso del dovere e lo svolse con grande sacrificio; ma al termine del secondo anno, resosi conto di non potersi dedicare alla formazione dei chierici come avrebbe voluto, chiese di essere esonerato, pur rimanendo direttore dell’orfanotrofio fino al 1935. All’inizio del nuovo anno comunitario 1935-36 fu nominato prefetto di Betgemal e l’anno seguente direttore, proprio nel periodo più turbolento.

La sera del 17 giugno una banda armata, dopo aver tagliato i fili del telefono, irruppe in casa e pretese dal direttore don Mario Rosin l’esorbitante somma di 100 lire palestinesi. Non ricevendole perché in cassa vi erano solo poche piastre, lo bastonarono violentemente. Anche i confratelli e i laici accorsi a difenderlo presero una dose abbondante di percosse. Eccetto il Venerabile santo Srugi che “fu tra i primi a portare il suo vestito nuovo e il piccolo gruzzolo raccolto nella giornata al mulino e all’ambulatorio. Al suo passaggio, il gruppo dei ribelli si irrigidì sull’attenti al comando del capo: Giovanotti, questo è mu’allem Srugi, fategli il saluto militare per rispetto”. Dopo aver preso viveri, vestiti e calzature, i rivoluzionari se ne andarono, ma ripetendo chiare minacce di morte nei confronti di don Rosin, che accusavano d’aver fatto installare il collegamento telefonico tra la casa e la stazione di polizia di Artuf per trasmettere informazioni circa i loro spostamenti. Venne consigliato a don Rosin di ritirarsi temporaneamente a Betlemme, ma egli declinò, dicendo che il suo dovere di padre non gli permetteva di abbandonare i figli in quei frangenti.

II pomeriggio del 23 giugno, vigilia della solennità del Sacro Cuore, volle recarsi nel vicino Deir Rafat per l’abituale ministero delle confessioni alle suore. Sulla via del ritorno sconosciuti armati gli tesero un agguato, lo disarcionarono dalla cavallina, e dopo averlo accusato di aver fatto arrestare il loro capobanda, lo assassinarono.

Il corpo di don Rosin venne ritrovato il giorno dopo sotto un cumulo di pietre con le braccia allargate in forma di croce: il cranio era fracassato da una pallottola, la mano stringeva brandelli della corona del rosario.

Per chi lo conosceva bene non vi erano dubbi: don Rosin aveva pagato con il martirio il suo amore per la giustizia e il dovere; anzi qualcuno ritenne che fosse stato ucciso in odium fidei”.

Qualche tempo dopo il delitto, uno dei presunti responsabili, ferito in uno scontro a fuoco e braccato, cercò rifugio nottetempo proprio nell’ambulatorio di Betgemal. Simone lo fece entrare, lo curò e lo lasciò andare, mentre suor Tersilla protestava: “Consegniamolo ai soldati Inglesi. Ha ucciso il nostro direttore!”. Dello stesso parere erano i confratelli che nei giorni seguenti fecero pesantemente sentire a Simone il loro disappunto. Egli rispose all’una e agli altri con queste frasi, riportate da vari testimoni con leggere varianti: “Se ha commesso del male, se la vedrà lui con Dio. D’altra parte i soldati sono sulle sue tracce e non tarderanno a prenderlo. Ma noi dobbiamo sempre fare del bene a tutti. Preghiamo per lui e per i suoi compagni. Gesù non ci ha forse insegnato a perdonare i nemici? E don Rosin non ha sempre perdonato? Può darsi che questi tali, vedendo che noi li perdoniamo, si sentano toccati a cambiare vita”.

A Betgemal, i salesiani conservano amorevolmente la tomba di Santo Stefano, primo martire di Cristo che morì perdonando i suoi uccisori.

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