IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE
Marina Lomunno
Don Luigi Ricchiardi
Morto a Guayaquil (Ecuador) il 21 aprile 2025, a 93 anni. Una vocazione dedicata a Gesù e al servizio degli altri, fino all’ultimo respiro.
Don Luigi Ricchiardi, classe 1932, salesiano torinese, è stato parroco a Maria Ausiliatrice dal novembre 1968 al settembre 1975. Inviato missionario nelle opere salesiane in Ecuador là è stato Vicario ispettoriale per 6 anni, responsabile nazionale della catechesi e insegnante di Teologia. Dopo l’esperienza di parroco nelle periferie di Quito, Guayaquil e Cuenca, per otto anni ha vissuto tra gli indigeni delle Ande a 3600 metri. Infine è stato rettore del Santuario mariano salesiano del Guayco intitolato a Mama Naty (la Madonna della Natività nella lingua locale) nella Provincia del Bolivar, nell’Ecuador centrale.
Dotato di un carattere felice, ottimista ed empatico si lasciò guidare sempre dalla Provvidenza, come don Bosco: «Capisco adesso, più di prima, che Dio è, come dice papa Francesco, il Dio delle sorprese. Nel 1968 inaspettatamente l’Ispettore mi fa la proposta di andare ad accompagnare per tre mesi un gruppo di ragazzi e ragazze volontarie, nel Mato Grosso, in Brasile. Nel periodo trascorso in quella missione, sentii che il Signore mi chiamava a offrirmi per essere missionario per tutta la vita, non solo per tre mesi! Le cose si complicano, quando, ritornando a Torino, il Rettor Maggiore di allora, don Luigi Ricceri, mi chiede di fare il parroco di Maria Ausiliatrice. Proprio non me l’aspettavo! Don Ricceri mi disse: “Gigi, abbiamo terminato il Concilio Vaticano II: bisogna cambiare. Se metto un confratello anziano non cambia niente, metto te e tu vedrai ciò che puoi fare”… Ho iniziato la mia “avventura” di parroco a Maria Ausiliatrice, da una parte con l’ansia missionaria e, dall’altra, con il sogno e il timore di realizzare poco a poco le proposte rinnovatrici del Concilio.
Ho incontrato l’appoggio incondizionato dei superiori, dei confratelli che mi hanno accompagnato e della maggior parte della gente, specialmente dei giovani e dei poveri. Ho cercato di essere un pastore “con l’odore delle pecore” come dice oggi papa Francesco. Più vicino possibile alla gente (in modo speciale agli immigrati), mi sono appoggiato molto all’oratorio e alla collaborazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice. La lettera pastorale del cardinal Pellegrino, “Camminare insieme”, mi aiutò moltissimo. Cercavamo di programmare le diverse attività insieme al Consiglio pastorale, preparavamo insieme ai laici la predica della domenica cercando di dare alle celebrazioni liturgiche un tono di incarnazione nella vita personale e sociale. La presenza nel Comitato di quartiere mi ha interrogato e mi ha aiutato a crescere come persona e come sacerdote religioso.
L’idea di partire per le missioni non mi aveva mai abbandonato, anzi era uno stimolo a vivere con coraggio la mia responsabilità pastorale. Nell’estate del 1975, a cento anni della prima spedizione missionaria di don Bosco, don Ricceri mi dà il “semaforo verde” per partire per l’Ecuador. Un momento di gioia perché vedevo realizzato il mio sogno missionario ma anche di sofferenza per dover lasciare tante persone e tante iniziative che avevano riempito la mia vita per sette anni, nonostante i miei errori e le mie mancanze. Cercai di far sentire alla gente della parrocchia che erano loro che mi mandavano in missione: “Con don Gigi la parrocchia di Maria Ausiliatrice si faceva missionaria!”».
Perché in Ecuador? «Quella destinazione non è stata una scelta mia: l’ho accettata con gioia anche se non conoscevo nulla di questa realtà. Ma ero cosciente che era il Signore che mi chiamava a vivere la mia vocazione salesiana e sacerdotale in un nuovo contesto e ho cercato sin dall’inizio di incarnarmi totalmente nel nuovo mondo, specialmente nei più poveri e nei giovani. Mi sono sentito felice e realizzato come sacerdote e come salesiano nella missione con la gente delle campagne, nei sobborghi di Quito, Guayaquil e Cuenca, fra gli indigeni delle Ande, con i ragazzi di strada, con i giovani che si preparavano alla vita salesiana e sacerdotale. Ho sentito sempre la responsabilità di fare presente almeno un poco di don Bosco, visto che mi aveva voluto per sette anni a suo fianco a Valdocco. Farlo presente con la vicinanza alla gente, con un tratto affettuoso e spontaneo, con un ottimismo sognatore. C’è qui tanta gente, specialmente giovani, che mi chiamano non solo “papà”, ma anche “nonno”.
Purtroppo anche da noi non manca il rischio della droga, della violenza, dell’edonismo… È forte per molti la tentazione della vita facile e comoda, della ricerca del benessere personale, del vivere come i ricchi…
Con occhi salesiani, credo di veder in loro la speranza e la possibilità di lottare per il mondo nuovo che vuole Dio, anche se esternamente non sempre la manifestano. L’educazione e la nostra proposta del Vangelo possono e debbono aiutare a farli crescere in questa prospettiva.
L’ultima benedizione di don Bosco, sul letto di morte, è stata per l’Ecuador. È una benedizione che ci fa sentire la responsabilità di fare presente nella vita quotidiana di coloro che formiamo che sono parte della famiglia salesiana, e nelle nostre scelte concrete in questi momenti non facili per il nostro Paese. La sfida non è soltanto di stare dalla parte dei poveri e dei giovani, ma anche e soprattutto di credere in loro, di credere che solo con loro e a partire da loro è possibile progettare e realizzare un Ecuador diverso come Dio lo vuole. È questo il senso della proposta del Rettor Maggiore: “Come don Bosco, con i giovani e per i giovani”, ed io aggiungerei ”con i poveri e per i poveri”».
Il suo funerale è stato un momento commovente e affollatissimo, perché anche dal Cielo sapesse che tutti gli volevano bene.
















