BS Ottobre
2026

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

Piergiorgio Placci

Don Guido Zanoni

Il sorriso di un pastore che ha restaurato muri e cuori

Il 9 ottobre 2024, nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Bologna si è celebrato l’ultimo atto terreno di un uomo che per 94 anni ha camminato con passo leggero e cuore ardente. Don Guido Zanoni è tornato alla “Casa del Padre” lasciando dietro di sé una scia di serenità, tipica di chi ha saputo fondere la profondità della psicologia con la verticalità del Vangelo. La sua eredità, lunga 75 anni di vita salesiana e 66 di sacerdozio, è un mosaico prezioso di ascolto, bellezza e dedizione eucaristica.

La storia di don Guido inizia a San Bonifacio, in provincia di Verona, il 16 ottobre 1929. Cresciuto in una famiglia che conobbe presto il dolore della perdita – il papà morì prematuramente – Guido trovò nella fede e nel carisma salesiano una nuova bussola. A soli 13 anni entrò nell’Istituto Missionario Salesiano di Bagnolo Piemonte, dando inizio a un legame indissolubile con la famiglia di don Bosco.

Nelle sue domande per l’ammissione al noviziato e poi per la professione perpetua, ricorreva un’espressione che sarebbe diventata il suo sigillo esistenziale: «La mia via è questa, vivere con don Bosco». Non era un’infatuazione giovanile, ma una “ferma volontà” e un “ardente desiderio” di servire il Signore attraverso quel metodo pedagogico fatto di amorevolezza e presenza. I suoi superiori, già durante la formazione, ne intuirono la tempra: un giovane buono, sereno, esemplare nella preghiera e dotato di un “carattere docile” ma con “ottime attitudini” per l’educazione.

Prima di essere il parroco che molti bolognesi hanno conosciuto, don Guido è stato un pioniere nel campo della psicologia religiosa, laureandosi in questa disciplina nel 1964. La sua non era una competenza accademica fine a se stessa, ma uno strumento per scendere nelle pieghe dell’animo umano. Il suo primo incarico lo portò ad Arese, in una sfida complessa: trasformare un riformatorio minorile dello Stato in un centro di accoglienza e recupero per ragazzi segnati dalla legge. Per tredici anni, don Guido fu lo psicologo di quei giovani “difficili”, imparando l’arte della pazienza e della speranza ostinata.

Nel 1977, la sua missione si spostò a Bologna, dove assunse la direzione del COSPES (Centro di Orientamento e Consulenza Psicopedagogica). Per diciannove anni, fino al 1996, don Guido divenne un punto di riferimento per migliaia di famiglie. In un’epoca di grandi cambiamenti sociali, aiutò genitori e figli adolescenti a districarsi nel labirinto delle scelte del futuro. Chi lo incontrava in quegli anni ricorda la sua capacità di mettere chiunque a proprio agio: ascoltava con una bontà che non era mai ingenuità, ma profonda comprensione del mistero umano.

Il 1° giugno 1996 segnò l’inizio di una nuova, intensa stagione: la nomina a Parroco del Sacro Cuore. Don Guido arrivò con la maturità dell’esperto d’anime e l’entusiasmo del pastore. Il suo programma fu chiaro sin da subito: curare la comunità attraverso due direttrici parallele, che lui chiamava il restauro dei “muri” e quello dei “cuori”. Il restauro materiale del Santuario non era per lui una questione di estetica, ma di dignità: rendere la “Casa del Signore” un luogo di accoglienza per ogni fedele. Sotto la sua guida, la chiesa cambiò volto. Si partì dall’illuminazione e dal consolidamento del tetto, provato dal traffico cittadino, per arrivare alla facciata e alla nuova scala di accesso. Ma l’impresa che restò nell’immaginario collettivo fu il restauro del cupolino del Santuario: per raggiungerlo fu necessario innalzare un ponteggio vertiginoso di 66 metri. Quel punto di luce, visibile da tutta Bologna, divenne per don Guido il simbolo di una Chiesa che vuole essere riferimento luminoso per la città.

La sua attenzione al bello lo portò a valorizzare tesori dimenticati: fece restaurare le stazioni della Via Crucis del maestro Antonio Mussner e l’artistica cancellata in ferro battuto della tomba del cardinal Svampa nella cripta. Anche la musica ebbe la sua parte, con il restauro del grande organo Tamburini e il raddoppio della consolle, per rendere la liturgia ancora più solenne e partecipata.

Tuttavia, don Guido sapeva che le pietre vive sono le persone. In occasione della Decennale eucaristica del 1997, scelse un motto che era una consegna di vita: «Mi sono donato per te». Per lui, il rapporto con i fratelli non doveva mai essere un’alternativa al rapporto con Dio, ma il suo naturale prolungamento.

Nel Grande Giubileo del 2000, don Guido lanciò una sfida coraggiosa: le “missioni al popolo”. Coinvolse una cinquantina di laici preparati che, insieme a religiosi e missionarie, contattarono tutte le famiglie della parrocchia. Da quell’esperienza nacquero i “centri d’ascolto” per la meditazione della Parola nelle case, un modo per portare il Vangelo fuori dalle mura del tempio. Parallelamente, potenziò la missione caritativa: la Caritas parrocchiale crebbe nella consapevolezza che la carità non è un’elemosina frettolosa, ma un “farsi carico” concreto delle necessità del fratello, a partire dai pasti giornalieri per i più bisognosi.

Anche quando, nel 2006, lasciò l’incarico di parroco, don Guido rimase un pilastro della comunità

salesiana bolognese. Gli ultimi quindici anni della sua vita sono stati una lezione silenziosa di serenità. Nonostante l’età avanzata, non ha mai smesso di essere “uno sprone” per i confratelli, non con i rimproveri, ma con l’esempio.

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