IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE
La comunità
Don Giuseppe Brocardo
Morto a Torino l’8 agosto 2002, a 78 anni

La famiglia di don Brocardo comprendeva altre due sorelle, Pinella e Irma, e due fratelli, Ettore e Pietro (quest’ultimo diventerà pure salesiano). Finite le scuole elementari, nel 1928 Giuseppe segue il fratello Pietro, già al IV anno di ginnasio nell’Istituto Salesiano di Benevagienna, nell’aspirantato che comunque costava gravi sacrifici al padre che faceva il cantoniere. Vista la buona condotta dei due fratelli, il direttore don Giuseppe Guala venne presto incontro finanziariamente.
Viene ordinato sacerdote il 10 luglio 1945, nella basilica di Maria Ausiliatrice. Da sacerdote don Brocardo (così sarà sempre chiamato da tutti) rimase nella casa di Valsalice, dove, oltre all’insegnamento di scienze naturali, chimica e geografia generale dal 1945 al 1998 – ricopre vari incarichi per diversi anni: responsabile della formazione spirituale (“catechista”), “consigliere” per la disciplina e delle attività degli interni prima e dei semiconvittori poi, attività che si aggiungevano alla cura dei laboratori scientifici e del museo di storia naturale. Non manca di insegnare scienze anche al liceo scientifico prima al San Giovannino e poi a Valsalice.
Era molto esigente, di poche parole (come sempre rimarrà), ma animato da spirito di fede per il bene degli allievi. Si faceva rispettare: la sua severità a scuola era tale che non ammetteva scuse da parte degli allievi: per questo non da tutti era apprezzato, ma in realtà egli dava molto alla scuola, preparando scrupolosamente le lezioni e i laboratori (memorabili le sue esperienze dì chimica), come testimoniano i suoi numerosi ex-allievi e anche gli appunti che ha conservato fino al termine della vita. I manoscritti rimasti certamente sono solo una parte di ciò che passò tra le sue mani. Egli, infatti, sapeva discernere ciò che è essenziale da ciò che non merita conservare, e soprattutto svolgeva il programma con precisione e con grande sicurezza e chiarezza espositiva. In biologia, era aperto alle teorie evoluzioniste, in una personale sintesi “concordista” con i dati biblici, secondo uno schema in voga negli anni Sessanta.
Difendeva le proprie idee scientifiche (e anche quelle politiche) con passione, rincrescendosi per la progressiva perdita di visibilità dei cattolici in politica.
Don Brocardo animava lo sport, specialmente il calcio, cui si interessò sempre (anche quando non se ne dovette più occupare come responsabile, con non celato tifo per la Juventus) convinto della necessità di una mens sana in corpore sano. Così pure animava le attività estive in montagna presso la residenza valdostana di Fiery, sopra Champoluc in val d’Ayas, alla scoperta della natura, di insetti, piante e soprattutto dei minerali, finché il direttore dell’Istituto don Ludovico Zanella nel 1967 gli affidò il compito di riallestire il museo, che era stato iniziato nel lontano 1878 per decisione dello stesso don Bosco. Solo da questo momento don Brocardo fu sollevato dall’incarico di “consigliere”. Nonostante gli impegni religiosi e di docente, don Brocardo riuscì in soli due anni a portare a termine un’impresa davvero complessa e delicata (come sa bene chi lavora in un museo), sapendo coinvolgere anche gli allievi nell’allestimento.
Don Brocardo trascorse il resto della sua vita nell’ampliare sempre più il museo, convinto di doverlo anzitutto al fondatore don Bosco, e confidando per questo nel suo aiuto.
Egli svolse ogni sua attività con spirito autenticamente salesiano nel più ampio intento di aiutare i giovani a scoprire e a meditare che quanto il Signore ha fatto nella natura è davvero molto bello e porta a Dio. A questo scopo don Brocardo aveva organizzato i giovani in vari gruppi naturalistici: botanico, entomologico, paleontologico e soprattutto nel Gruppo Mineralogico Valsalice, che esiste tuttora, e per qualche tempo si era dotato di un proprio notiziario. La collezione (anche se non è la prima per numero di pezzi) è attualmente la maggiore esposizione del genere in Piemonte, e tra le più importanti d’Italia.
Partecipava volentieri alla vita comunitaria, e ai vari appuntamenti anche con personali iniziative gastronomiche, come ad esempio la bagna cauda, divenuta un rito invernale della comunità.
L’essenzialità che caratterizzò la sua vita si rilevava ancora nella propria piccola cameretta, con pochi libri scelti e conservati anche per decenni, poche altre cose personali, e nessuna comodità. Egli visse la povertà anche nell’uso del tempo, degli strumenti di lavoro e nel non mostrare vanità nell’abbigliamento. Era particolarmente attento a non sprecare inutilmente l’acqua, la luce, la carta, e ad avere cura di ogni attrezzatura della casa, non solo di quelle del suo settore, come si conviene a persona coerente.
Anche dopo i cambiamenti epocali che hanno investito inevitabilmente anche il nostro Istituto, indubbiamente da don Brocardo traspariva una personalità d’altri tempi, ma egli sapeva guardare al futuro con fiducia nei giovani, adeguandosi ai cambiamenti ed apprezzando le novità che mettevano in risalto valori prima poco considerati. Cercava nel contempo di mantenere vivo il ricordo degli exallievi, in particolare di chi aveva sofferto o era morto in guerra e nei campi di concentramento.
Certamente la sua fede religiosa, mutuata da un ambiente di origine radicale nelle tradizioni, lo aiutò molto anche nella malattia, cui inizialmente stentò ad adattarsi, ma era anche convinto dell’inadeguatezza di fronte alla giustizia divina, tant’è che aveva disseminato tra il materiale raccolto e depositato in museo diversi bigliettini (sapendo benissimo che prima o poi qualcuno lo avrebbe preso in mano) con richiesta di aiuto di una preghiera di suffragio.


















