BS Febbraio
2026

MISSIONARI

Don Alphonse Owoudou (Consigliere Regionale Africa Centrale e Ovest)

Don Giovanni BOCCHI

Un missionario salesiano tra Italia e Camerun.

Nel maggio 2026 ricorrerà il decimo anniversario della morte di don Giovanni Bocchi, salesiano che ha dedicato quindici anni della sua vita alla missione in Camerun, lasciando un’impronta indelebile nella Chiesa locale e nella formazione di numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Come uno dei tanti giovani camerunensi che hanno beneficiato del suo ministero pastorale e del suo accompagnamento spirituale, sento il dovere di testimoniare l’impatto che questo missionario ha avuto sulla nostra Chiesa e sulla mia stessa vocazione.

Le radici garfagnine e la formazione salesiana

Giovanni Bocchi nacque l’8 marzo 1929 a Pugliano, frazione di Minucciano, nell’alta Garfagnana lucchese. A diciassette anni entrò nella congregazione salesiana.

Dall’11 settembre 1963 all’11 settembre 1966, don Bocchi ricoprì l’incarico di direttore della casa salesiana di Savona. Ma il suo ufficio era il cortile, la sua scrivania era il confessionale. Amava stare in mezzo ai ragazzi, che vedevano in lui un padre e un amico. Fu proprio in questi anni che iniziò a manifestarsi la sua particolare vocazione di confessore e direttore spirituale. Tra i suoi penitenti c’era Vera Grita, giovane maestra che sarebbe diventata Cooperatrice salesiana e la cui causa di beatificazione è oggi in corso. Don Bocchi la accompagnò nel suo cammino spirituale dal 1963, aiutandola a discernere la volontà di Dio.

Ma il suo cuore era sempre rivolto ai giovani, alla missione. Sentiva forte il desiderio di partire per le terre lontane. Nel 1982, partì per il Camerun, aveva già superato i cinquant’anni. Il 1° settembre 1982, arrivò in Camerun per fondare, insieme ai confratelli don Rizzato e don De Marchi, una nuova presenza salesiana a Ebolowa. La parrocchia affidata ai salesiani presentava dimensioni incredibili: abbracciava quasi tutta la città con 13 quartieri e includeva 5 piste per un totale di circa 160 km, lungo cui si trovavano oltre 40 villaggi, ciascuno con la propria cappella. Era un campo di lavoro sterminato, che i tre missionari affrontarono con dedizione straordinaria. Don Bocchi si gettò immediatamente nell’apprendimento della lingua locale, il Bulu, per comunicare efficacemente con la popolazione. Oltre al ministero parrocchiale, si impegnò nello sviluppo di opere educative e sociali che avrebbero cambiato il volto della missione. La scuola cattolica divenne rapidamente una delle più grandi del Sud de Camerun, con 1350 allievi delle primarie. Parallelamente, furono create opere di formazione professionale: una grandiosa falegnameria, seguita dalla meccanica auto e dalla riparazione audio-video. Aveva una visione integrale dell’educazione, che non si limitava all’istruzione ma comprendeva la formazione professionale e l’accompagnamento umano. La gente lo chiamava “Fata” (padre) e lo accoglieva con affetto.

L’incontro che cambiò la mia vita

È in questo contesto che avvenne il mio incontro personale con don Bocchi, un incontro che avrebbe cambiato il corso della mia vita. Frequentavo il seminario minore San Giovanni XXIII di Ebolowa, convinto di dover diventare sacerdote diocesano – mio padre era catechista formato dai missionari spiritani.

Don Bocchi veniva regolarmente nel nostro seminario come confessore. L’atteggiamento dei salesiani verso noi seminaristi risultava sorprendente rispetto alla distanza istituzionale a cui eravamo abituati. Non avevo mai visto sacerdoti così vicini ai giovani, così solidali, così paterni, così sorridenti, che si lasciavano avvicinare, toccare e sporcare dai bambini e dai giovani. Tutto iniziò con una partita di calcio tra noi seminaristi e i giovani del Centre des Jeunes Don Bosco. Fu in quell’occasione che vidi per la prima volta sacerdoti che giocavano con i ragazzi, che ridevano e scherzavano con naturalezza. Era uno stile pastorale che mi interrogava profondamente. Mio fratello minore Luc frequentava l’oratorio salesiano. Quando gli espressi la mia ammirazione per questo modo di essere preti, lui riferì a don Bocchi che desideravo diventare salesiano. Ma don Bocchi non si limitò a prenderne atto. Mi offrì le Memorie dell’Oratorio e una biografia di Domenico Savio: “Leggi, e poi ne parliamo.”

Non imponeva, ma proponeva; offriva strumenti di discernimento. Questo atteggiamento rivelava la sua profonda fiducia nella libertà della persona e nell’azione dello Spirito Santo. È vero anche che, essendo lui il mio confessore e amico di mio padre, poteva dire di conoscermi bene. La lettura di quei testi mi aprì un orizzonte completamente nuovo: quando scoprii la vita di don Bosco e del suo allievo Domenico Savio, compresi la ragione dell’atteggiamento che i salesiani mostravano verso di noi giovani.

Livorno e poi Yaoundé: il sogno del Santuario

Il 26 giugno 1990, don Bocchi rientrò temporaneamente in Italia. Dal 26 giugno 1990 al 26 giugno 1992 fu direttore della comunità salesiana di Livorno. Fu un periodo di riposo necessario dopo otto anni intensissimi in Africa, ma anche un tempo in cui mantenne vivi i contatti con la missione camerunense e si dedicò alla sensibilizzazione missionaria presso i benefattori toscani.

Il 1° settembre 1995 don Bocchi ritornò a Yaoundé-Mimboman, questa volta come vicario e poi come parroco. Si dedicò con passione all’animazione dell’oratorio di Mimboman, che divenne rapidamente un punto di riferimento per centinaia di ragazzi del quartiere e della città.

Il progetto più ambizioso fu l’ideazione di un Santuario dedicato a Maria Ausiliatrice, un’impresa audace che sembrava superare le forze umane. Ma don Bocchi vedeva la sete di Dio della gente, il desiderio di un luogo sacro. Il Santuario doveva essere un centro di irradiazione della fede, non solo un edificio. Coinvolse la comunità cristiana, cercò benefattori, mobilitò gli amici in Italia. Pur non riuscendo a vedere completata l’opera a causa del suo rientro per motivi di salute, gettò le basi per una realizzazione che altri, fino ad oggi, cercano di portare a termine. Per lui, Maria non era una devozione tra le tante, ma la madre, la guida, l’ispiratrice di tutta la sua vita di salesiano e di missionario. Aveva imparato da don Bosco a confidare in lei, a invocarla nei momenti di difficoltà.

Il ritorno definitivo in Italia e gli ultimi anni

Nel 1999, dopo quindici anni di intensa attività missionaria in Africa, fu costretto con grande dolore a lasciare la sua amata terra africana, affrontando questa nuova prova con la stessa fede e abbandono che aveva caratterizzato il suo ministero.

Quell’anno, l’11 luglio, rappresentò per entrambi una svolta radicale e definitiva. Proprio in quell’Oratorio e in quella parrocchia destinata a diventare futuro santuario, don Bocchi poté assistere alla mia ordinazione sacerdotale. Per lui era il compimento di una missione educativa: aveva scritto e presentato personalmente la mia candidatura al vescovo, secondo il rito liturgico, accompagnandomi dai tredici anni fino all’età adulta, trovandomi persino una famiglia adottiva in Franco e Carla Sommella a La Spezia, Vezzano Ligure.

Nel giorno dell’ordinazione sacerdotale, ero senza parole. Leggevo nei suoi occhi la stessa gioia che brillava in quelli dei miei genitori africani.

L’ultimo saluto

Gli ultimi anni furono segnati dalla malattia, che si aggravò progressivamente. Ma non perse mai la sua serenità. Continuò a pregare, a offrire, a benedire. Don Giovanni Bocchi si spense il 1° maggio 2016 a La Spezia, all’età di ottantasette anni.

Numerosi giovani, grazie al suo ministero, hanno abbracciato la vita sacerdotale o religiosa. Altri si sono impegnati come laici nella Chiesa e nella società. La mia stessa vocazione è frutto del suo accompagnamento. Oggi, come psicologo dell’educazione, predicatore e da qualche anno membro del Consiglio generale dei salesiani, porto avanti l’eredità di quel seme che lui ha piantato nel mio cuore di giovane seminarista incerto.

Ancora oggi, da noi in Camerun, molti bambini portano il nome “Jean Bocchi” in onore del missionario. Per le mamme africane, dare il nome di una persona ai propri figli è il riconoscimento più alto: significa che quella persona ha salvato la loro vita o quella delle loro famiglie. È un gesto che va oltre l’affetto, che testimonia una gratitudine profonda. Questi bambini sono la memoria vivente di un padre che ha amato senza riserve.

Don Bocchi ha saputo incarnare il carisma salesiano in terra africana, adattandolo al contesto locale senza tradirne l’essenza. Ha dimostrato la validità universale del Sistema Preventivo di don Bosco. Ha imparato la nostra lingua Bulu, ha compreso le dinamiche sociali, ha saputo farsi africano con gli africani senza perdere la sua identità di salesiano.

La sua eredità continua nelle opere che ha fondato, nelle vocazioni che ha suscitato, nei “Jean Bocchi” che portano il suo nome. Ma soprattutto continua nel metodo educativo che ha trasmesso e nell’amore per i giovani che ha testimoniato.

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