BS Maggio
2024

L'INVITATO

Lorenzo Cipolla e Cia Parat

Don Francesco Preite
«NON LI LASCIAMO SOLI»

Al raggiungimento della maggior età i ragazzi ospiti delle comunità per minori si trovano a doversela cavare da soli.
Ma al loro fianco c’è anche l’associazione Salesiani per il sociale, ispirata a don Bosco, che raduna organizzazioni di promozione sociale, volontariato, cooperative, enti ecclesiastici, e propone a questi giovani percorsi di inserimento professionale e lavorativo. Il presidente don Francesco Preite.

FRANCESCO PREITE

Laureato in Scienze Politiche, ha coordinato diversi progetti socio-educativi territoriali a Foggia, Brindisi, Caserta. Dal 2010 è stato a Bari: Incaricato dell’Oratorio (2010-2021), Coordinatore della Pastorale Giovanile salesiana in Puglia (2012-2015), Direttore dell’Istituto salesiano Redentore (2015-2021) e Direttore generale del CNOS-FAP Puglia (2017-2021), operando in un contesto di forte povertà educativa e dando vita ad un modello innovativo di welfare e sviluppo territoriale attraverso la valorizzazione del protagonismo giovanile, della formazione professionale e dei progetti educativi in collaborazione con ETS, scuole ed Istituzioni del territorio.

Dal 2021 è Presidente nazionale di Salesiani per il sociale, la rete sociale salesiana del Terzo Settore, comprendente oltre 100 associazioni ed ETS, ispirate a don Bosco ed al suo sistema educativo preventivo ed impegnate nella tutela dei minori, nell’inserimento sociale e lavorativo dei giovani, nel servizio civile universale, nell’accoglienza ed integrazione dei migranti e nella formazione degli educatori ed animatori sociali. Coordina le opere ed i servizi sociali salesiani in Italia ed è membro del Comitato di Ascolto di Fondazione con i Bambini, del Comitato Scientifico Save the Children “Non è un gioco. Indagine sul lavoro minorile in Italia 2023”. È membro supplente del Consiglio Nazionale Terzo Settore promosso dal Ministero delle Politiche Sociali e del Lavoro.

Si può presentare?

Sono nato a Potenza, 47 anni fa.
Le estati da piccolo le trascorrevo insieme con i miei genitori, mio fratello Antonio, amici, tra tornei di calcio sotto casa, il mare e le feste patronali di due ridenti cittadine al confine tra la Basilicata e la Campania che si affacciano sulla Valle dell’Ofanto: Pescopagano e Sant’Andrea di Conza. Qui vivevano i miei nonni paterni e materni, forti di quel senso di famiglia e di tenacia che nemmeno il terremoto degli anni 80 era riuscito ad abbattere. Appassionato della storia dei briganti lucani per quel senso di giustizia sociale e di dignità che accompagna e caratterizza i lucani e la Terra lucana, ho frequentato il Liceo Scientifico “G. Galilei” di Potenza, vivendo la vitalità e la spensieratezza degli anni 90 con gli amici tra sport e scampagnate in bici presso la montagna Sellata ma anche le ferite della Città come la scomparsa di Elisa Claps. A 15 anni fui particolarmente colpito dalla Strage mafiosa di Capaci e Via d’Amelio. Ricordo che con la professoressa di Italiano al Liceo, ne parlammo insieme ai compagni di classe per diversi giorni. Eravamo adolescenti scioccati dall’evento ma orgogliosamente ribelli alla violenza mafiosa e novelli paladini di giustizia.

Com’è nata la sua vocazione?

La mia vocazione nasce in Oratorio. Abitavo a 300 metri dall’Opera Salesiana San Giovanni Bosco di Potenza, ove ho frequentato l’Oratorio salesiano. Dopo i cammini di inazione cristiana mi allontanai dall’Oratorio ma tornai più tardi per il calcio. Infatti giocavo nella PGS don Bosco dell’Oratorio con grandi soddisfazioni. Durante un allenamento di calcio, un giovane animatore del tempo, Stefano Lorusso, mi presentò all’Incaricato dell’Oratorio, don Pino Ruppi, per propormi come preanimatore del gruppo preadolescenti. Così iniziai a frequentare l’Oratorio anche con la partecipazione al gruppo formativo Biennio, i cui animatori erano Giuliana Luongo (oggi Figlia di Maria Ausiliatrice e direttrice a Reggio Calabria) e Valerio Petrunti, salesiano Cooperatore di Potenza. Ho scoperto che cosa significa il servizio educativo per i più piccoli attraverso la formazione per animatori ed animando il gruppo preadolescenti e coordinando gli animatori del gruppo giochi durante la “Savio Estate”. L’Oratorio è stato il luogo vocazionale: un ambiente bello, ricco di proposte e di giovani, ben curato ed accompagnato da don Pino Ruppi. L’Oratorio di Potenza tra gli anni 1990 e 1996 era una fucina di idee, proposte, attività, gruppi, laboratori educativi… che mi ha coinvolto così tanto da pensare alla scelta vocazionale salesiana. La testimonianza del servizio della Comunità educativa di Potenza credo che abbia giocato un ruolo fondamentale per il discernimento della scelta vocazionale. La preghiera e la figura di Gesù Cristo hanno fatto il resto… con il suo messaggio di amore rivoluzionario, di passione fino alla fine, di speranza oltre ogni sofferenza e morte.

Perché proprio salesiano?

La missione salesiana è troppo affascinante per resisterle. Non potrei essere prete se non prete salesiano per la storia di don Bosco ed il carattere educativo e di attenzione ai giovani più poveri proprio della missione salesiana. La conferma l’ho ricevuta più volte durante il tirocinio. A Brindisi, ricordo che un ragazzo era entrato in Oratorio con un coltello a serramanico. Non aveva buone intenzioni. Lo conoscevo bene, andai a parlagli con calma raccontandogli la storia di Michele Magone. Scoppiò in lacrime e mi consegnò il coltello. Avevano da poco arrestato suo padre per spaccio. Lo abbracciai e capii la grandezza della vocazione salesiana.

Qual è la sua soddisfazione più grande?

Dio è stato buono con me, perché mi permette di vedere cose realizzate che pensavo impossibili. È stato così con tanti ragazzi che ho incontrato per strada in grave difficoltà ed ora hanno messo su famiglia e trovato un lavoro. Ed è così ora, perché con i progetti che sosteniamo con Salesiani per il sociale riusciamo a strappare ragazzi e ragazze dalla strada ed a restituire dignità e speranza attraverso la cura educativa e l’inserimento sociale e lavorativo.

Quali sono le difficoltà del suo lavoro?

Le difficoltà sono diverse su più fronti, ma non mi spaventano. Certamente tenere insieme l’Italia salesiana anche nel campo sociale è una bella impresa. Ma devo dire che le difficoltà aiutano a comprendere la grandezza della missione salesiana che presenta diversi approcci alla questione sociale a seconda dei territori e dei bisogni dei giovani.

Quanti sono i minori che ospitate nella vostra rete?

“In media, ogni anno accogliamo oltre 1300 ragazzi in difficoltà: circa 300 ragazzi e ragazze nelle strutture residenziali, di cui il 25% in procinto di compiere 18 anni; e circa mille ragazzi e ragazze in quelle semiresidenziali, stessa percentuale per ‘i quasi maggiorenni’. Questi numeri fotografano la situazione attuale, ma sono soggetti a cambiamento perché i flussi in entrata e in uscita dalle strutture sono mutevoli e dipendono da molteplici fattori non sempre prevedibili. Di questo numero complessivo, circa un quarto è rappresentato da minori o neo maggiorenni stranieri non accompagnati”.

Com’è stata la situazione nelle comunità per minori con il Covid nel post-pandemia?

“Questi ultimi anni sono stati particolarmente difficili per i più giovani. Noi lavoriamo con e per loro da decenni, e dalla pandemia in poi abbiamo notato un aumento del disagio, delle difficoltà che investono i ragazzi in molti aspetti della loro vita: lavorativo, relazionale, psicologico. Oggi più che mai hanno bisogno che stiamo loro accanto, aiutandoli a costruire la propria strada”.

Come cambia la condizione dei giovani nelle comunità per minori quando diventano maggiorenni?

“I ragazzi che al raggiungimento della maggior età escono dai sistemi di tutela per minori, in inglese care leavers, devono aggiungere il peso di dover essere totalmente autonomi alla già difficile situazione che i giovani stanno vivendo in questo periodo. Secondo il rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile, infatti, negli ultimi anni i giovani tra i 14 e i 24 anni hanno visto peggiorare il 43% degli indicatori considerati. Autonomia per questi ragazzi significa in primo luogo avere un lavoro, che non è scontato in un Paese in cui la disoccupazione giovanile è al 20,1% (seppur in miglioramento rispetto al passato) e il fenomeno dei Neet (giovani che non studiano e non lavorano) registra numeri che sono tra i più alti in tutta Europa”.

Come rendere autonomi i care leavers?

“Un proverbio africano dice che per educare un bambino ci vuole un villaggio. Per rendere autonomi i care leavers c’è bisogno di una rete fatta di persone, associazioni, istituzioni, imprese che mettano la persona del giovane più fragile al centro della loro azione. Abbiamo provato a fare questo con il programma nazionale ‘Officine Don Bosco’. L’idea è quella di accogliere, accompagnare, formare i care leavers includendoli nelle nostre Comunità educative pastorali, anche attraverso il supporto psicologico ed educativo, ed accompagnandoli nel percorso di formazione professionale coinvolgendo le imprese del territorio, attraverso l’orientamento al lavoro, tirocini lavorativi e possibilità di assunzione. L’inserimento professionale e lavorativo costituisce uno snodo decisivo nel percorso di inclusione sociale e il possibile avvio di un percorso di autonomia personale dopo l’uscita dal sistema di protezione e dell’assistenza. L’accompagnamento concreto verso l’autonomia permette a questi ragazzi di avere un mestiere in mano che permette loro di trovarsi una casa, poter pagare un affitto e vivere una vita normale, per guardare al futuro con speranza”.

Nei casi in cui non abbiano una casa dove tornare o andare, sperimentate forme di co-housing?

“La nostra proposta ‘Officine Don Bosco’ prevede l’accompagnamento dei neomaggiorenni verso l’autonomia, non solo professionale ed economica ma anche abitativa. Per questo, nella nostra rete abbiamo dieci strutture di housing sociale”.

Ci può illustrare i progetti per l’inserimento lavorativo e professionale?

“Una delle nostre aree di intervento è proprio l’inserimento sociale e lavorativo dei giovani. Lo scorso anno, abbiamo attuato quattro progetti con un investimento di quasi 40mila euro per finanziarli. Uno è stato l’accordo con Samsung Electronics Italia per permettere a due giovani di Messina di partecipare a una formazione per ottenere il patentino F-GAS nell’ambito della refrigerazione/condizionamento. A Palermo, il progetto ‘Neet: Nuove energie educative territoriali’ prevede l’avvio di laboratori in collaborazione con il centro di formazione professionale locale negli ambiti della refrigerazione/condizionatori e saldatura elettrica. A Bari partirà a breve l’Accademia della ristorazione nel quartiere Libertà, uno dei più difficili della città dove sono presenti i Salesiani e prevede l’attivazione di corsi nell’arte della ristorazione per 50 giovani Neet. A Vallecrosia, in Liguria, infine, altri 50 giovani sono coinvolti nei laboratori di formazione promossi dalle categorie d’impresa”.

Quali sono i servizi di supporto per i care leavers da implementare?

“Certamente l’accompagnamento educativo ed il supporto psicologico non si possono interrompere al compimento del diciottesimo anno ma gradualmente. È poi indispensabile accompagnare il giovane nel percorso di formazione e di orientamento al lavoro, come del resto faceva don Bosco”.

Come sogna il futuro suo e della Congregazione?

Sogno una Congregazione sempre più al passo con i tempi e capace di costruire Comunità Educative Pastorali fatte di salesiani e laici insieme al servizio dei giovani più poveri.
Una Congregazione attenta alla giustizia sociale ed alla pace, che non si chiude in se stessa ma che accetta la sfida di essere in uscita ed in rete con altre realtà, istituzioni ed associazioni, interessate al bene dei giovani. Qui sogno il mio futuro.

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