BS Gennaio
2024

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

MARCO BONATTI

Don Paolo Carlotti

Direttore editoriale della SEI per oltre 20 anni, morto a Torino iI 13 novembre 1988, a 67 anni.

Don Francesco Meotto è stato direttore editoriale della SEI e delegato arcivescovile per le Comunicazioni Sociali della diocesi di Torino. Dopo 35 anni il suo ricordo è ancora ben vivo, anche perché le tracce che ha lasciato hanno dato forma, in questo periodo, al rapporto tra Chiesa e mass media a Torino.

Dopo di lui la Chiesa torinese ha continuato ad appoggiarsi ai Salesiani per il lavoro di comunicazione, a stretto contatto con l’arcivescovo: il compianto don Gianni Sangalli in passato e don Livio Demarie tuttora sono «salesiani a servizio della diocesi». Chiamato dal cardinale Ballestrero nel 1981, don Meotto cercò non solo di «mettere ordine» nei vari servizi di informazione e comunicazione della diocesi (giornali, radio, tv…) ma di «dare un’anima», un’identità culturale che permettesse alla Chiesa di Torino di porsi come interlocutore riconosciuto anche nel sistema «laico» dei mass media. In questo il programma di don Meotto si accompagnava perfettamente a quello di maggior respiro che l’arcivescovo Ballestrero coltivò nei suoi anni torinesi e di presidenza Cei e che si riassume nella parola «riconciliazione».

Riconciliazione era una parola chiave anche per don Meotto, che la praticò nel suo lavoro di editore fin da quando fu chiamato, dai superiori della Società Salesiana, alla direzione della rivista «Meridiano 12» e poi alla SEI, negli anni ’60. «Bisogna riempire la testa – scriveva – di grandi pensieri, di profonde intuizioni tratte dalla realtà minuta che ti circonda: libri, breviario, colloqui, tv, cinema, giornali: niente è stupido o superficiale se ti accosti a loro per assorbire l’intelligenza profonda che guida molti di coloro che scrivono». Come editore don Meotto fu un rivoluzionario geniale. Molti ricorderanno il successo mondiale di «Ipotesi su Gesù» (1976), il libro di Vittorio Messori nato come indagine «laica» sulla figura del Cristo. Tradotto in 22 lingue, il volume ha venduto più di un milione di copie in Italia. Negli stessi anni uscirono titoli come «Viaggio intorno all’uomo» di Sergio Zavoli; «Testimone del tempo» di Enzo Biagi; «La forza di amare» di Martin Luther King… tutti pubblicati dalla SEI. Don Meotto fiutava i tempi nuovi, e il nuovo pubblico – i giovani della generazione del Concilio e del Sessantotto, quelli che cercavano il senso e volevano risposte. A fianco delle collane paludate don Meotto inventò per la SEI la «Varia», in cui faceva confluire i titoli delle esperienze pastorali e teologiche francesi, come i grandi libri di Michel Quoist per gli adolescenti (e gli educatori di adolescenti).

È stato uomo di comunicazione, aperto, curioso di tutto, disponibile al dialogo, rispettoso delle persone e dei valori, pronto a mediare, ma senza compromessi. Voleva bene con discrezione alle persone con cui lavorava. Era un grande organizzatore ma non un funzionario. Era un uomo trasparente ed attento a quello che incontrava. Sapeva essere amico con tanti piccoli gesti.

Coltivava sogni, inventava prospettive, ma ne ricercava poi con concretezza e tenacia la realizzazione secondo quanto la realtà gli suggeriva. Aveva il senso del limite, non dando nulla per scontato; accoglieva il dubbio, vedeva nell’incertezza stessa, nella ricerca una forza positiva. Sapeva che la verità non si possiede mai totalmente ma se ne può essere soltanto posseduti. I brani tratti dalle riflessioni stese negli ultimi due anni di vita mostrano interiorità profonda e il saldo ancorarsi in alcune certezze di base, poche perché tutto il resto va sempre giocato nella vita che è sfida sempre nuova. La sua fede era schiva, non esteriore, gridata però nell’intimo a tu per tu con Dio, cui chiedeva il perché delle cose coinvolgendolo nella ricerca di senso, come l’ormeggio cui ancorarsi. Aveva bisogno di questo mare accogliente che gli dava sicurezza, mantenendolo sereno anche nei momenti più turbinosi e difficili.

Non era un genio solitario: impiegava molto tempo e molte energie a suscitare e valorizzare collaboratori che fossero capaci di «scoprire i segni dei tempi», dentro e fuori la Chiesa. A lui si deve anche l’invenzione del Premio Grinzane Cavour, per anni il più prestigioso terreno di confronto tra editori, critici, giovani e mondo della scuola.

Ai Giornali Cattolici don Meotto fece un altro regalo, Margherita. Sua sorella nubile venne, da pensionata, come volontaria ai giornali: per accogliere le persone, riordinare le raccolte, supportare le impiegate nella promozione delle testate… Fu per anni una presenza preziosa: il suo sorriso, il suo silenzio bastavano per smorzare e frenare gli eccessi verbali dei giornalisti e i pettegolezzi che, in qualunque giornale, sono considerati parte integrante del lavoro di redazione. Anche dopo anni, quando si parlava (e a chi scrive accadeva spesso) di suo fratello gli occhi di Margherita si illuminavano, di lacrime e di un ricordo dolcissimo. Forse valeva anche per lei quel che don Meotto scriveva nel suo diario: «Accetto questo morire – o, diciamo, questa nuova prova della vita – come un nuovo lavoro: tra gli impegni che ho svolto non c’è questo. Con le soddisfazioni, le difficoltà, i problemi che accompagnano tutti i lavori. C’è un obiettivo da raggiungere: arrivare al Padre con un amore ogni giorno più grande».

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