DALLA TERRA AL CIELO
Ans
Don Francesco e Alberto NELL’ABBRACCIO DI DIO

Don Francesco Andreoli, sacerdote salesiano di 36 anni – ritenuto nella comunità l’anima dell’oratorio salesiano di Schio –, e l’animatore sedicenne Alberto Fioretto sono morti nella mattinata di giovedì 25 giugno 2026 in un incidente stradale.
Una folla immensa, composta e profondamente commossa, ha riempito il PalaRomare e il piazzale esterno venerdì 3 luglio 2026 per dare l’ultimo saluto a don Francesco Andreoli, sacerdote salesiano, e ad Alberto Fioretto, giovane animatore dell’oratorio, morti il 25 giugno 2026 nel tragico incidente sulla Superstrada Pedemontana Veneta. Oltre cinquemila persone, giovani, famiglie, confratelli, cittadini, autorità civili e religiose, hanno testimoniato con la loro presenza quanto profondo fosse il legame che univa questi due figli alla comunità di Schio.
Don Francesco, che avrebbe compiuto 37 anni il 15 luglio, era in viaggio verso il parco divertimenti “Gardaland” con alcuni ragazzi dell’oratorio. Con lui c’era Alberto, sedicenne, animatore del Grest e atleta della Novatletica Città di Schio. Uniti nel servizio e nell’amicizia, sono rimasti uniti fino all’ultimo istante della loro vita terrena.
Una comunità ferita che diventa preghiera
Le esequie congiunte di don Francesco e Alberto sono state presiedute dal Rettor Maggiore dei Salesiani, don Fabio Attard, XI Successore di don Bosco, che ha voluto essere personalmente presente per condividere il dolore della comunità. Nell’introduzione, il direttore dell’opera salesiana di Schio, don Ivan Ghidina, ha espresso il sentimento comune: «Una cosa ci accomuna tutti: l’amore che abbiamo per questi nostri fratelli e l’amore che loro ci hanno donato», salutando le famiglie, i giovani, le autorità civili e i confratelli giunti anche da lontano.
Nel suo messaggio iniziale, don Fabio Attard ha allargato lo sguardo oltre i confini di Schio. «Alle 00.05 ore italiane – ha ricordato – un terribile terremoto ha messo in ginocchio un intero Paese, il Venezuela. Poche ore dopo, un terribile incidente nella galleria di Malo ha spezzato la vita dei nostri cari Alberto e don Francesco». Due drammi lontani, uniti dal mistero del dolore umano.
Il Rettor Maggiore ha dato voce allo smarrimento vissuto in questi giorni: «Dolore e rabbia, luce e speranza abbiamo vissuto in questi lunghi giorni di lacrime e sorrisi, di silenzio che interroga la vita e chiama in causa la fede». Ha ricordato per nome le mamme e i papà, le sorelle e il fratello, riconoscendo che il dolore più grande abita anzitutto nelle loro case.
Facendosi messaggero della partecipazione fraterna dell’Ispettoria del Venezuela, ha sottolineato come tutta la Congregazione Salesiana – confratelli, laici e giovani – si sia stretta attorno a Schio. Poi l’invito semplice e potente: «Uniamo i nostri cuori per ringraziare il Signore della Vita, del grande dono di Alberto e di don Francesco, del loro sorriso, della loro gioia, della loro bontà».
Non solo lutto, dunque, ma gratitudine. Non solo lacrime, ma fede nella promessa: «Preghiamo l’Eterno Padre affinché possiamo un giorno incontrarli di nuovo, lì dove nessun dolore potrà raggiungerci e nessuno potrà più separarci».
L’omelia: lacrime, consolazione e risurrezione
Il momento centrale delle esequie è stato l’annuncio del Vangelo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11). L’omelia, affidata a don Enrico Gaetan secondo il desiderio espresso da don Francesco, non ha evitato le domande che attraversano il dolore: «Signore, se tu fossi stato qui…». Domande che abitano il cuore di una città ferita.
Ricordando che anche Gesù «scoppiò in pianto» davanti alla tomba dell’amico, ha sottolineato che Dio non è distante dal nostro dolore, ma lo condivide. «Abbiamo bisogno della consolazione di Dio», una consolazione che non cancella le lacrime, ma le illumina di speranza.
Poi l’appello che ha attraversato il palazzetto: «Lazzaro, vieni fuori!». Un invito rivolto soprattutto ai giovani a non restare prigionieri del sepolcro della tristezza, ma a trasformare il dolore in amore. Perché – ha ricordato – quando ci sentiamo voluti bene risorgiamo, e quando vogliamo bene a qualcuno lo facciamo risorgere.
Ha ricordato don Francesco come «pastore con l’odore delle pecore», sacerdote che ha spezzato il Pane e ha spezzato la propria vita per i giovani; e Alberto come perla preziosa cresciuta nel campo dell’oratorio. La loro morte insieme custodisce un mistero doloroso ma anche una testimonianza luminosa: una vita condivisa fino in fondo, nel segno del dono.
Una gratitudine che diventa comunione
Dopo la Comunione, l’Ispettore dell’ispettoria Salesiana dell’Italia Nord-Est, don Silvio Zanchetta, ha espresso, a nome dei familiari e di tutta la Famiglia Salesiana, un grazie profondo e sentito alle istituzioni civili, al Comune di Schio, alla Provincia, alla Regione, alle forze dell’ordine, alla Protezione Civile, alla Croce Rossa, ai volontari e a quanti hanno collaborato con generosità perché fosse possibile un saluto così partecipato e dignitoso.
Un ringraziamento che è diventato riconoscimento pubblico di una città capace di farsi famiglia. Nel momento della prova, Schio ha mostrato il suo volto più vero: unita, solidale, attenta, custode del bene seminato.
Le voci dei papà
Gli ultimi saluti a don Francesco e ad Alberto sono stati affidati alle parole dei loro rispettivi papà, in uno dei momenti più toccanti e carichi di commozione dell’intera celebrazione.
Il padre di Alberto, Andrea Fioretto, ha letto una lettera della professoressa del figlio, che lo ha ricordato «brillante e originale, entusiasta e curioso», capace di lasciare «una scia luminosa» in chi lo incontrava. Poi, mostrando le scarpe da ginnastica quasi nuove, ha confidato: «Ha vissuto poco, ma ha vissuto in fretta. Ha fatto tanta strada». E gli amici più cari hanno scritto: «Il nostro quartetto ora diventerà un trio, ma resterai sempre nei nostri cuori».
Il padre di don Francesco, Claudio Andreoli, ha descritto il figlio come «innamorato di Dio con il cuore di don Bosco», capace di un’allegria travolgente e di un abbraccio che disarmava. Citando il suo testamento spirituale – «Qui ho trovato casa. Qui voglio essere tutto tuo per loro» – ha invitato tutti a far “rotolare il macigno del dolore” e a continuare a correre, simbolicamente con le scarpe da ginnastica, verso gli altri: «Questo sarà il nostro vestito di Dio».
IL SORRISO DI DON FRANCESCO
Don Francesco Andreoli era prima di tutto un ragazzo cresciuto tra le strade e le relazioni di Borgo Santa Croce, a Verona, dove vive ancora la sua famiglia. Figlio di un medico di base con studio a Grezzana, circondato dall’affetto della mamma e dei fratelli Laura e Francesco, aveva costruito nel tempo un legame profondo con il quartiere e con la comunità parrocchiale che lo aveva visto crescere.
In quei luoghi aveva mosso i primi passi non solo come giovane, ma anche come educatore e futuro sacerdote, maturando quello spirito che avrebbe poi portato con sé in ogni esperienza.
Chi lo ha conosciuto lo descrive con tratti chiari e ricorrenti: solare, pieno di vita, carismatico. Secondo Francesca Finetto, animatrice veronese che ha lavorato con lui in parrocchia: «Francesco aveva lo spirito salesiano impresso nel Dna. Con la sua energia contagiava tutti e portava luce». Don Francesco incarnava pienamente il modello educativo salesiano: presenza viva tra i ragazzi, capacità di coinvolgere, attenzione sincera verso ogni persona. Era uno di quei sacerdoti capaci di entrare in relazione autentica, lasciando un segno profondo soprattutto nei più giovani.
“Don Francesco era una persona amata da tutti, un gran costruttore, un uomo al servizio della nostra comunità – ha dichiarato, da parte sua, il Consigliere della Regione Veneto, Carlo Cunegato –. Bambini, ragazzi, famiglie, invece di stare da soli davanti a Tik tok, stavano insieme. Crescevano nella presenza, nel dialogo, nella condivisione, vis à vis. Il sabato corsi di italiano per stranieri. Gruppi di incontri e relazioni, in un mondo di solitudini. Autenticità, in un mondo di apparenza e finzioni. Lo sport tutti i giorni, come palestra di vita. Lui c’era sempre. Infaticabile. Non ci resta che lavorare perché i semi che hanno piantato don Francesco, e questo ragazzo, continuino a germogliare e a donare i frutti di una comunità che, grazie a loro, poteva definirsi tale”.
Un’altra Consigliera Regionale, Chiara Luisetto, ha testimoniato ancora: “Ho conosciuto don Francesco poche settimane fa in occasione del torneo di calcio femminile della società ‘Concordia’ a Schio, e con la sua simpatia ed entusiasmo mi aveva subito coinvolta nei progetti estivi dell’oratorio: un giovane sacerdote pieno di amore per la sua comunità, soprattutto per i più giovani. Sono profondamente addolorata per questa duplice perdita, il mio pensiero va in queste ore a coloro che li hanno conosciuti e amati”.
E proprio le società sportive della cittadina veneta, accompagnate da vicino – per tifo e per impegno con i giovani – da don Andreoli, hanno ricordato sui social il salesiano con parole molto significative: “Don Francesco Andreoli era capace di lasciare il segno in chiunque lo conoscesse, a cominciare dai colleghi e i suoi amati bambini” ricorda la “Calcio Schio”.
Mentre la “Concordia Basket” ha condiviso: “Ci sono persone che lasciano il segno, tu lo hai fatto con la semplicità dei grandi. Oggi ci fermiamo in tanti, tantissimi, con una sensazione di vuoto. Caro Francesco, vogliamo ricordarti con il tuo sorriso, perché ogni volta che ci si incontrava, ci ricordava che non c’è niente di più bello che stare insieme, con i giovani e per i giovani”.
L’AMICIZIA DI ALBERTO
Alberto Fioretto aveva 16 anni ed era partito per Gardaland insieme a don Francesco Andreoli, per fargli compagnia durante il tragitto, con la prospettiva di vivere una giornata che doveva essere di svago per ragazzi e animatori del Grest dei Salesiani di Schio, arrivato alle ultime battute.
Una presenza discreta, quella del giovane, che oggi viene ricordata con dolore da chi lo conosceva nell’oratorio, ma anche nel mondo dello sport, che frequentava con passione. Studente dell’istituto Chilesotti di Thiene, Alberto era animatore del Grest già da qualche anno e atleta della Novatletica Città di Schio, società nella quale aveva trovato un ambiente di allenamento e amicizia. Praticava il mezzofondo, specialità che richiede costanza, resistenza e pazienza.
«Una vera disgrazia», il commento del presidente della Novatletica Schio, Paolo Rudella, ancora scosso dalla notizia. «Alberto era con noi da tantissimo tempo. Sicuramente un ragazzo molto solare, sempre positivo, con una gran voglia di migliorare se stesso. Negli allenamenti era uno di quelli che non mancavano mai». Parole che restituiscono il ritratto di un ragazzo presente, affidabile e appassionato, uno su cui si poteva contare, insomma.
Metteva a disposizione il suo tempo anche per i più piccoli, come animatore del Grest.
Alberto lascia nella disperazione la mamma Mary, insegnante, il papà Andrea e la sorella Maddalena.
















