LA NOSTRA STORIA

Ferruccio Palavera

Don Enrico Pozzoli

«Jorge Mario, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo»: quando il salesiano don Enrico Pozzoli pronunciò queste parole, mai avrebbe immaginato che quel neonato un giorno sarebbe diventato Papa, con il nome di Francesco. Era il Natale del 1936, nella Basilica di Maria Ausiliatrice a Buenos Aires.

Il piccolo nacque in casa, a Buenos Aires, la sera del 17 dicembre 1936, in un caseggiato situato nel quartiere di Flores. Mario Bergoglio aveva atteso con trepidazione l’arrivo del suo primogenito e l’indomani si precipitò nella basilica di Maria Ausiliatrice, alla ricerca del sacerdote salesiano che lo aveva sposato. Trovò don Enrico Pozzoli nel confessionale dove era solito trascorrere giornate intere. Gli comunicò, con una felicità incontenibile, che Maria Regina aveva partorito un maschietto e che volevano che fosse lui, don Enrico, a battezzarlo.

Il salesiano gli rispose sorridendo che pochi giorni dopo sarebbe stato Natale e che una ricorrenza migliore non poteva esserci per quell’evento. E così il bimbo fu battezzato il 25 dicembre 1936 nella basilica di Maria Ausiliatrice: la stessa dove l’anno precedente, a fine dicembre, si erano sposati i suoi genitori. Lo chiamarono Jorge Mario. Il salesiano in tutti quegli anni aveva amministrato il battesimo a un nugolo di bambini e bambine i cui genitori frequentavano la parrocchia di San Carlo. Non poteva immaginare che quel neonato, figlio di poveri emigrati arrivati dall’Italia, un giorno si sarebbe fatto prete e 77 anni dopo sarebbe stato eletto Papa, il primo pontefice argentino della storia.

Enrico Pozzoli era nato nel 1880 a Senna Lodigiana, un piccolo paese arroccato sopra l’alta riva che si affaccia sulle terre del Po. Di qua le campagne del contado di Lodi, di là, oltre il fiume, quelle di Piacenza. Una manciata di povere case strette attorno all’unica strada che attraversava il paese. I suoi genitori conducevano una vita agiata grazie a un’avviata osteria che portava il nome altisonante di albergo dell’angelo. Avevano avuto nove figli, quando nel 1891 morì il capofamiglia. La vedova assunse la guida dell’osteria e quando si accorse che Enrico era intelligente e capace di costruirsi un futuro, lo mandò in un collegio gestito dai salesiani, dove avrebbe frequentato una scuola professionale.

Ma la sua strada era un’altra. Decise di farsi prete e a diciotto anni entrò nel noviziato di Foglizzo, tra Ivrea e Torino. Il 29 novembre 1903 fu ordinato prete dal vescovo Cagliero, che nel 1875 era stato inviato da don Bosco in America latina, alla testa della prima spedizione missionaria salesiana. L’arcivescovo di Torino quel giorno consegnò il crocifisso a una quarantina di giovani, sacerdoti e suore di Maria Ausiliatrice. Don Pozzoli fu destinato all’Argentina. Celebrò il Natale sulla nave e ai primi di gennaio del 1904 sbarcò a Buenos Aires. Mai avrebbe immaginato che vi avrebbe trascorso il resto della sua vita.

Portava in tasca una lettera di presentazione, da consegnare al superiore dei salesiani d’Argentina. Ignorava che l’avesse scritta di pugno don Michele Rua, il primo successore di don Bosco. La frase era lapidaria: «Eccovi un campione, formate molti secondo il suo esempio».

Come primo incarico fu inviato nello studentato di Bernal, una cittadina vicina a Buenos Aires, dove imparò la lingua spagnola. «Padre Pozzoli era un uomo generoso, pacifico – ha ricordato papa Francesco a Ferruccio Pallavera in un’intervista rilasciatagli nel luglio 2020 – e per tutta la sua vita perseguì la pace. Sapeva dialogare con i giovani, era molto benvoluto da tutti. In Argentina diventò un punto di riferimento per tante famiglie emigrate dall’Italia, era il padre spirituale della nostra famiglia. Aveva una grande cura delle persone. A lui ricorrevano tutti coloro che vivevano un problema particolare, nella certezza che avrebbe fatto di tutto per fornire un aiuto. Ci si rivolgeva a padre Pozzoli anche quando si aveva bisogno di un consiglio. Trascorreva ore e ore in confessionale e come tale era diventato il punto di riferimento non solo dei salesiani, ma di tanti sacerdoti diocesani e delle suore di Maria Ausiliatrice. Era un grande confessore».

Possedeva la capacità innata di sistemare gli orologi, dai più piccoli ai più grandi. Entrò nella storia la riparazione che eseguì al grande orologio della cattedrale di Rio Grande, che era bloccato da anni.

Nel giugno 1922 fu nominato responsabile della comunità salesiana di Uribelarrea, una cittadina a 90 chilometri da Buenos Aires, dove era stata aperta una scuola d’agraria innovativa. Vi rimase fino al maggio 1927, lasciando un ricordo marcato, tanto che la municipalità in epoca recente gli ha voluto rendere omaggio dedicandogli una strada.

Tornato a Buenos Aires, gli affidarono l’infermeria di San Carlo, situata nella “Casa madre” salesiana. Vi sarebbe rimasto ininterrottamente dal 1927 all’ottobre 1961, quando morì. In quella infermeria poverissima morirono poveramente tanti sacerdoti. Quel minuscolo presidio sanitario sperimentò per 34 anni la carità e le nozioni intuitive di padre Pozzoli. Venne richiesto anche per alcuni anni come cappellano dell’ospedale italiano di Buenos Aires.

Non rimase per sempre in città. Seguendo l’attività dei numerosi confratelli che operavano nelle terre più inospitali dell’Argentina, nel corso della sua vita e in brevi periodi vi si trasferì spesso per lavorare al loro fianco. Nel 1938, ad esempio, raggiunse Ushuaia, capoluogo della Terra del Fuoco, dove c’era una comunità salesiana.

A Buenos Aires don Pozzoli diventò il punto di riferimento per i numerosi italiani che si erano trasferiti in Argentina. Conobbe così il giovane Mario Bergoglio. La sua famiglia, originaria della provincia di Asti, dopo alcune vicissitudini aveva lasciato l’Italia per raggiungere i parenti che si trovavano in Argentina dal 1922: a Paranà avevano fondato un’impresa che realizzava pavimentazioni e l’attività proseguiva con successo. Il giovane, insieme ai genitori Giovanni Angelo Bergoglio e Rosa Margherita Vassallo si imbarcò dal porto di Genova il primo febbraio 1929. A Paranà iniziò a lavorare come contabile nell’azienda degli zii, muovendosi anche su Buenos Aires. La sua era una famiglia cattolica praticante e gli era rimasta dentro la testimonianza che gli avevano fornito i salesiani nella casa madre di Torino. Fu naturale per lui prendere contatto con quelli di Buenos Aires. Tra essi incontrò don Enrico Pozzoli.

Nell’ottobre 1929 crollò la borsa di New York, dando inizio a una recessione che scosse il mondo. Anche l’azienda dei Bergoglio ne fu travolta. Dovettero vendere tutto: i macchinari, lo stabilimento, la casa dove abitavano. Il giovane Mario, non sapendo a chi rivolgersi, si recò da don Pozzoli, al quale illustrò il dramma che stavano vivendo. Il salesiano gli promise un aiuto concreto, lo mise in contatto con un suo conoscente che si dichiarò disponibile a prestargli duemila pesos. I Bergoglio si trasferirono da Paranà a Buenos Aires e con quei soldi acquistarono un negozietto ottenendo una licenza di “dulces y licores”; gli affari decollarono, le vendite si incrementarono e in breve riuscirono a restituire i soldi ricevuti.

Mario Bergoglio frequentava l’oratorio dei salesiani, strinse amicizia con due giovani di origine italiana, che di cognome facevano Sivori: in casa loro conobbe la sorella, Maria Regina, e se ne innamorò. La sposò il 12 dicembre 1935 nella basilica di Maria Ausiliatrice, e a unirli in matrimonio fu don Pozzoli, che rimase legatissimo ad essi. Il loro amore sarebbe stato coronato dalla nascita di cinque figli. Tre bambini e due bambine: Jorge Mario nato nel 1936, Oscar Adrián nel 1938, Marta Regina nel 1940, Alberto Horacio nel 1942 e Maria Elena nel 1948. Il missionario di Senna ne battezzò quattro, fuorché Oscar Adrián, perché si trovava nella Terra del Fuoco.

Don Pozzoli era spesso invitato a pranzo nelle case dei Sivori e dei Bergoglio, questi ultimi lo avevano scelto come proprio padre spirituale. Il compleanno e l’onomastico del missionario salesiano venivano festeggiati nella loro abitazione.

Nel febbraio 1948 Regina Sivori ebbe il suo ultimo parto, nacque Maria Elena. Ne uscì seriamente prostrata, tanto che non riuscì a recuperare le forze. Era impossibilitata ad accudire la famiglia. Don Pozzoli trovò una soluzione immediata: i primi tre bambini della coppia furono messi temporaneamente in collegio, in attesa che si riprendesse.

Il futuro Papa nel 1955 si diplomò in chimica e si iscrisse all’università. Ma a diciassette anni decise che sarebbe diventato sacerdote. Ne parlò a suo padre, che ne fu entusiasta. La madre, invece, gli rispose che avrebbe dovuto rifletterci e che sarebbe stato meglio laurearsi. A quel punto il ragazzo domandò aiuto a don Pozzoli: questi lo interrogò a lungo e lo congedò raccomandandogli di pregare e di affidarsi nelle mani di Dio. Fu il sacerdote salesiano a convincere Regina Maria Sivori ad assecondare la scelta del figlio. Jeorge Bergoglio entrò così nel Seminario di Buenos Aires, accompagnato da don Pozzoli. Di lì a poco incappò in un grave problema di salute. I medici assunsero la decisione di asportargli parte del polmone destro. Si riprese a fatica. Rimise in discussione le sue scelte future, iniziò a maturare la decisione di lasciare il seminario diocesano per entrare in una congregazione religiosa. Nella lunga convalescenza gli fu sempre vicino il sacerdote salesiano, al quale confidò di voler diventare gesuita. Sognava di diffondere la fede in Giappone.

«Padre Pozzoli condivise questa mia volontà – ricorda il Papa – e mi disse che i gesuiti mi avrebbero accolto nel loro seminario nel mese di marzo. Eravamo a novembre. Non era conveniente che io rimanessi a casa per quei quattro mesi. Avevo anche la necessità di riprendermi fisicamente, perché l’operazione che avevo subito era stata molto pesante. Ancora una volta mi venne in aiuto: espose la mia situazione all’ispettore salesiano di Buenos Aires e ottenne che mi ospitassero per quattro mesi con i loro chierici a Tandil».

Jorge Bergoglio l’11 marzo 1958 entrò nel noviziato della Compagnia di Gesù. Sarebbe diventato sacerdote il 13 dicembre 1969, ma Enrico Pozzoli non avrebbe preso parte a quel giorno di festa, perché morì otto anni prima, nel 1961, dopo aver visitato per l’ultima volta la sua famiglia in Italia.

«Quale fu la traccia – scrisse nel 1990 il futuro Papa – che lasciò in me padre Pozzoli? Se nella mia famiglia oggi si vive seriamente da cristiani è grazie a lui, perché ha saputo porre e far crescere i fondamenti della vita cristiana. Noi cinque fratelli abbiamo una vita di fede, e questa fede fu coltivata da padre Pozzoli attraverso i consigli e gli orientamenti forniti ai miei genitori. Quando noi fratelli ci riuniamo, parliamo sempre di padre Pozzoli. Alla mia età uno comincia a ricordare le persone che lo hanno aiutato a vivere, a crescere, a essere cristiano, sacerdote, religioso… E, nel riconoscere il bene che mi hanno fatto tante persone, vado gustando ogni giorno di più la gioia di essere loro riconoscente. Con padre Pozzoli mi succede proprio questo. Tutti i giorni lo ricordo nell’ufficio divino quando prego per i defunti. E gioisco per questo sentimento di gratitudine»

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