BS Maggio
2024

IL LORO RICORDO È BENEDIZIONE

Marina Lo Munno

Don Domenico Ricca (Mecu)

Morto a Torino il 2 marzo 2024, a 77 anni.
Storico cappellano del carcere minorile torinese “Ferrante Aporti”.

«Cosa dire del nostro caro confratello don Mecu? È difficile perché non si può ridurre la vita di una persona a poche righe. Ma scelgo un aspetto tra i tanti. Il nostro padre don Bosco aveva conosciuto la dura realtà del carcere accanto al suo maestro e guida spirituale san Giuseppe Cafasso e ha vissuto per dire al Signore che avrebbe fatto tutto il possibile per evitare che i ragazzi arrivassero in carcere. Così don Bosco ha fondato il primo oratorio a Valdocco e di lì è partito tutto. Oggi noi diciamo addio a un figlio di don Bosco, il nostro caro don Mecu, che ha speso tutta la sua vita di salesiano per accompagnare i giovani finiti al “Ferrante” dove don Bosco e tutti noi non avremmo mai voluto entrassero. Don Mecu ha amato veramente i giovani, soprattutto quelli più fragili, lo ha fatto per amore del Signore Gesù e con un cuore che imitava quello di don Bosco». Sono parole del Rettor Maggiore dei salesiani, cardinale Ángel Fernández Artime che, appena appresa la notizia della morte, sabato 2 marzo a 77 anni, di don Domenico Ricca (per tutti Mecu) ha scritto un ricordo dello storico cappellano del “Ferrante”. Sacerdote dal 1975, cappellano al “Ferrante” dal 1979 per oltre 40 anni, don Mecu – ha sottolineato don Leonardo Mancini, Ispettore dei salesiani del Piemonte e della Valle d’Aosta che ha presieduto la Messa funebre nella Basilica gremita di fedeli – «è stato un punto di riferimento a Torino e non solo per tutti coloro che si occupano di disagio giovanile».

Come don Ricca, che ha lasciato questa terra dopo una malattia che lo ha colpito poco dopo il termine del suo ministero di oltre 40 anni come cappellano dell’Istituto penale minorile. Il salesiano, “don Mecu” per tutti i suoi ragazzi, ha avuto numerosi compiti e incarichi, in giro per tutta l’Italia e non solo. Ma il fulcro della sua vita è stato tutto per i giovani reclusi, cercando di essere come don Bosco voleva i suoi salesiani: preti da oratorio, preti da cortile. Per questo scelse di intitolare il libro intervista sulla sua esperienza di salesiano al carcere minorile torinese – i cui proventi dei diritti d’autore sono stati devoluti interamente per borse di studio e lavoro per i ragazzi ristretti – “Il cortile dietro le sbarre: il mio oratorio al Ferrante Aporti” (Marina Lomunno, Elledici).

Perché è lo stile del sacerdote da oratorio quello con cui don Mecu stava al “Ferrante”, e come aveva imparato da giovane prete a stare in cortile, informalmente a chiacchierare con i ragazzi, così stava anche quando i giovani ristretti si erano macchiati di reati gravi.

Don Ricca aveva appreso la lezione da don Bosco. “In ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene e dovere primo dell’educatore è di cercare questo punto, questa corda sensibile del cuore e di trarne profitto” asseriva don Bosco. E le sue parole sono la sintesi della vita di don Ricca, dedicata al riscatto dei ragazzi nati nella “culla sbagliata” come era solito dire.

Don Ricca, prete di frontiera, amico di don Ciotti, fu tra i fondatori prima della cooperativa sociale Valdocco, dell’associazione “Aporti Aperte”, dei Salesiani per il Sociale e del Comitato piemontese del Forum del Terzo Settore; fu Presidente dell’associazione “Amici di Don Bosco” per le adozioni internazionali; fu Delegato per le Acli e fu molto altro ancora. A Torino era punto di riferimento per chi si occupa di disagio minorile, così come lo era per i ragazzi ristretti, che accompagnava anche dopo il fine pena, e anche per tutto il personale del “Ferrante”: agenti, operatori, educatori, direzione, volontari che ogni domenica animavano la Messa nella cappellina che lui stesso aveva riaperto collocando una statua di don Bosco, grazie ad una donazione di amici.

E, proprio in occasione dell’Anno della Misericordia indetto da papa Francesco, fu grazie all’invito di don Ricca che l’allora arcivescovo, monsignor Cesare Nosiglia, aprì una Porta Santa anche nella cappella del “Ferrante”, nell’intento di far sentire i ragazzi reclusi parte viva della comunità cristiana. E a quella celebrazione, come alle Messe domenicali presiedute da don Ricca, parteciparono tutti i giovani ristretti, la maggioranza ortodossi e musulmani.

In una recente intervista per “La Voce e il Tempo” chiesi a don Ricca come oggi don Bosco accosterebbe i “giovani pericolanti”. Ecco la sua risposta: «Don Bosco tornerebbe in prigione, tornerebbe alla Generala… si inventerebbe l’uso dei social. Creerebbe gruppi su Whatsapp e Instagram! È la lezione di don Milani: le forme sono del tempo, ma quello che ci ha lasciato è la voglia di rischiare, di chiedere di più, di non sedersi. Don Bosco manderebbe in carcere i suoi preti e chierici più ardimentosi, giovani, li sosterrebbe anche nelle loro intemperanze. Ma soprattutto sarebbe padre, amico e fratello dei ragazzi reclusi e ripeterebbe anche oggi il suo monito «Amateli i ragazzi. Si otterrà di più con uno sguardo di carità, con una parola di incoraggiamento che con molti rimproveri» perché «tutti i giovani hanno i loro giorni pericolosi, e voi anche li avete. Guai se non ci studieremo di aiutarli a passarli in fretta e senza rimprovero».

Don Mecu è stato seppellito a Mellea di Fossano dove era nato il 31 agosto 1946. Lascia una sorella suora di San Giuseppe e tre fratelli.

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