LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
Don Bosco visto dalle lontane
ISOLE FILIPPINE
Facciamo un grande salto rispetto all’intervento precedente: dalle isole dei Caraibi ci spostiamo dall’altra parte del mondo, nelle Filippine, per scoprire come la figura e l’opera di don Bosco siano state accolte e conosciute in questo vasto arcipelago asiatico.
I precedenti
La fama di don Bosco raggiunse le Filippine quando il Santo era ancora in vita, legata soprattutto alle sue opere per i giovani che volevano imparare un mestiere. Tre anni dopo la sua morte, con il Paese ancora sotto il dominio spagnolo, il governatore generale Eulogio Despujol incaricò il nipote (il marchese di Palmerola) di contattare don Filippo Rinaldi, allora superiore della comunità salesiana di Sarriá, a Barcellona. Il governatore voleva infatti fondare a Manila una scuola professionale sul modello di quella spagnola. La richiesta arrivò a Torino, nelle mani del Rettor Maggiore don Michele Rua, ma fu accantonata insieme a molte altre provenienti da tutto il mondo.
Nel 1906 ci riprovò l’arcivescovo di Manila, monsignor Jeremiah Harty. Dopo aver visitato Valdocco, chiese ai salesiani di trasformare un edificio cittadino – che ospitava un centinaio di studenti – in una scuola di arti e mestieri, proponendo poi di affidare loro anche la direzione di un istituto con settanta ragazzi. Questa richiesta fu appoggiata a Roma dal Delegato Apostolico nelle Filippine, l’arcivescovo Ambrose Agius, che si rivolse direttamente al Procuratore Generale della congregazione.
Con il tempo, il progetto dell’arcivescovo si ampliò fino a includere un riformatorio, una scuola agricola, un collegio e persino un’opera pastorale per la comunità cinese. Nel gennaio 1911, don Luigi Versiglia – futuro vescovo martire e oggi santo – definì un primo accordo durante una visita a Manila proveniente da Macao. Così, entro la fine di quello stesso anno, i salesiani don Luigi Costamagna e don Giovanni Fergnani, inviati dal Rettor Maggiore don Paolo Albera, sbarcarono nelle Filippine. La loro permanenza, però, fu molto breve.
Passi in avanti
Una vera svolta si ebbe alla fine del 1922 con l’arrivo del nuovo Delegato Apostolico della Santa Sede: l’arcivescovo salesiano italiano Guglielmo Piani, già missionario in America Latina. Insieme a lui arrivarono il segretario, lo statunitense don Louis La Ravoire Morrow (futuro vescovo) e un confratello coadiutore. La loro presenza accese grandi speranze in un Paese in cui la Santa Sede aveva appena assunto la gestione diretta della Chiesa locale, dopo la partenza dei vescovi spagnoli seguita alla guerra d’indipendenza.
I tre salesiani crearono una piccola comunità nella sede della Delegazione Apostolica: organizzarono un oratorio festivo per ragazzi e ragazze e iniziarono a insegnare il catechismo. Questa realtà fu verificata di persona dal vicario del Rettor Maggiore, don Pietro Berruti, durante la sua visita a Manila nel 1937.
Nel 1934, monsignor Santiago Sancho, arcivescovo di Nueva Segovia, espresse a monsignor Piani il desiderio di aprire una scuola di arti e mestieri nella sua diocesi, dopo aver scritto direttamente al Rettor Maggiore, don Pietro Ricaldone. Monsignor Piani, tuttavia, ritenne che la diocesi avesse troppe poche risorse e fosse troppo lontana da Manila, convincendo così il Rettor Maggiore a rifiutare. Monsignor Sancho non si arrese: anzi rilanciò chiedendo di affiancare alla scuola un oratorio festivo e propose di fondare scuole agricole in altre due province. Anche questo tentativo, però, non andò in porto.
Tra il 1938 e il 1939, alcuni cooperatori filippini chiesero nuovamente l’intervento dei salesiani, ma senza presentare progetti concreti. Nell’agosto del 1939 intervenne allora il vescovo ausiliare di Manila, monsignor Cesar Maria Guerrero, anch’egli cooperatore salesiano, che scrisse: «Qui abbiamo bisogno di dare rifugio ai ragazzi, per la maggior parte poveri. Non esiste alcuna istituzione dedicata esclusivamente alla loro educazione cristiana e molti vagano per le strade senza alcuna conoscenza di Dio. Possa la vostra paternità avere pietà dei ragazzi filippini che, a causa della povertà e della negligenza dei genitori, diventano facile preda dell’immoralità e del vagabondaggio». Subito dopo, altri cinque o sei vescovi unirono le loro voci alla sua.
Un ruolo decisivo lo ebbe anche don James Wilson, un cappellano militare statunitense rimasto nelle Filippine dopo la Seconda guerra mondiale. Don Wilson aveva fondato la St. John Bosco Academy, una scuola maschile a Tarlac, a circa settanta chilometri da Manila. Quando il celebre cardinale Francis Spellman lo richiamò a New York, il cappellano cercò di affidare l’istituto proprio ai salesiani. La congregazione salesiana, in quel preciso momento, stava cercando nuovi territori di missione dopo essere stata espulsa dalla Cina nel 1950.
Il Rettor Maggiore don Pietro Ricaldone, che anni prima aveva frenato sui progetti di Manila, incaricò don Carlo Braga – oggi Servo di Dio, già ispettore salesiano espulso dalla Cina – di valutare la situazione nell’arcipelago. Monsignor Piani lo rassicurò subito: don Bosco era già amato dai Filippini e i salesiani erano «molto attesi e sarebbero stati ben accolti», dicendogli di non aver timore nemmeno di «pronunciare il suo nome». Lo stesso ottimismo fu espresso da monsignor Egidio Vagnozzi, nunzio apostolico nelle Filippine dal 1949 e grande estimatore di don Bosco, che diede voce ai desideri di chi già conosceva e apprezzava il sistema educativo salesiano.
I risultati
Nel 1951 i salesiani si stabilirono finalmente in modo permanente nelle Filippine, aprendo due scuole: una a Tarlac, nel nord, e una a Victorias, nel sud. Sette anni dopo nacque la Visitatoria Salesiana delle Filippine e le opere erano già diventate sei, molte delle quali riconosciute come eccellenze educative capaci di rispondere ai bisogni concreti del Paese.
Nel frattempo nacquero molti istituti religiosi ispirati a don Bosco. Diverse scuole statali presero il suo nome e numerosi vescovi gli dedicarono nuove parrocchie. Lo stesso fecero associazioni e fondazioni nate per aiutare i poveri e gli emarginati.
















