LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
Don Bosco “visto da lontano”
Da insegnanti di Paesi DI LINGUA TEDESCA
Nonostante la barriera linguistica e culturale anche in Germania e Austria il nome di don Bosco cominciò ad essere conosciuto.

Nei paesi di lingua tedesca il nome di don Bosco è apparso per la prima volta in traduzioni di biografie di lingua francese ad inizio anni ottanta, finché nel 1885 l’editore Johannes Janssen pubblicò sulla rivista “Die heilige Stadt Gottes” diversi contributi su di lui. Lo stesso anno don Johann Baptist Mehler di Ratisbona, che aveva incontrato don Bosco a Valdocco, riferì della sua opera in un congresso di cattolici a Münster, cui fecero seguito la traduzione e la pubblicazione di alcuni suoi scritti pedagogico-spirituali. Altri scritti biografico-pedagogici su don Bosco vennero editi nel biennio 1887-1888 dall’insegnante di scuola popolare nell’Alto Palatinato, poi formatore e scrittore, Ludwig Auer. Analogamente l’insegnante di Hohenems nel Vorarlberg, Joseph M. Schmidinger, pubblicò nel 1887, nella rivista per insegnanti “Katholische Schulzeitung”, 17 articoli su “Don Bosco, il miracolo pedagogico del presente”. Vi aggiunse l’anno dopo tre ulteriori contributi.
Ma anche in Austria don Bosco suscitò l’attenzione degli insegnanti. Nel supplemento della rivista di Innsbruck “Katholische Volksschule” Josef Praxmarer pubblicò nel 1886 la “Vita del giovanetto Savio Domenico”. E nel numero di aprile 1888 della stessa rivista apparvero due articoli di Friedrich Maurer.
Alla morte di don Bosco dunque nell’opinione pubblica di lingua tedesca, e particolarmente nel mondo dell’insegnamento, si poteva percepire un certo interesse verso di lui.
Alcuni protagonisti
Successivamente tale accoglienza fu ulteriormente favorita da alcuni ex insegnanti, diventati capi di istituti, che affascinati da don Bosco uomo di Chiesa ed educatore di successo, lo presentarono come modello da seguire, a fronte dell’inadeguatezza di quello del liberalismo, del materialismo e delle scienze naturali. All’istruzione “formale” contrapponevano un “insegnamento educativo”.
Il pedagogista e funzionario dello Stato, Lorenz Kellner in una pubblicazione scientifica del 1890, dedicò al santo di Torino sei pagine con il seguente incipit: “Don Bosco, una personalità in cui si sono riuniti e ritrovati lo spirito di Calasanzio, di Giovanni Battista de la Salle, di Francesco di Sales, e Overberg, rappresenta uno dei fenomeni più degni di nota attualmente nei campi dell’educazione e dell’istruzione”. Negli scritti pedagogici dello studioso tedesco si trovano convergenze significative con don Bosco. Se questi parlava di “onesti cittadini e buoni cristiani”, Kellner chiedeva agli insegnanti di educare i fanciulli affinché divenissero “cittadini dello stato fedeli e ubbidienti e onesti cristiani”. Se don Bosco voleva vedere i suoi giovani “felici ora e per sempre”, Kellner scriveva: “Il principio vero e fondamentale […] dell’educazione […] non può essere altro che l’educare l’uomo in relazione alla sua definizione fondamentale sovrannaturale, la salvezza eterna e di conseguenza al seguito di Cristo!”.
A suo giudizio niente educava meglio “della presenza e dell’esempio di un uomo eccellente”. Di don Bosco apprezzava la “pedagogia della prevenzione”, il concetto di assistenza, la “cura del sentimento dell’amicizia, rafforzamento della volontà, attenzione all’individualità, abitudine all’autocontrollo e infine quell’amore credibile che dà anima a tutto”.
Il renano Leonhard Habrich, che già nel 1888 e nel 1889 aveva scritto due articoli su don Bosco sulla rivista “Der Schulfreund”, 25 anni dopo li riassunse nel libro “Aus dem Leben und der Wirksamkeit Don Boscos”. Fece seguire altri articoli per enciclopedie e contributi per scritti commemorativi. Descrisse i “mezzi e i principi dell’educazione” impiegati da don Bosco, modello d’educazione cattolica di successo, mettendone in risalto gli elementi religiosi, evidenziando i molteplici riconoscimenti che l’insegnamento nelle sue scuole avevano ricevuto da osservatori ed esperti. Apprezzava in don Bosco l’uomo “dell’amore sociale attivo”, il cui obiettivo principale era “il sollevamento etico e civile dei giovani proletari, l’innalzamento verso la dignità della vita”. Egli considerava questo “amore sociale” necessario per rispondere alla “questione sociale” e riteneva la personalità dell’educatore e lo stile educativo punti cardine nel processo educativo, dove non erano previste misure repressive, ma solo amorevolezza, ragione e religione. Come non vedere in tutto ciò l’influsso della lettura degli scritti di don Bosco?
Invece tra i docenti universitari, a causa della barriera linguistica e della chiara “enfasi” cattolica, don Bosco trovò, nel periodo della svolta del nuovo secolo, poca risonanza. Solamente il professor Otto Willmann (1839-1920), docente a Praga e Salisburgo, mostrò una certa attenzione per lui mentre della sua pedagogia si interessarono i professori Friedrich W. Förster di Zurigo, Josef Göttler di Monaco di Baviera e Franz X. Eggerdorfer di Passavia.
Don Bosco – un nuovo Pestalozzi?
Nei paesi di lingua tedesca il pedagogista svizzero Johann H. Pestalozzi (1746-1827) aveva trovato molti ammiratori e imitatori. Ma nei circoli cattolici predominava l’opinione che egli si fosse fatto abbagliare da Rousseau e dall’Illuminismo, per cui fu tenuto a debita distanza. Al contrario, don Bosco venne percepito dagli insegnanti cattolici piuttosto come uno di loro, per cui le sue opere ebbero più successo che quelle del pedagogista elvetico.
Due nomi per tutti. Leonhard Habrich cominciò nel 1915 la sua monografia sul centenario di don Bosco lasciando intendere che i lettori volessero chiamare don Bosco il Pestalozzi del loro tempo, mentre lui condivideva con Kellner la convinzione, che “don Bosco superasse di gran lunga Pestalozzi”.
Conclusione
Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale il notevole interesse per don Bosco tra gli insegnanti cattolici sembrò diminuire e con l’insediamento della dittatura nazionalsocialista scomparve completamente, per lo meno nelle pubblicazioni. Solo la beatificazione (1929) e la canonizzazione (1934) risvegliarono nuovamente l’attenzione nei suoi confronti, mettendo comunque chiaramente in primo piano soprattutto la sua santità.
















