LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
Don Bosco VISTO DA LONTANO
Quando la Slovenia scoprì il “santo dei giovani”
Dopo la Francia (BS gennaio), è ora il turno della figura di don Bosco vista dall’est dell’Italia, dalla Slovenia.

È sorprendente pensare che, alla fine dell’Ottocento, in Slovenia – una terra che don Bosco non visitò mai e dove l’opera salesiana arrivò solo 23 anni dopo la sua morte – il suo nome fosse già noto e quasi familiare. Una presenza “a distanza”, nata dalla stampa e dall’entusiasmo di sacerdoti e laici che ne divulgarono la figura ben prima che il suo messaggio mettesse radici nel Paese. La prima notizia della sua opera a Torino fu pubblicata nel 1857.
Quando don Bosco era solo un nome sulle pagine di alcuni giornali
Già negli anni Sessanta dell’Ottocento, mentre l’Italia era nel pieno del suo processo di unificazione, in Slovenia si parlava di don Bosco. Nel 1871 alcuni pellegrini sloveni, reduci da un coraggioso viaggio a Roma per far visita al Papa allora “prigioniero” in Vaticano, passarono da Valdocco: fu lì che incontrarono quel sacerdote piemontese che stava dedicando la vita ai giovani più fragili. Da quel momento, in Slovenia il suo nome circolò sempre più spesso.
Negli anni Ottanta dell’Ottocento il canonico Luka Jeran, personalità di rilievo nella Lubiana dell’epoca, lo celebrava pubblicamente come il “salvatore dei giovani destinati al carcere”. Alla morte di don Bosco, nel 1888, Jeran ne pubblicò a puntate una biografia vibrante di ammirazione: lo paragonava a san Vincenzo de’ Paoli, san Francesco di Sales, sant’Ignazio di Loyola, a san Benedetto. A fine secolo la stampa cattolica slovena lo descriveva come un uomo di straordinaria bontà, capace di miracoli e visioni, apostolo dei giovani e maestro di carità cristiana.
A diffondere questa immagine contribuirono molto i primi cooperatori salesiani, sacerdoti e laici che nel 1896 organizzarono persino un congresso nazionale, sulla scia di quello tenutosi a Bologna un anno prima.
La prima casa salesiana e la scoperta di un metodo educativo
La presenza concreta dei Salesiani in Slovenia iniziò nel 1901, quando – grazie ai cooperatori e al sostegno del vescovo di Lubiana – venne acquistato il castello di Rakovnik. Qui trovarono una casa tanti ragazzi orfani e poveri, provenienti da famiglie segnate dalla miseria e dalla fragilità sociale. Nel giro di pochi anni le opere salesiane crebbero rapidamente: nel 1907 si aprì un noviziato internazionale a Radna, e nel 1912 iniziarono i lavori per un collegio a Veržej, pensato per formare giovani aspiranti sloveni, tedeschi e ungheresi.
Con l’arrivo dei Salesiani cambiò anche l’immagine pubblica di don Bosco: non più solo il santo miracoloso, ma l’educatore moderno. Sulla stampa slovena si iniziò a parlare del suo “metodo preventivo”, basato sull’amorevolezza, la fiducia e la presenza costante accanto ai ragazzi. Racconti e aneddoti sulla sua vita lo trasformarono agli occhi del pubblico in un modello pedagogico efficace e necessario.
Restava però da correggere una convinzione radicata: che i Salesiani dovessero occuparsi solo di giovani a rischio criminalità, più rieducatori che educatori. Emblematico, nel 1902, il loro rifiuto – benché ben retribuito – di gestire cappellania e insegnamento nella sezione minorile della prigione regionale. L’educazione salesiana voleva essere molto di più.
Tra guerre e nuovi confini: don Bosco come “costruttore di società”
Dopo la Prima guerra mondiale, con la fine dell’Impero austro-ungarico, la Slovenia entrò nel nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (poi Regno di Jugoslavia). Le ferite della guerra avevano lasciato dietro di sé orfani, povertà diffusa e comunità disgregate: il modello educativo di don Bosco sembrò, allora, uno strumento prezioso per ricostruire il tessuto sociale.
In quegli anni l’opinione pubblica slovena lo riscoprì come “padre dei giovani abbandonati”, “maestro di ottimismo cristiano”, persino come “costruttore di società”. Le riviste pedagogiche iniziarono a collocarlo accanto ai grandi educatori europei del tempo, come Pestalozzi e Fröbel.
Intanto i Salesiani continuarono a crescere: tra il 1919 e il 1924 aprirono il collegio di Ljubljana-Kodeljevo, assunsero la parrocchia di Veržej e fondarono un istituto a Murska Sobota. Nel 1922 ottennero lo status di Vice-Provincia autonoma, segnando un passo importante nella loro integrazione nel Paese. E nello stesso anno presero la guida del convitto arcivescovile nella capitale croata Zagreb, invitati dall’Arcivescovo Antun Bauer.
Gli anni d’oro: 1929-1934
A quasi trent’anni dal loro arrivo, i Salesiani erano ormai parte viva e riconosciuta della società slovena. Gestivano cinque grandi istituti, pubblicavano libri e riviste, animavano la devozione popolare attorno alla chiesa di Maria Ausiliatrice di Rakovnik. Erano presenti nelle parrocchie, nelle scuole, nelle attività ecclesiali.
Non stupisce che, negli anni della beatificazione (1929) e della canonizzazione di don Bosco (1934), la stampa cattolica slovena gli dedicasse articoli entusiastici: lo si descriveva come il santo del mondo rurale e dei ragazzi di città, un modello per genitori, insegnanti, giovani lavoratori. Si cominciò anche a presentarlo come figura internazionale, simbolo di un’opera educativa capace di superare confini e nazionalismi.
E poi la tragedia della guerra
Quell’immagine luminosa si incrinò bruscamente con l’invasione della Slovenia nel 1941 da parte di Italia, Germania e Ungheria. Il Paese venne lacerato da guerriglia, repressioni, deportazioni. Anche i Salesiani pagarono un prezzo alto a quel periodo drammatico: opere colpite, comunità disperse, 29 confratelli uccisi, attività sospese o ostacolate.

















