LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
Don Bosco sempre attento alle
NOVITÀ del SUO TEMPO
Chissà come saranno stati contenti gli artigiani di Valdocco quando a metà degli anni settanta nei loro laboratori giunse la forza motrice idraulica in sostituzione della forza delle loro braccia! È questa una storia che si può raccontare con precisione grazie al ritrovamento di varie lettere al sindaco dell’epoca a Torino Felice Rignon.
L’escavazione del canale Ceronda
Nel 1868 a Torino, con i lavori per la realizzazione del canale Ceronda, si avviò il processo di riconversione industriale della città dopo lo spostamento della capitale a Firenze (1864-1865), e la conseguente crisi dei settori produttivi, commerciali ed amministrativi. Si trattò di realizzare un canale artificiale che derivasse l’acqua dal torrente Ceronda presso Venaria e percorresse l’area a nord della città lungo la Dora Riparia. Due i rami del canale: quello di sinistra, che alla fine scaricava nella Dora, venne ultimato nel 1871; quello destro finito nel 1873, che, superata la Dora, arrivava in corso Regina Margherita per poi scaricarsi nel Po. Il loro percorso era cadenzato da salti dove la caduta d’acqua muoveva turbine per la produzione di energia; ogni salto poteva servire a una o più attività e veniva dato in concessione a privati. Con una portata media di 2000 l/sec. ogni ramo, si prevedevano 400/500 nuovi cavalli di forza motrice. Fra chi se ne servì, oltre le fabbriche d’armi governative, gli opifici municipali e gli imprenditori della protoindustria torinese, ci fu un certo don Giovanni Bosco.
Una prima richiesta
Il 4 luglio 1874 infatti, con motivazioni di indole educativa, inoltrò al sindaco di Torino la richiesta di avere “la Concessione di almeno 30 cavalli di forza d’acqua del Canale della Ceronda, che dovevasi escavare a lato di detto Collegio. Poteva con tale forza e moltiplicare i generi d’industria alle quali intende applicare i ricoverati giovani, e render loro famigliare l’uso delle odierne macchine sussidiarie all’opera manuale”.
La richiesta fu accolta e nei verbali comunali venne redatto una specie di compromesso di Concessione comunale ai vari richiedenti circa la “divisione dell’acqua stessa, e la formazione dei salti”. Le ramificazioni distribuivano la forza motrice a diversi stabilimenti industriali e la turbina cui era interessato don Bosco era prevista nell’angolo fra l’attuale piazza di Maria Ausiliatrice e il corso Regina.
Don Bosco non perse tempo e “vennero, di concerto coll’ufficio d’arte, e del sott.o [don Bosco] fatto costruire di fronte alla proprietà del Collegio, ed a spese del medesimo, le due bocche di presa e di restituzione dell’acqua, dandosi così anche un principio d’esecuzione alla intelligenza. In questa certezza si è ampliato di nuovo la fabbrica, tuttora in costruzione, il Collegio; si sono fatte diverse costose varianti nella disposizione dei diversi laboratorii per adattarli a ricevere la forza motrice, e si sono, per potere ivi condurre questa, comperati, con grave sacrificio, altri stabili”.
A questo punto si trattava solo di “essere autorizzato a compiere l’opera incominciata: cioè ad eseguire il Canale di congiunzione di dette due bocche di presa e di restituzione d’acqua”; tutto costruito “sotto la propria arca”.
Un sollecito
Passarono mesi, e non ricevendo risposta, il 7 novembre don Bosco sollecitò al sindaco il rilascio della Concessione. Il sindaco si riservò quaranta giorni per rispondere e la risposta fu interlocutoria: chiese infatti alcuni schiarimenti circa l’uso che si sarebbe fatto dell’acqua richiesta, era disponibile per offrirne in misura di 10 cavalli di forza motrice, anziché 30 come richiesto da don Bosco e promesso da lui stesso, chiedeva in garanzia una cartella di debito pubblico.
Don Bosco rispose immediatamente che la forza motrice sarebbe servita per non meno di 220 impiegati (istruttori e artigiani) in cinque settori di attività: Tipografia, Fabbrica di paste, Fondaria di caratteri tipografici, estrotipia, calcografia, Labo[rato]rio in ferro mercé un martinetto, laboratorio di Falegnami, ebanisti, tornitori con una sega idraulica. Al momento solo la tipografia aveva il supporto di una macchina a vapore, peraltro dispendiosa; ma “per gli altri laboratorii si fanno a forza di braccia, in guisa che non si potrebbe sostenere la concorrenza di chi usa l’acqua motrice”.
Intanto aveva incaricato l’ingegnere Spezia di escogitare una forma di motore adatta per l’Oratorio e in base alla quantità di energia richiesta.
Sempre lungimirante
Il Comune non intese ragioni e concesse la sola forza motrice di 10 cavalli.
Ma don Bosco ancora una volta si dimostrò aperto e attento alle novità della sua epoca. Lo era già stato quando aveva inventato un Oratorio di nuovo tipo per un’inedita condizione giovanile (1846) e aveva insegnato ai ragazzi e alla classe popolare il nuovo sistema metrico decimale con pubblicazioni e recite (1849); lo era già stato, nel momento della libertà di stampa, con il fondare un giornale per i giovani (1848) e una collana di libretti popolari in difesa del cattolicesimo messo in discussione (1853); ne aveva dato prova organizzando laboratori artigianali per insegnare un mestiere ai giovani poveri che ne erano privi (1853-1862) e pubblicando nella propria tipografia testi scolastici nel momento di accentuata alfabetizzazione del paese (dal 1866 in poi) ecc.

















