LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO

FRANCESCO MOTTO

Don Bosco e il cardinale Ferrari - Due Santi, una passione: l’oratorio

Nel centenario della morte del grande arcivescovo di Milano (1921)

Il 7 dicembre 1894, festa del patrono dell’arcidiocesi ambrosiana, giungevano a Milano, in via Commenda, i primi tre salesiani per realizzare finalmente il desiderio di don Bosco ormai defunto.  Circa un mese prima, a sua volta il 3 novembre 1894, vigilia della solennità di san Carlo Borromeo, il vescovo di Como, Andrea Ferrari, prendeva possesso della diocesi ambrosiana. Per 27 anni (1894-1921) ci sarebbe stato un bel connubio fra il carisma educativo salesiano e la pastorale oratoriana milanese. Se per don Bosco e immediati successori (don Rua e don Albera) ogni casa salesiana doveva contemplare un oratorio (festivo ma anche quotidiano), analogamente per il cardinal Ferrari si coniò il motto “un oratorio (festivo) in ogni parrocchia”. Non che la diocesi ambrosiana fosse priva di oratori, ma di certo la capillarità ed il rinnovamento dell’oratorio nella diocesi di Milano deve moltissimo al suo santo cardinale.

 

 

Lo conosceva senza averlo mai incontrato

Don Bosco (1815-1888) ed il futuro cardinal Andrea Carlo Ferrari (1850-1921) non si erano mai incontrati anche per ragioni anagrafiche, ma il Ferrari conosceva bene le opere di don Bosco, il suo progetto educativo, ne ammirava la genialità che tradusse in particolari scelte pastorali.

Iniziò presto. In occasione del Congresso internazionale dei Cooperatori salesiani tenutosi a Bologna nel 1895, in un suo apprezzato intervento affermò: “È necessaria una restaurazione sociale dell’umanità ed il buon preludio di quest’opera io lo ravviso nell’attuale Congresso […]. Don Bosco si volse alla gioventù e alle masse lavoratrici, perché l’una e le altre sono la maggioranza dell’umanità più circuita ed insidiata da falsi fratelli […]; io ho sempre amato don Bosco e le opere sue”.

Amore e ammirazione dunque ed immediata decisione di affidare ai salesiani possibilità di un nuovo insediamento in una periferia milanese (attuale stazione centrale) dove stavano sorgendo grandi impianti industriali, ma anche dove il popolo di lavoratori (già definito “proletariato” e presto “massa operaia”) ed in particolare i giovani, vivevano forti problematiche a cui il socialismo e la massoneria cercavano di dare risposte inaccettabili alla coscienza cristiana. Poco dopo infatti, nel 1898, nella stessa città ci sarebbe stata la sanguinosa repressione (con 83 morti) dei moti popolari da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris, che indirettamente determinò nel 1900 nella vicina Monza il regicidio di Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci. Nel frattempo il 4 Settembre 1895 l’arcivescovo aveva benedetto e posto la prima pietra del nuovo Istituto Salesiano intitolato a S. Ambrogio, dove sarebbe poi sorta la basilica di S. Agostino.

Un nuovo modello di oratorio festivo

Durante le visite pastorali, l’arcivescovo si rese subito conto che il tradizionale oratorio ambrosiano, per quanto recentemente aggiornato, doveva aprirsi a nuove dimensioni se voleva essere la sede della conservazione della fede e della formazione integrale del giovane cristiano.

Nel sinodo diocesano del 1902 diede inizio a questo rinnovamento mediante questionari inviati alle parrocchie per meglio conoscere la situazione rea­le degli oratori festivi. L’anno successivo costituì una commissione per gli oratori, alla quale affidò il compito di studiare uno statuto rispondente alle esigenze di una pastorale oratoriana moderna. Il documento doveva tener conto della ricca tradizione milanese e delle linee pastorali espresse in precedenza, ma anche dei documenti prodotti dai congressi nazionali degli oratori, in cui i salesiani portavano la ricchezza del loro pensiero e della loro prassi. I congressi avevano essenzialmente lo scopo di affrontare i problemi organizzativi, pedagogici, religiosi e sociali degli oratori e di elaborarne i documenti.

Al momento dello studio del nuovo modello di oratorio, la commissione ferrariana poteva disporre della pubblicistica prodotta dal congresso tenuto a Brescia nell’anno 1895 e di quella prodotta dal congresso di Torino, nell’anno 1902, guidato da don Rua, della cui presidenza onoraria faceva parte anche il cardinal Ferrari. Segretario e animatore dei dibattiti congressuali era don Stefano Trione (1855-1935).

Fra i vari documenti visionati allo scopo, prevalse il Regolamento dell’Oratorio di San Francesco di Sales per gli esterni, scritto da don Bosco nel 1877, fatto pubblicare da don Rua nel 1895 e, in seguito, inserito nel Manuale per gli Oratori Festivi e le Scuole di Religione, pubblicato nel 1902, con l’aggiunta dei moderni aggiornamenti richiesti dalle circostanze, fedelmente interpretati dal successore don Rua.

Vari i motivi di tale prevalenza donboschiana. Anzitutto il suo carattere educativo-funzionale. Essa, nella sua origine già aperta al sociale, e ulteriormente arricchita dalle moderne richieste delle esigenze pastorali e sociali, rispondeva ai bisogni del momento, era già stata sperimentata con efficacia in altre culture, ed era facilmente declinabile nella affine prassi ambrosiana. In secondo luogo vi era lo stile educativo, inconfondibile, che aveva in esso trasfuso don Bosco, rispetto a quello tradizionalmente praticato nell’ambiente milanese che, anche per la sua lontana origine, esigeva ormai una risignificazione dei suoi valori. Quello di don Bosco era lo stile di un educatore geniale, il quale, anche su canoni educativi precedentemente fissati da altri, risultava originale nell’interpretazione dei nuovi valori pedagogici. Proposti nella teoria e vissuti nella prassi introducevano una nuova cultura oratoriana e popolare. Infine ad incoraggiare i milanesi a confidare nella pastorale oratoriana di don Bosco era il riconoscimento della santità della sua persona. La Chiesa si apprestava, infatti, a dichiararlo venerabile.  

Il nuovo Statuto degli Oratori Maschili di Milano elaborato dalla commissione fu firmato e reso pubblico dal cardinale il giorno dell’Epifania del 1904. Esso fu considerato, così come il regolamento di don Bosco, un prototipo che, nel tempo, secondo le circostanze e con opportuni adattamenti, avrebbe risposto per decenni alle esigenze della formazione integrale dei giovani.      

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