LA NOSTRA STORIA

Jean-François Meurs

Don Bosco e i migranti

Fin dall’inizio della sua opera pastorale ed educativa, don Bosco conobbe la realtà della migrazione. I primi giovani che si riunivano nel suo oratorio, e quelli che lui accoglieva, erano infatti minori non accompagnati.

 

 Erano adolescenti di quindici, sedici o più anni, ma c’erano anche bambini di dieci o dodici anni che venivano a cercare fortuna, come nella nota canzone del piccolo savoiardo che passava la stagione invernale come spazzacamino nelle grandi città. Molti erano “scaricati” dalla famiglia per poter avere qualche bocca in meno durante la stagione invernale. E i ragazzi, a Torino, dovevano “cavarsela”.

“I me fieuj”

Molti di questi giovani venivano dalle zone rurali in cerca di lavoro nella capitale del regno, come lavoratori a giornata, braccianti, apprendisti muratori. Non parlavano italiano, non sapevano sempre il piemontese. In una discussione con dei preti di Torino che rimproveravano a don Bosco di tenere i giovani lontani dalle parrocchie, egli rispose che erano quasi tutti stranieri, lasciati a se stessi, abbandonati dai loro parenti. Arrivavano spinti dalla fame e dalla miseria, per trovare lavoro, con la speranza di un futuro.

Lombardi, savoiardi, svizzeri, valdostani, di Biella. Erano lontani dalla loro patria, parlavano dialetti diversi, non sapevano dove erano arrivati, non avevano un posto fisso, non conoscevano le parrocchie. Quando, a distanza di anni, don Bosco ricostruisce i suoi incontri singolari con i giovani, come quello di Bartolomeo Garelli, o anche quello di Domenico Savio, è facile intuire che si sono svolti in piemontese o nel dialetto astigiano.

Questi giovani erano quelli che oggi chiamiamo “minori non accompagnati”. All’epoca venivano chiamati “orfani”, ma Don Bosco usava il nome “me fieuj”, “i miei figli”.

È il caso del ragazzo della Valsesia – don Bosco non ci dice il suo nome – che rimase orfano a 15 anni e fu il primo ragazzo ad essere accolto a Casa Pinardi. È anche il caso di Carlo Gastini, l’apprendista barbiere di 10 anni, al quale don Bosco offrì le sue guance “di legno” (bosco!) per la sua prima rasatura; quando perse la madre e si trovò solo, don Bosco si fece suo protettore e gli trovò un posto a Valdocco. Ma c’era anche chi fuggiva dalla violenza delle proprie case, dalle percosse di un padre brutale, come Felice Reviglio, che sosteneva di essere il secondo ragazzo accolto a Valdocco, diventato prete della diocesi di Torino, e che ha testimoniato la sua gratitudine durante il processo di canonizzazione.

Offrire una casa

Don Bosco si rese conto di questa miseria quando visitò le prigioni. Quei giovani erano finiti lì dopo piccoli furti, spinti dalla fame e dalla disperazione, o costretti dai più anziani che giocavano a fare i capi banda, sfruttando la vulnerabilità dei più giovani. Don Bosco rifletteva che questi ragazzi non sarebbero lì se avessero trovato un amico che li consigliasse e proteggesse, una famiglia che li accogliesse. Non si accontentava di ospitare i giovani, dava loro lezioni di italiano, insegnava loro a scrivere, li preparava a una professione, li rendeva cittadini “utili”. Coloro che oggi accolgono i giovani migranti, i centri educativi, gli educatori, le famiglie ospitanti, non hanno un programma migliore: dare sicurezza, offrire un ambiente affettivo di sostegno, imparare la lingua e la cultura, dare accesso al lavoro.

Nelle missioni

Il flusso migratorio diminuì negli anni cinquanta e poi si spostò quando Torino perse il suo posto di capitale d’Italia e il governo si trasferì a Firenze e poi a Roma. Don Bosco si era reso conto della miseria dei suoi compatrioti immigrati, soprattutto in Argentina. Inviò allora un bel numero di salesiani in diverse spedizioni.

Durante la prima spedizione del 1875, esortò i giovani missionari con queste parole: «Andate, cercate i nostri fratelli che la miseria o la sventura ha portato in un paese straniero, e dimostrate loro quanto è grande la misericordia di Dio».

I missionari salesiani, che erano andati in Patagonia, furono raggiunti da giovanissime suore della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, che don Bosco aveva fondato pochi anni prima con Maria Domenica Mazzarello. Erano preziosissime perché riuscivano più facilmente a guadagnare la fiducia delle famiglie. Portavano una gentilezza gradita in mezzo alle dure condizioni di vita e alla frequente brutalità.

Al tempo di don Rua e don Albera, i primi successori di don Bosco, la congregazione consolidò questa attenzione agli emigranti italiani, ma anche ai polacchi e ai tedeschi, e più tardi agli italiani partiti per l’Africa e il Medio Oriente. Don Rua inviò dei missionari agli immigrati italiani a San Francisco nel 1897, perché si occupassero della colonia di North Beach, rispondendo alla chiamata dell’arcivescovo Patrick Riordan. La grandezza del lavoro svolto tra gli immigrati fu incredibile. Nel 1904, solo in America, i salesiani si prendevano cura di 450 000 emigranti. Già a quel tempo, don Michele Rua aveva creato una “Commissione salesiana per l’emigrazione”.

In Europa

All’interno dell’Europa stessa, erano numerose le persone fuggite dall’Europa orientale verso l’Occidente, specialmente durante il periodo comunista. Altre fuggirono dalla Spagna al tempo della guerra civile, altre erano emigrate dall’Italia o dalla Polonia per lavorare nelle miniere dopo la guerra mondiale, o per altre ragioni. Molti salesiani fornirono un servizio di cappellania a queste comunità espatriate nelle missioni italiane, slovacche e portoghesi.

In Belgio, la casa di Ramegnies-Chin, vicino a Tournai, gestita da confratelli salesiani che erano fuggiti dal regime comunista, spesso in circostanze drammatiche, accolse giovani rifugiati dalla Cecoslovacchia e dall’Ungheria negli anni 50 e fino agli anni ’80. Comunità di accoglienza per giovani profughi fiorirono anche in Italia per giovani slovacchi, lituani, ungheresi.    

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