BS Febbraio
2022

In Prima Linea

Jacob Thelekkadam

Don Bosco a Khartoum

È una polveriera sempre pronta ad esplodere, in una spirale continua di povertà, violenza e terrore. Ma i salesiani sono là. Senza paura.

Il Sudan era il Paese più grande dell’Africa fino al 2011, quando, dopo oltre vent’anni di guerra civile, il nord popolato in maggioranza da arabi e musulmani e il sud con una maggioranza cristiana si separarono e il Sudan del Sud è diventato un Paese indipendente. La parte settentrionale del Sudan è caratterizzata da clima caldo ed è prevalentemente desertica, mentre la parte meridionale ha clima temperato, abbondante vegetazione e un’agricoltura prospera. Con l’inizio della seconda guerra civile in Sudan nel 1983, combattuta principalmente nella parte meridionale del paese, migliaia di Africani del Sudan del Sud tornarono nel nord del Paese, diventando così cittadini sudanesi sfollati. Oltre alle difficoltà dovute al clima caldo e inclemente del nord, i cittadini sudanesi provenienti dal sud erano considerati ribelli e infedeli, poiché molti di loro erano cristiani.

Migliaia di cattolici e cristiani di altre denominazioni, insieme a molte persone che seguivano la religione tradizionale africana, affluirono nel Sudan del Nord per sfuggire alla sanguinosa guerra combattuta nel sud del paese e si stabilirono in molte zone diverse.

Negli anni ’70 i missionari comboniani avevano avviato un Istituto Tecnico (la St. Joseph Technical School) nella capitale, Khartoum. Nel 1986 l’allora Superiore provinciale comboniano si rivolse all’Ispettore salesiano, don Thomas Thayyil, dell’Ispettoria Africa Orientale, e lo pregò di avviare una presenza salesiana a Khartoum assumendo la direzione della St. Joseph Technical School e della Parrocchia St. Joseph, poiché il numero di Missionari Comboniani nel Sudan del Nord era in progressiva diminuzione. Nel 1987 don Dominic Padinjaraparambil e Jacob Thelekkadan furono dunque inviati nel Sudan del Nord per rilevare gradualmente dai missionari comboniani la gestione dell’Istituto Tecnico e della parrocchia. I sacerdoti salesiani rimasero a lavorare insieme ai missionari comboniani per più di un anno, prima di assumere la direzione dell’Istituto Tecnico e della parrocchia.

La Parrocchia Salesiana St. Joseph

Nel 1989 la Parrocchia Salesiana St. Joseph fu affidata ai Salesiani e l’arcivescovo monsignor Gabriel Zubeir Wako nominò don Dominic Padinjaraparambil sdb primo parroco salesiano. Sebbene l’area della parrocchia fosse molto vasta, pari a oltre 700 chilometri quadrati, i cattolici erano poco numerosi e vivevano in comunità disperse in molte zone della grande città di Khartoum.

Don Dominic, un missionario molto zelante e volenteroso, cominciò a compiere visite tra i cattolici nelle diverse zone in cui vivevano e fondò per loro piccoli centri per pregare, soprattutto la domenica. Ben presto i centri diventarono sette e vi erano celebrate sante Messe con l’aiuto di alcuni sacerdoti disponibili a Khartoum. Poiché le sedi principali in cui i cattolici andavano a pregare erano i vecchi centri di Azouzab e Mantiga, don Dominic comprese che i cattolici erano più concentrati nella zona sud della parrocchia. Per questo avviò un centro a Kalakla Gubba, nella zona sud di Khartoum, dove costruì una grande sala polifunzionale per i cattolici che si riunivano per la Santa Messa, la preghiera, le riunioni ecc. Avrebbe voluto costruire là una grande chiesa, ma poiché il governo islamico al potere disapprovava tutte le attività della chiesa, preferì attendere un momento adatto per costruire una chiesa pienamente riconosciuta. Con la celebrazione settimanale regolare delle sante Messe nei diversi centri istituiti da don Dominic, il numero di cattolici che partecipavano a queste celebrazioni domenicali crebbe rapidamente.

Don Dominic risiedeva presso l’Istituto Tecnico St. Joseph, ma si impegnava a visitare frequentemente la maggior parte dei centri, in cui incaricò alcuni catechisti di insegnare i fondamenti della fede cattolica e di curare la formazione cristiana. Dato che però i cattolici vivevano nei centri situati lontano dall’Istituto Tecnico St. Joseph, si rese necessario costruire una residenza parrocchiale più vicina alle zone in cui vivevano i cattolici. Costruire strutture permanenti per la preghiera e la Messa domenicale era però difficile a causa delle politiche del governo islamico. La maggior parte dei centri disponeva dunque di modeste strutture in canne di bambù e pali di legno. Le attività cristiane però fiorirono, perché i cattolici erano felici di avere un posto in cui riunirsi e pregare!

Anni difficili

Dopo aver lavorato instancabilmente e ininterrottamente per sette anni come parroco, nel mese di luglio del 1996 don Dominic Padinjaraparambil fu sostituito da don Jacob Thelekkadan, che diventò il nuovo parroco. Don Patrick Soreng fu nominato viceparroco. Fino alla fine del 1996 rimasero a lavorare all’Istituto Tecnico St. Joseph, ma nel febbraio del 1997 presero in affitto un edificio nella zona sud di Khartoum, e stabilirono la loro residenza in questa sede appena affittata. I sacerdoti potevano così prestare maggiore assistenza spirituale e materiale ai cristiani che vivevano più vicino.

Durante i mesi che i sacerdoti trascorsero nell’edificio che avevano preso in affitto, don Jacob, con l’aiuto dei superiori salesiani e delle autorità arcidiocesane, riuscì a costruire e ad arredare completamente una casa proprio di fronte alla grande sala polifunzionale che don Dominic aveva costruito a Kalakla Gubba. I cattolici erano molto soddisfatti, perché il loro parroco e il viceparroco erano più vicini alle loro case. All’epoca la parrocchia contava sette centri maggiori e tre centri minori. Tutti i sette centri maggiori disponevano di strutture permanenti con sale per la preghiera e aule per la scuola elementare al servizio degli studenti sfollati.

Nel marzo 1997 il governo islamico distrusse uno dei centri di preghiera, che aveva una struttura permanente costruita in mattoni e cemento; tentò di distruggere anche altri due centri maggiori, ma l’opposizione e le manifestazioni contro tale eventualità da parte dei cristiani di Khartoum impedirono la realizzazione di questo programma del governo. Negli anni successivi i cristiani rimasero vigili e così le autorità governative resero più sottile e silenziosa la loro opposizione alle attività della chiesa.

La guerra civile nel Sudan del Sud indipendente, iniziata nel dicembre 2013, ha portato ancora una volta nel Sudan del Nord molte migliaia di Sudanesi del Sud; questi cittadini però ora sono rifugiati e non sfollati all’interno del loro Paese. Tutti i centri della parrocchia sono stati allora riaperti e centinaia di cattolici hanno usufruito delle attività della Chiesa Cattolica.

Gli ultimi due anni sono stati molto difficili per cristiani e non cristiani, poiché la situazione economica in Sudan è precipitata. Tutte le persone che vivono a Khartoum stanno soffrendo molto a causa della mancanza di pane, gas per la cucina, gasolio e benzina e per le frequenti e prolungate interruzioni di erogazione dell’energia elettrica che si verificano ogni giorno. I prezzi di tutti gli articoli presenti sul mercato sono schizzati alle stelle, rendendo la vita delle persone doppiamente difficile.  

UN CALVARIO INFINITO

Dopo dieci anni di chiusura ha riaperto la frontiera tra Sudan e Sud Sudan. Al confine tra i due Paesi, lungo più di 2000 chilometri, sette punti di passaggio permetteranno la circolazione delle persone e delle merci. Da quando nel 2011 il Sud Sudan aveva ottenuto l’indipendenza, i governi di Khartoum e di Juba hanno iniziato a contendersi, anche sul piano militare, il controllo delle regioni frontaliere, soprattutto quella di Abyei, ricca di petrolio. Nel corso di questi anni, però, i rapporti tra i due Paesi sono migliorati e le popolazioni locali avevano già cominciato ad attraversare il confine per commerciare e per far pascolare il bestiame. Poi, nell’agosto scorso, l’accordo sulla riapertura.

Il Sud Sudan sta facendo i conti con la violenta guerra civile durata cinque anni che ha causato 400 000 morti e milioni di sfollati. Ad oggi, però, nessuno dei meccanismi di giustizia di transizione dell’accordo di pace è operativo. E, in un’apparente battuta d’arresto, gli Stati Uniti stanno tagliando gli aiuti. In questo quadro un rapporto delle Nazioni Unite accusa l’élite di governo del Paese di aver saccheggiato decine di milioni di dollari dalle casse pubbliche. Secondo il Palazzo di Vetro una quantità “sbalorditiva” di denaro e altra ricchezza è stata sottratta alle casse e alle risorse pubbliche – più di 73 milioni di dollari dal 2018, con quasi 39 milioni di dollari rubati in un periodo inferiore a due mesi.

Il Sud Sudan appare oggi agli occhi di chi lo visita un Pae­se con pochissime infrastrutture. Le strade sono poche, gli spostamenti gioco forza avvengono per via aerea. Buona parte della sanità pubblica è nelle mani delle organizzazioni non governative.

Inoltre, come si può constatare visitando i campi sfollati vicini alla capitale, il Sud Sudan sta affrontando la sua peggior crisi alimentare di sempre in 10 anni di indipendenza, con almeno 7,2 milioni di persone, equivalente al 65% della popolazione, sull’orlo della fame a causa della guerra civile, degli shock climatici e degli alti prezzi del cibo. In questo quadro però il World Food Programme (WFP) ha annunciato di aver sospeso l’assistenza alimentare a più di 100 000 sfollati in alcune parti del Sud Sudan per 3 mesi.

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