DON BOSCO IN INDIA
C.M. Paul*
DALLE CENERI ALLA DIGNITÀ
I Salesiani trasformano gli insediamenti lungo i canali di Kolkata
I canali di Kolkata furono un tempo le arterie vitali della città. A metà del XX secolo, però, quelle vie d’acqua erano ormai ridotte a scarichi abbandonati, intasati da liquami e rifiuti industriali. Lungo le loro sponde, famiglie in fuga dalla povertà rurale costruirono rifugi fragili di bambù, lamiera e plastica.

Kolkata, 4 maggio 2026: quando, in una sera umida di febbraio 2025, le fiamme divorarono le fragili baracche lungo il canale di Narkeldanga, famiglie come quella di Mohammad Salim persero tutto in pochi minuti.
I pali di bambù, le lamiere di stagno, la plastica e i tetti di teloni si ridussero in cenere. Le madri stringevano i figli, i risciòisti guardavano impotenti i loro pochi beni bruciare, e un senso di disperazione avvolgeva l’insediamento. Per decenni avevano sopportato inondazioni e malattie, ma quell’incendio fu diverso: li spogliò di ogni cosa. In mezzo a quella devastazione intervennero i Salesiani di Don Bosco, che dal 1985 si prendono cura dei ragazzi di strada di Kolkata, decisi ora a restituire dignità agli abitanti dei canali, ignorati dalle autorità civiche e trascurati dalle ong locali.
Insediamento dimenticato lungo il canale di scolo
I canali di Kolkata furono un tempo le arterie vitali della città. Scavati in epoca coloniale dalla Compagnia delle Indie Orientali per collegare il fiume Hooghly con laghi salmastri e zone umide, trasportavano barche cariche di riso, juta e sale. A metà del xx secolo, però, quelle vie d’acqua erano ormai ridotte a scarichi abbandonati, intasati da liquami e rifiuti industriali. Lungo le loro sponde, famiglie in fuga dalla povertà rurale costruirono rifugi fragili di bambù, lamiera e plastica.
Uno di questi insediamenti era Kapali Bagan a Narkeldanga, dove centinaia di famiglie vivevano in condizioni precarie accanto al canale. Le piogge monsoniche portavano inondazioni, le lampade a cherosene provocavano incendi, e l’acqua stagnante diffondeva malattie. Eppure, tra mille difficoltà, il quartiere si sviluppò con un suo ritmo: risciòisti, domestiche, raccoglitori di rottami e piccoli venditori formarono una comunità fragile ma resiliente.
“A ogni monsonico l’acqua ci arrivava alle ginocchia. Legavamo i letti ai pali di bambù per non farli galleggiare. Eppure restavamo, perché dove altro potevamo andare?” racconta Mohammad Salim, risciòista che ha cresciuto quattro figli a Kapali Bagan.
Per Shabana Begum, il canale era al tempo stesso maledizione e rifugio: “Siamo arrivati qui cinquant’anni fa dal Bihar con solo un fagotto di vestiti. Il canale era sporco, ma ci dava uno spazio per vivere. I miei figli hanno studiato sotto i lampioni, e ora uno lavora in ufficio. Abbiamo resistito perché non avevamo scelta.”
Queste testimonianze rivelano il paradosso della vita lungo i canali: pericolo e privazioni, ma anche comunità e resilienza. Gli insediamenti si fecero compatti, organizzati per caste, religione o provenienza. Nonostante la povertà, alimentarono economie informali – chai stall, sartorie, servizi di risciò, raccolta di rottami – che permisero alle famiglie di sopravvivere con pura determinazione.
I Salesiani di Kolkata: un’eredità di cura
L’intervento dei Salesiani non fu un atto di carità improvvisata. Dal 1985 percorrono le strade di Kolkata, prendendosi cura dei bambini smarriti e fuggiti che vivevano sulle piattaforme ferroviarie della città. La loro credibilità e compassione affondano le radici in decenni di presenza accanto ai più poveri.
L’ex provinciale dei Salesiani di Kolkata, don Joseph Pauria, ha spiegato: “Abbiamo visto gli stessi volti di disperazione che conoscevamo dal 1985 tra i ragazzi di strada – solo che ora intere famiglie erano senza casa lungo il canale. Non potevamo ignorarli.”
Nonostante l’incendio, le autorità civiche offrirono scarsa assistenza. Le ong locali, già sovraccariche e titubanti, non intervennero. Le famiglie ricostruirono baracche sulle ceneri, rassegnate ad affrontare il monsone e un nuovo ciclo di privazioni.
“Non ci era rimasto nulla, nemmeno una pentola per cucinare. Quella notte dormimmo sulla strada,” ha ricordato Hasina Begum, madre di tre figli che perse la sua casa nel rogo.
Eppure la resilienza non venne meno. I risciòisti tornarono al lavoro, i raccoglitori di rottami ripresero a setacciare le strade, le donne continuarono a cucire abiti, i bambini a studiare sotto i lampioni. L’insediamento si rifiutava di scomparire, anche tra le rovine.
Solidarietà oltre i confini
Il successo del progetto fu inseparabile dal sostegno dei benefattori europei, in particolare provenienti da Belgio e Germania.
Dalla Germania, Heinrich Hackenberg scrisse: “Quando abbiamo saputo dell’incendio, abbiamo capito che il nostro aiuto doveva essere immediato. Queste famiglie meritavano più di rifugi di teloni.”
Dal Belgio, Maria Ketels condivise: “La nostra solidarietà non è carità, è solidarietà. Ogni famiglia merita dignità. Queste case sono simboli di speranza.”
La loro generosità garantì che il progetto non si fermasse, neppure durante gli anni della pandemia, quando le risorse locali erano messe a dura prova.
Oltre il rifugio: una comunità rinasce
Il progetto abitativo non si limitò a sostituire le baracche con case di mattoni e lamiera. Restituì dignità e ridisegnò la vita comunitaria. I bambini ora frequentano regolarmente la scuola; le famiglie hanno accesso ai servizi igienici; le donne si sentono più sicure.
La visione di don George andava oltre l’edilizia. Promosse la responsabilità ecologica, organizzando la pulizia dei canali e campagne di piantumazione. Avviò programmi di sostentamento e nutrizione. Il suo approccio olistico garantì che la trasformazione non fosse solo fisica, ma anche sociale e spirituale.
La storia di Kapali Bagan rispecchia il percorso urbano di Kolkata: dai canali coloniali ai fossi abbandonati, dagli insediamenti di baracche alla rinascita comunitaria. Offre un modello per affrontare la povertà urbana in altri angoli trascurati della città.
Gli urbanisti spesso discutono se sia più efficace la demolizione degli slum o la loro riqualificazione. L’iniziativa di don George dimostra che un’edilizia centrata sulla comunità, radicata nella dignità e nella solidarietà, può avere successo dove i programmi burocratici falliscono. Coinvolgendo i residenti, rispettando le loro storie e garantendo la continuità della vita comunitaria, il progetto ha evitato le insidie dello sradicamento.
*C.M. Paul è sacerdote, giornalista ed educatore con decenni di esperienza nel reportage istituzionale e umanitario. La sua scrittura unisce calore pastorale e chiarezza investigativa, mettendo in luce storie di resilienza, solidarietà e dignità tra le comunità emarginate.

















