BS Gennaio
2024

SALESIANI

O. PORI MECOI

Con gli occhi di DIO

Incontro con un salesiano veramente speciale.

Ti puoi presentare?

Mi chiamo don Matteo Rupil, ho 37 anni e sono salesiano di don Bosco dall’8 settembre 2012, sacerdote dal 5 giugno 2021. Sono contento di essere friulano per nascita, vengo infatti dalla Carnia, una terra di montagne, dove Italia, Austria e Slovenia si incontrano. Al contempo sono grato di essere diventato, ormai dal 2010, piemontese d’adozione, ricevendo il dono di poter iniziare proprio a Valdocco il cammino che mi ha dato la possibilità di seguire il Signore come figlio di don Bosco. Se Tolmezzo mi ha donato la vita, l’amore immenso della mia famiglia e la sorpresa di incontrare don Bosco nel cortile dell’oratorio e della scuola, Torino mi ha regalato l’affetto e l’accoglienza di confratelli e consorelle che fin dal primo giorno mi hanno fatto sentire a casa, la gioia di poter condividere la fede e la vita camminando con la mano sulla spalla di tanti giovani in questi anni e la grazia di poter rispondere all’Amore fedele di Dio con il mio piccolo sì, diventando salesiano di don Bosco e sacerdote. E tutto questo l’ho vissuto guardando per così dire la vita da una prospettiva particolare: dalla nascita infatti mi accompagna una malattia agli occhi che nel 2000, quando avevo 14 anni, mi ha privato della vista, chiedendomi e donandomi di vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri e di camminare in compagnia di tanti fratelli e sorelle che quotidianamente, come il Risorto sulla via di Emmaus, scelgono di amarmi prendendomi per mano e donandomi la loro spalla, facendomi toccare che l’Amore di Dio è veramente fedele e mai ci abbandona. È grazie a questi occhi, che sono croce e benedizione allo stesso tempo, che ho sperimentato come davvero la luce di Dio vuole illuminare proprio le nostre notti più oscure, se abbiamo la fiducia e il coraggio di consegnarle al Suo Amore.

Com’è nata la tua vocazione?

Se dovessi riassumere con una parola il cuore della mia vocazione senza dubbio sceglierei la parola “gratitudine”, il Magnificat di Maria. Il desiderio di dire grazie, cioè di poter ridonare e regalare agli altri la gioia dell’Amore che ho ricevuto e che quotidianamente ricevo, è senza dubbio la voce con cui il Signore mi ha chiamato a seguirlo come figlio di don Bosco. Fin da quando sono entrato in oratorio per la prima volta, era l’estate ragazzi del 1994, mi sono subito sentito a casa, chiamato per nome e voluto bene semplicemente perché ero io, al di là dei miei limiti e delle mie qualità. Ricordo come se fosse ora che durante quell’estate ho incontrato animatori così incredibili che, nonostante io vedessi già molto poco, mi hanno preso per mano e permesso di vivere con il loro aiuto un laboratorio di pittura, una cosa apparentemente impossibile nella mia situazione! Eppure l’Amore è capace di questi miracoli: facendomi sentire in famiglia, don Bosco mi ha rubato il cuore. Ciò che poi mi ha affascinato, in particolare durante l’adolescenza, è stato toccare con mano che il Signore, che avrebbe potuto fare tutto anche senza di me, chiedeva e cercava proprio il mio aiuto, la mia disponibilità a mettermi al servizio, per portare il Suo Amore e la Sua gioia ai più piccoli. È stato però durante il periodo dell’università che ho riconosciuto con chiarezza la Sua chiamata. Mentre infatti mi si aprivano davanti tante strade per il futuro, tutte possibili, interessanti ed affascinanti, sentivo sempre più che il mio cuore tornava volentieri, ed ogni volta che poteva, lì in oratorio, tra i ragazzi, perché solo in quel luogo trovava veramente pace, casa. Aiutato dallo sguardo di un prezioso amico dell’anima, ho riconosciuto che Dio mi stava chiamando a seguirlo come figlio di don Bosco proprio attraverso il desiderio di poter essere per altri, per i più piccoli, la stessa presenza accogliente e paterna che, come un cristallo che riflette la luce di Dio, tanti salesiani erano stati per me. È questo il mistero di Dio che ogni giorno, quando celebro l’Eucarestia, continua ad amarmi donandosi per me, scegliendo di avere bisogno e di fidarsi delle mie mani per poter essere davvero pane spezzato “per voi e per tutti”.

Quali incontri e quali persone ti hanno più emozionato?

Sono tante e tutte preziose le voci con cui Dio mi è venuto incontro e ha preso per mano la mia vita. Mi piace ricordarne tre, per me particolarmente significative. In primo luogo sicuramente i miei genitori, Claudia e Aulo, e mia sorella Carolina. Attraverso di loro ho sperimentato la bellezza del sapermi guardato da Dio con uno sguardo accogliente e premuroso, uno sguardo capace di presenza solida, di affetto caloroso, di vera cura nell’accompagnare e di autentica libertà nel lasciar partire. La vita di mamma, papà e Carolina è stato il primo e più vero Vangelo in cui ho potuto leggere che davvero il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato la Sua vita per me. Un secondo incontro che desidero ricordare è quello con don Pascual Chavez, il nostro Rettor Maggiore emerito. A lui devo il dono infinito di avermi donato la grazia di poter intraprendere il cammino che mi ha portato a diventare salesiano, scoprendo che Dio non mi chiamava a diventare figlio di don Bosco nonostante questi occhi, ma proprio attraverso questi occhi. Don Pascual ha avuto il coraggio e la fantasia di aiutarmi a riconoscere che il Signore mi chiamava ad essere un salesiano “al rovescio”, potendo accompagnare i giovani solo a condizione di aver prima dato loro fiducia, fidandomi nel lasciarmi accogliere e accompagnare da loro, consegnando loro la verità di ciò che sono, nulla escluso. Sono infatti proprio le nostre ferite che, se consegnate all’Amore, diventano le feritoie attraverso le quali il Signore ci ama e le fenditure attraverso cui questo Amore può raggiungere i fratelli. Chi è amato ama, scriveva don Bosco. Ed infine, penso che sia stato determinante per il mio cammino l’incontro con alcuni giovani poveri, che mi hanno fatto riconoscere che la mia vita può avere senso solo se diventa oggi la risposta alla loro fame di pane, di amore, di Dio. Ad agosto, sulle strade di Nairobi, ho incrociato per un attimo una ragazza che, tenendo in braccio una bimba, mi ha chiesto dell’acqua. In questa sua domanda ho risentito il grido del crocifisso che grida la Sua sete, l’ansia di don Bosco che, incontrando i ragazzi in carcere, si chiedeva come poter essere per loro un amico. È attraverso il grido di questi giovani che Dio oggi mi dice chi sono chiamato a diventare come salesiano: acqua che disseta la sete d’Amore che arde nel cuore dei ragazzi.

Perché proprio salesiano?

Perché è stato con il volto sorridente e paterno di don Bosco, assieme a quello paziente e premuroso dei miei famigliari, che Dio mi ha incontrato e mi ha amato. Se dovessi paragonare il Vangelo ad una splendida partitura musicale direi che fin da quando ero bambino ho sempre sentito dar voce a questa melodia dall’orchestra di don Bosco, è come se il Vangelo per me avesse sempre risuonato con la tonalità ed il timbro del carisma salesiano. Su questo non ho mai avuto dubbi o ripensamenti: i doni non vanno spiegati, ma riconosciuti, accolti e vissuti. Mi piace molto ripensare a don Bosco, ormai anziano, che guardando i primi salesiani amava dire: “Io abbozzo, voi stenderete i colori”. Penso che in queste parole sia custodito il mistero della mia vita e di ogni vita salesiana, poter far venire alla luce, facendolo brillare, un tratto del cuore, della vita e della paternità di don Bosco che Dio affida proprio a me, in modo speciale, per farne dono agli altri.

Qual è il tuo compito attuale?

Dal settembre 2021 vivo al Rebaudengo, una casa salesiana nella periferia di Torino. Qui ho la grazia di condividere quotidianamente il cammino con gli studenti e i docenti di iusto, l’università salesiana di Torino. È bello per me scoprire che sono proprio i ragazzi che quotidianamente incontro in università che giorno dopo giorno mi stanno aiutando ad imparare ad essere prete, insegnandomi ad amare attendendo, accogliendo, ascoltando, accompagnando, lasciando andare. Quando riesco poi volentieri faccio un salto in cortile, perché è in modo speciale in oratorio che ancor oggi possiamo sentir battere il cuore di don Bosco. Ed infine sto studiando teologia perché, se e come il Signore vorrà, attraverso il servizio dell’insegnamento possa aiutare altri giovani salesiani a diventare sacerdoti con gli occhi e lo sguardo di don Bosco.

Essere prete è il tuo punto di partenza per che cosa?

Sono prete da quasi tre anni e sempre più sto scoprendo che l’essere diventato sacerdote non è una conquista o un punto di arrivo, ma una grazia e un punto di partenza. Ci vorrà certamente una vita per capire e per scoprire la bellezza e la grandezza della vita salesiana. Spero però che, giorno dopo giorno, il Signore mi doni due grazie particolari. La prima è di non dubitare mai del Suo Amore, ma di riconoscere, passo dopo passo, che davvero Dio ci ha amati e ci ama “fino alla fine”, come dice Giovanni, cioè sempre e comunque, prima di tutto e a prescindere da tutto. Questo penso sia il cuore del Vangelo, il cardine di ogni vita cristiana e la buona e vera notizia che il mondo ed in particolare i giovani attendono da noi. Non vedendo, ho scoperto molto bene che, pur con qualche difficoltà, senza vedere si può vivere. Ciò che spegne la vita è il non saperci visti da nessuno. Ciò che invece ci salva e ci fa risorgere è l’essere guardati con uno sguardo d’Amore, come quello che Gesù regala al giovane ricco nel Vangelo di Marco. Ed è solo se questo sguardo oggi incontra ed ama concretamente la mia vita che potrò raccontarlo e testimoniarlo ai giovani che incontro. E la seconda grazia è quella di poter diventare, passo dopo passo, semplicemente un buon padre, come don Bosco lo è stato per i suoi ragazzi. Penso che la parola padre sia infatti la definizione più bella per dire ciò che un salesiano è e dovrebbe essere. Padre significa amore che sa essere presenza fedele che resta e non lascia soli, sacrificio che fa crescere donando giorno dopo giorno la vita, tenerezza che sa farsi vicinanza che accompagna e libertà che mai si impossessa delle vite e dei cammini.

Se sei felice, qual è il costo di questa felicità?

Sì, posso dire di essere felice. La felicità non penso significhi aver trovato un luogo comodo o un posto facile in cui trascorrere la vita al sicuro e in tranquillità. Essere felice per me significa riconoscere che il mio cuore è in pace perché la vita salesiana è proprio quel regalo speciale che Dio ha pensato e sognato per me. E certamente questa felicità, come tutte le cose belle, ha un costo e richiede una lotta. La lotta di continuare a consegnarmi giorno per giorno all’Amore di Dio, senza finzioni e senza maschere, non chiudendo le mani per controllare tutto o nascondendomi dietro un paio di occhiali scuri, ma aprendo le mani e lasciandomi guardare negli occhi, per imparare sempre più la gioia che nasce non dal prendere, ma dal ricevere. La lotta di riconoscere che Dio non mi viene incontro in cose grandi o in esperienze straordinarie, ma proprio nel quotidiano, nei confratelli e nei giovani con cui oggi mi chiede e mi dona di condividere la vita, percorrendo insieme un cammino in cui la gioia più grande è quella di vivere il “noi due faremo tutto a metà” che don Bosco ha consegnato a don Rua, non preoccupandoci di fare tante cose, ma occupandoci di costruire una vera comunità accogliente, che profumi di famiglia e parli di fraternità a chi è più solo e più lontano. La lotta per poter diventare sempre più pane spezzato per i fratelli, come il Signore sceglie di fare ogni volta che celebriamo l’Eucarestia: un pane quotidiano, accessibile, a disposizione, pronto semplicemente a lasciarsi mangiare da chi ha fame di tempo, di casa, di misericordia, in una parola fame di Dio.

Come vedi la tua vita futura?

In questi anni di cammino penso di aver toccato con mano una verità di cui sono profondamente convinto. Certamente è bello sognare, avere programmi e progetti per il futuro. Ma molto più bello è scoprire che la nostra vita, il nostro presente ed il nostro futuro, sono custoditi dai sogni che Dio ha per noi. Sognare è entusiasmante, scoprirci sognati, scoprire che Dio, come chi ci ama davvero, ci sogna, è qualcosa di infinitamente più bello e più grande. I nostri sogni, per quanto grandi possano essere, non potranno mai avere l’ampiezza e la bellezza dei sogni di Dio, di un Dio che è fedele non tanto alle nostre domande, quanto alle sue promesse. Pensando al mio futuro spero semplicemente di saper sempre dire di sì, senza se e senza ma, ai sogni di Dio sulla mia vita, fidandomi di Lui e continuando a camminare sotto il Suo sguardo con la mano sulla spalla di don Bosco, dei confratelli e dei giovani che mi donerà di incontrare: in questi anni ho visto con i miei occhi e ho toccato con le mie mani che nulla è impossibile a Dio, perché davvero Dio è onnipotente nell’Amore, a noi è chiesto solo di fidarci di Lui, come un bimbo si affida alla mamma.          

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