FMA
B.T.
COME NASCE UNA MISSIONE
Tutto cominciò con una jeep
Suor Rocivalda, suor Ermencina e suor Dilza arrivarono a Sacramenta con mani e borse vuote, ricche solo di buona volontà e di capacità di amare.
In un rione di periferia di Bélem, chiamato Sacramenta, un salesiano cominciò, come Don Bosco, con un prato, un pallone e un sorriso. Riuscì in pochi anni a tirare su una Scuola Professionale dotata di Laboratori attrezzati per 800 e più ragazzi. Si chiamava don Lorenzo Bertolusso. Incominciò a raggruppare i suoi ragazzi in un terreno di fortuna e a galvanizzarli intorno a un football, dominatore incontrastato di un’incolta prateria.
Le bambine e ragazzine dell’abitato, inquiline perpetue della strada, non trovarono di meglio che mescolarsi nelle file dei giocatori, distribuire anch’esse calci, parolacce e spintoni, disturbare sistematicamente giochi, riunioni, iniziative. Inutile cacciarle: tornavano imperterrite e incorreggibili. Don Lorenzo, stanco e un po’ stizzito, si rivolse alle suore: «Venite e prendetevene cura voi!»
Le suore avevano un bel Collegio dall’altro lato della città. Erano poche, con tante educande, una Scuola Media e Superiore frequentatissima. Ma una Figlia di Maria Ausiliatrice non rifiuta mai l’Oratorio, e due religiose della comunità, scelte per la fatica domenicale, cominciarono a recarsi a Sacramenta dal mattino alla sera delle giornate festive. Era l’anno 1964. Suor Rocivalda, suor Ermencina e suor Dilza arrivarono a Sacramenta con mani e borse vuote, ricche solo di buona volontà e di capacità di amare. Bastò la loro presenza lieta ad attirare quel piccolo mondo errante per il rione. Di domenica in domenica le Oratoriane salirono a 200, 300, 400, 600. Le mamme accompagnavano le figlie e ascoltavano anch’esse quelle Suore vestite di bianco che nemmeno i cicloni torrenziali o il calore equatoriale, riuscivano a tener lontane. Non avevano una tettoia, un rifugio, un luogo di ristoro. Non possedevano un giocattolo, un passatempo, un mezzo di attrazione. Facevano catechismo all’aria libera, insegnavano un po’ di igiene e di morale e intonavano canti. Erano questi la calamita più potente. Bastava abbozzarne un motivo: lo ripetevano alla perfezione.
Bisognava però attrezzare un riparo per le giornate piovose; organizzare, anche solo in modo rudimentale, quelle 600 scatenate monelle domenicali.
Gli ultimi due biglietti per le suore
Ma come? Di denaro, neanche l’ombra. Don Lorenzo stava allestendo – per la costruzione della sua Scuola – una grande lotteria: in palio, una jeep. Le suore furono pregate di vendere 300 biglietti con qualche beneficio sul totale degli incassi. Alla vigilia del sorteggio, due soli biglietti erano rimasti invenduti.
Suor Rocivalda, improvvisamente ispirata, con tono di scherzo propose al Padre: «Se uscirà uno di questi due biglietti, darà a noi la jeep da vendere a pro dell’Oratorio?». Lui, indaffaratissimo, abbozzò un sorriso incredulo: «Ma sì! Se uscirà…»
Uscì proprio il numero del biglietto invenduto (su migliaia di comprati!). La jeep fu cambiata con un terreno su cui Suore e bambine potevano sentirsi «di casa». Nacque così il Centro Sociale Auxilium.
Il 10 novembre 1964, la prima sede (terreno e tettoia) era pronta e l’allegria delle bambine irrefrenabile. Al sabato, nel padiglione di legno, funzionavano un embrionale «Club» delle mamme diretto da un’Assistente Sociale coadiuvata da un medico, padre di due allieve del Collegio. Le Suore intanto, oltre la parte orientativa e religiosa delle madri, gettavano le basi di un Corso di Catechesi per giovanette in vista della preparazione di future Catechiste.
Sotto quella tettoia si improvvisavano rappresentazioni teatrali, saggi di canto e danza, festicciole tipiche del luogo. Quando pioveva, ci si pigiava a centinaia, con il rischio di soffocare. Ma nessuna si muoveva. E, per occupare bene il tempo, si cantava.
Dopo la S. Messa all’aperto, verso sera, le Suore tornavano al Collegio. La festa finiva tra un sospiro generale di rimpianto e mille «Voltem logo, Irmas! Até domingo!». («Tornino presto, Suore! Arrivederci a domenica!»).
Il padiglione di legno era ormai insufficiente. Bisognava pensare a costruire un edificio in muratura.
Passi innumerevoli presso persone facoltose; reiterate petizioni alle autorità; interessamenti in seno alle Associazioni benefiche della regione: a distanza di 100 anni, le tre suore ripetono la stessa «odissea» di don Bosco alla ricerca di fondi per il suo primo Oratorio di Torino.
Ospiti notturni, i topi
Messe sull’avviso, suor Rocivalda e suor Dilza ottennero di passare la notte in una squallida casetta confinante con l’area dell’Oratorio. Due amache, due lampade elettriche, un fornellino a gas, due catini, due sedie e un tavolo. Nient’altro. Ospiti notturni, i topi.
Al mattino presto, dopo la santa Messa nella Cappella dei Salesiani, la fila delle alunne era già in attesa.
Si iniziarono le lezioni di cucito, taglio e ricamo: due suore per centinaia di bambine che non avevano mai tenuto l’ago in mano. Le più abili e attive, appena sgrossate, passarono al ruolo di maestre. Si formarono così otto gruppi di ricamatrici in erba, tanto attente e diligenti da far stupire per i loro rapidi e notevoli progressi.
Ora avevano una scuola, un laboratorio, un oratorio e due suore tutte per loro. L’edificio in muratura veniva su pian piano, grazie ai sussidi che giungevano al Centro dalle fonti più insperate. Le classi, con il 1966 avevano superato la decina; nel 1967 la quindicina. Ormai potevano funzionare nel nuovo caseggiato, anche se privo di porte e di finestre: in Brasile quest’inconveniente non costituisce problema… Poi la minuscola Comunità si arricchì di due altre suore. Fu acquistata un’attigua casetta e fu possibile pensare a un nuovo sviluppo del Centro.
Suor Maria Battista, una vera fata del ricamo, era l’anima di un avviato laboratorio di cucito. Si confezionavano finissimi lavori in bianco e in colore. Ma era un’occupazione limitata a chi possedeva talento.
Il sobborgo superpopolato, nido di disoccupazione, non dava speranza di assorbimento né domestico, né industriale, della maggior parte delle adolescenti. A 15, 16 anni, quelle figliole, provenienti da famiglie disunite, disordinate, da ambienti equivoci e moralmente pericolosi, rischiavano di perdersi definitivamente.
Bisognava trovare un’attività che le rendesse economicamente autonome e il cui rendimento non subisse troppo presto la concorrenza. Suor Rocivalda e le sue suore pregavano e attendevano la Provvidenza.
Un giorno vennero a sapere che vicino a Belém, un piccolo industriale, in possesso di alcuni telai per la fabbricazione di reti di amache, tappeti e tende aveva intenzione di cedere la sua attrezzatura. Suor Lourdes, nativa della regione del Cearà, conosceva bene quel mestiere caratteristico della sua terra. Le suore visitarono la piccola fabbrica e ne furono soddisfatte. Ma bisognava trovare nuovi fondi per prelevare i telai, adattare il macchinario, acquistare il materiale, costruire un locale appropriato.
Fu interessato il Presidente della Fondazione caritativa «Papa Giovanni» che già precedentemente aveva sovvenzionato la costruzione, e guardava con simpatia lo sforzo delle suore.
Fu lo strumento della Provvidenza. In pochi mesi, alla Scuola Elementare (17 classi), all’Oratorio diurno e festivo (700 frequentanti), al Centro Catechistico (20 squadre curate da 20 Catechiste laiche), al Club delle Mamme (un centinaio di fedelissime) si poté aggiungere l’impianto per un Corso Professionale originalissimo nel genere di lavorazione e di sicure prospettive per il futuro.
I lavori di artigianato delle alunne, con l’orientamento di suor Lourdes, perfetti nell’esecuzione e geniali nella combinazione di colori, sono assai ricercati. La Scuola comincia a ricevere ordinazioni di notevoli quantitativi di reti, tappeti, tendaggi, scendiletti, borse ed altri oggetti fatti con una speciale fibra, il «cizal».
«O Senhor é meu Pastor»
Alla domenica, in mezzo al frastuono di una piccola banda alle sue prime prove o di un fremente gioco collettivo, lo squillante tocco di un campanello che placa all’istante quella moltitudine in effervescenza e la dispone alla partecipazione alla Messa, impressiona fortemente. Si aprono due porte scorrevoli di legno in fondo al porticato e appare l’altare costruito dai ragazzi artigiani di padre Lorenzo. Settecento oratoriane, giovanile assemblea del Regno di Dio in costruzione, sono pronte per l’Eucaristia. È un coro possente e argentino che intona gioiosamente: «O Senhor é meu Pastor!».
La storia del Centro Sociale «Auxilium» di Belém non è finita. È appena cominciata.
Oggi, il Centro Sociale Auxilium è una comunità inserita nella realtà popolare del quartiere Sacramenta. Oggi non ci sono più né la maglieria né l’ambulatorio e la scuola è aperta alla comunità, mettendo a disposizione i suoi spazi per gli incontri della Famiglia Salesiana e della Chiesa locale. Quattro religiose vivono nello stesso spazio e svolgono un lavoro di sostegno pastorale in armonia con la parrocchia.
















