BS Maggio
2022

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

«Come ho scoperto Maria»

Una pagina commovente e indimenticabile di Carlo Carretto.

È stato durante il mio lungo soggiorno nel deserto. Vivevo nell’Hoggar in una fraternità di Piccoli Fratelli del padre de Foucauld e mi guadagnavo il pane lavorando sulle piste di Tit, Tazrouk, In Amguel, come meteorologo. Il lavoro mi piaceva assai perché oltre il sostentamento mi dava la possibilità di vivere nell’ambiente che avevo cercato, il deserto, e di unire alla fatica quotidiana i grandi silenzi e la possibilità della preghiera prolungata.

In poco tempo conobbi i tuareg che vivevano sotto la tenda, gli aratini, schiavi africani che coltivavano le oasi, e gli arabi che venivano dal nord e i mozabiti che si dedicavano ai commerci.

Mi ero affezionato soprattutto ai tuareg che avevano gli accampamenti lungo le gueltà e sugli altipiani e coglievo le occasioni dei miei viaggi per fermarmi con loro la sera dopo il lavoro.

Fu durante un incontro con loro che io venni a conoscenza di un fatto interessante.

Ero venuto a sapere, quasi per caso, che una ragazza dell’accampamento era stata promessa sposa ad un giovane di un altro accampamento ma che non era ancora andata ad abitare con lo sposo perché troppo giovane. Istintivamente avevo collegato il fatto al brano del vangelo di Luca dove si racconta proprio che la Vergine Maria era stata promessa a Giuseppe, ma non era ancora andata ad abitare con lui (Mt 1,18).

Ripassando due anni dopo in quell’accampamento, spontaneamente, come per trovare motivi di conversazione, chiesi se il matrimonio fosse avvenuto.

Notai nel mio interlocutore un turbamento, seguito da un evidente imbarazzato silenzio.

Tacqui anch’io. Ma la sera, attingendo acqua ad una gueltà a qualche centinaio di metri all’accampamento, vedendo uno dei servi del padrone, non potei resistere alla curiosità di conoscere il motivo del silenzio imbarazzato del capo dell’accampamento. Il servo si guardò attorno con circospezione, ma, avendo in me molta confidenza perché «marabut», mi fece un segno che ben conoscevo passando la mano sulla gola con il gesto caratteristico degli arabi quando vogliono dire: «è stata sgozzata».

Il motivo?

Prima del matrimonio s’era scoperta incinta e l’onore della famiglia tradita esigeva quel sacrificio.

Ebbi un brivido, pensando alla ragazza uccisa perché non era stata fedele al suo futuro sposo.

La sera a Compieta, sotto il cielo sahariano, volli rileggere il testo di Matteo sul concepimento di Gesù in Maria.

Avevo acceso una candela perché era buio e la notte era senza luna. Lessi: «Maria, sua madre, era fidanzata a Giuseppe. Ora prima che andassero ad abitare insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto, e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto» (Mt 1,19).

Insomma Giuseppe non era stato il denunciatore e Gioacchino, padre di Maria, non aveva assunto il ruolo del fanatico di turno ammazzando Maria come avrebbe voluto la legge. «Mosè ci disse che questo tipo di donne siano uccise» (cfr. Dt 22,24).

Ricordo come fosse ora. Sentii Maria vicina vicina seduta sulla sabbia, piccola, debole, indifesa, con il suo ventre grosso, con la sua impossibilità a piegarsi, silenziosa.

Spensi la candela. Nella notte buia non vedevo le stelle. Vedevo attorno a noi tanti occhi che brillavano come gli occhi degli sciacalli quando attentano agli agnellini.

Erano gli occhi di tutti gli abitanti di Nazaret che spiavano quella ragazza madre e le chiedevano con tutta la potenza dell’incredulità di cui sono capaci gli uomini, e più ancora le donne: «Come hai fatto ad avere quel figlio, sciagurata, scostumata!».

«Che notte! Che so rispondere? Che è Dio il padre di questo piccolo? Chi mi crede? Sto zitta. Dio sa. Dio provvede…».

Povera, dolce Maria, piccola ragazza madre. Incominci male la tua carriera! Come fai ad affrontare tanti nemici? Chi ti crederà?

Quella sera sentii per la prima volta che mi stavo avvicinando al mistero di Maria.

Per la prima volta non la vedevo sull’altare come una statua immobile di cera, addobbata con abiti da regina, ma la sorella, vicino a me, seduta sulla sabbia del mondo, con i sandali logori come i miei e con tanta stanchezza nelle vene.

Allora capii perché sua cugina Elisabetta, che Maria era andata a trovare dopo quei fatti (si esce sempre volentieri dal proprio ambiente quando si è con il ventre grosso e gli occhi dei vicini ti guardano in una certa maniera puritana), avesse potuto dire al termine del racconto che Maria le aveva fatto: «Beata te che hai creduto».

Sì, veramente beata! Maria, ci vuole coraggio a credere a queste cose! È difficile per noi credere a quello che dici testimoniandoci che quel figlio non è frutto di un’avventura notturna che non vuoi spiegare. Ma è difficile soprattutto per te! «Beata te che hai creduto» (Le 1,45).

E il massimo che si può dire ad una ragazza semplice, umile, povera, che ha avuto la ventura di parlare con gli angeli, lei che è un nulla, e che si è sentita dire che dovrà avere un figlio che sarà il Santo e il figlio dell’Altissimo, sì, proprio lei, l’ultimo e il più piccolo «resto» d’Israele.

«Beata te che hai creduto, Maria» (Le 1,45).      

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