BS Marzo
2024

IL TEMPO DELLO SPIRITO

CARMEN LAVAL

«Come anche noi...»
NON È FACILE CHIEDERE PERDONO

Possiamo dire “scusa”, ma non sempre è sufficiente per chiedere scusa. Ogni giorno, chiedere perdono è più sottile di quanto sembri, ma così necessario.

Parole offensive, fastidiose omissioni, errori ed errori con gravi conseguenze… La vita quotidiana offre mille e una possibilità di sbagliare, per azione o per omissione. Ma se chiedere scusa è il minimo richiesto alla portata di tutti, “scusarsi bene”, invece, richiede un certo know-how. Non basta dire poche parole, è comunque necessario seguire i diversi passaggi che consentono di riparare il guasto o l’infortunio subito.

Nessuna vera scusa senza riconoscere il dolore che uno ha inflitto all’altro, scrive essenzialmente il terapeuta. Nel 2016 Roy Lewicki, Professore Emerito presso il Dipartimento di Management e Risorse Umane della Columbus University (Ohio), ha condotto un esperimento che ha coinvolto settecentocinquantacinque persone. Il tema: quali scuse sono veramente riparatrici? Alla fine, sei elementi sono stati identificati come veramente determinanti. Lo studio, che ha avuto un effetto virale, da allora è stato considerato «il» riferimento sull’argomento.

Esprimere il rimpianto

“Mi dispiace davvero”, “Mi dispiace tanto”… Esprimere il tuo rimorso in modo chiaro, se possibile sinceramente, è il punto di partenza essenziale. Nel complesso, tendiamo a saltare direttamente a spiegazioni che suonano sgradevolmente come autoassoluzione. Inutile dire che una tale postura non dispone l’altro favorevolmente nei nostri confronti e, soprattutto, non ripara nulla nella relazione. Chiedere scusa richiede una piccola dose di umiltà, perché si tratta di dire (e pensare è sempre meglio) al nostro interlocutore che siamo consapevoli di averlo ferito o di aver danneggiato qualcosa nella relazione. Solo l’espressione di questa consapevolezza può creare un clima di ascolto e accoglienza.

Spiegare che cosa è successo

Non basta chiedere scusa per fare ammenda. Prendersi il tempo per spiegare che cosa ci ha portato a ferire l’altro, volontariamente o meno, è necessario per esprimere il valore che diamo al nostro approccio, e quindi alla relazione. L’importante è che il nostro interlocutore capisca come abbiamo “sbagliato”: contesto, stato d’animo, possibile malinteso… Queste informazioni lo aiuteranno a farsi un’idea più precisa di che cosa fosse in gioco e del perché della trasgressione, che lo aiuterà a scegliere in modo consapevole se deciderà, in seguito, di passare la spugna o meno.

Riconoscere la responsabilità

Il passato non può essere cancellato. È inutile cercare di dimenticare l’offesa. Questo meccanismo di difesa seppellisce la sofferenza, l’odio e il risentimento da qualche parte nell’inconscio, dove la loro forza distruttiva continua ad agire con ancora maggiore violenza.

Certo, tendiamo a trovare scuse per noi stessi nello stesso momento in cui proviamo a crearle. Non è né molto onesto né molto produttivo. Riconoscere la nostra responsabilità senza cercare di esonerarci è il minimo che possiamo fare quando abbiamo oltrepassato la linea gialla. Puoi ferire senza volerlo, ma l’infortunio viene sempre da una causa reale. Dimenticare un evento ovviamente non è intenzionale, è meglio riconoscere i propri torti ed esprimere il proprio rimorso piuttosto che rimanere bloccati spiegando all’infinito che dovevamo gestire un’emergenza e che, magari, non eravamo in gran forma.

Manifestare il proprio stato d’animo

Una volta espressi i rimpianti, richiamati i fatti e ammessa la nostra responsabilità, è tempo di sentire. È essenziale che ci raccontiamo ciò che proviamo: colpa, imbarazzo, rimpianto, vergogna… Mettere in parole queste emozioni, questi sentimenti, equivale a mostrare l’empatia che probabilmente ci mancava quando ci feriamo a vicenda. L’espressione del nostro rimorso permette al nostro interlocutore di sentire che prendiamo la misura della sua ferita e che ci riguarda. Il che, di per sé, può già essere riparatore per l’altro.

Suggerire una riparazione

Questo passaggio è particolarmente valido per danni quantificabili, materiali, ma non solo. È possibile chiedere all’altro come potremmo recuperare, riscattarci o attenuare il dolore che abbiamo causato. Non si tratta ovviamente di comprare la pace o acquistare una buona coscienza, ma di proporre di riparare, nel modo che sarebbe opportuno per l’altro, il danno che gli abbiamo fatto subire.

Chiedere perdono

Ultima tappa del cammino: la richiesta di perdono, che richiede tanta umiltà quanta sincerità. Il perdono è un’offerta volta a ristabilire un equilibrio rotto, un contratto tradito. Ma la persona che ha subito un torto è libera di concederlo o meno. E devi accettarlo.  

«NON VI ODIERÒ»

Se ciò che chiamiamo Occidente ha un senso, questo senso palpita nelle parole con cui il signor Antoine Leiris si è rivolto ai terroristi che a Parigi hanno ucciso sua moglie: «Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore.

Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa.

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di dodici anni fa.

Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai.

Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si sveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo bambino vi farà l’affronto di essere libero e felice.

Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

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