FAMIGLIA SALESIANA
B.F.
CLAUDIA SINI
Volontaria di don Bosco
Claudia godeva la vita, godeva il suo lavoro in ospedale, che percepiva con gratitudine e gioia. «La secolarità è sempre più bella, è il campo di battaglia, ma è anche l’acqua in cui nuoto e l’aria che respiro, è condivisione con il mondo, è il terreno in cui essere seme e la farina in cui essere lievito, è l’incontro con persone. Secolarità è il mio bellissimo lavoro. È il non mettersi in mostra, ma “stare – con”, senza apparire troppo».

Una famiglia
Penso che il primo passo, il primo segno di Dio nella mia vita sia stato darmi i genitori che ho. Sono fantastici, non smetterò mai di dirlo e non lo dirò mai abbastanza. Forse non lo riescono a capire, ma ho tutto quello che mi hanno insegnato loro.
Racconta la mamma: «Era una brava bimba. Cresceva paffutella e tranquilla, senza capricci, allegra e sempre obbediente. Per tutto il primo anno non la sentimmo mai piangere neanche quando ritardava l’ora della pappa. Sembrava facile per noi il ruolo di papà e mamma perché ci ascoltava e apprendeva senza difficoltà.
Non aveva ancora due anni quando, aspettando la nascita del fratellino, la mandammo per un breve periodo in Sardegna dai nonni. Lei dirà poi di aver legato il suo primo ricordo di preghiera alla nonna materna, Filomena, che alla sera, prima di dormire, bisbigliava le preghiere. Ed era ghiotta di mele! Mi sembra di rivederla mentre leggeva con una mela in mano da addentare fino a lasciare il torsolo pulito! …E leggeva… leggeva… e mangiava mele!»
Un Oratorio
Vicino alla casa c’era l’oratorio San Giovanni Bosco con annessa la Chiesa di Maria Ausiliatrice. Claudia diventa figlia di Don Bosco fin dai suoi primi anni di vita, per opera della sua famiglia e poi per sua originale e personale scelta.
Annota nei suoi diari un sogno, che bene illustra il suo “cuore oratoriano” come attenzione e ricerca di relazione con i ragazzi, con i piccoli. In questo luogo da lei molto amato trova amicizie, sostegno alla sua fede in tutte le esperienze in cui è passata la sua giovane vita.
“Voglio diventare una lampadina: sii Tu, o Dio, la corrente elettrica che mi fa splendere per dar luce agli altri. E ricordami sempre che le lampadine non si montano la testa!”.
Amava il suo oratorio! La entusiasmavano tutte le attività: dall’animazione al catechismo, dal canto alla musica. Il catechismo lo faceva con passione, le piaceva parlare e far conoscere ai bambini Gesù.
Grazie ad un animatore, in oratorio, imparò a suonare la chitarra.
“Stando in oratorio, era inevitabile sentir parlare di don Bosco. Io mi sono innamorata di don Bosco è lì che sono diventata salesiana ed ho fatto la promessa, nonostante tutti i difetti dei Salesiani… e sono tanti! Più ci sto dentro e più ne vedo. Ma più ci sto dentro e più ci sto bene!”.
Un passo fondamentale è la promessa di Cooperatrice. Scopre il mondo laico nella Chiesa e nel Mondo.
Per Claudia l’amicizia è il campo in cui esprimere l’amore con cui si sente amata da Dio.
“Una delle cose che mi dà più gioia, sempre di più, sono gli amici. Amicizie che vanno coltivate, costano tempo e fatica, ma riempiono davvero”.
Una meta
Un giorno tornò a casa dicendo: «Farò il medico, mi iscrivo alla facoltà di Medicin». «Indescrivibile fu la nostra gioia perché, come tutti i genitori, sognavamo in grande per i nostri figli e sapere che sarebbe diventata medico ci ripagava già in anticipo di tanti sacrifici affrontati e da affrontare, ma eravamo felici!» dice la mamma.
Proprio in questo periodo, sboccia in lei l’ipotesi della sua chiamata alla vita religiosa: “Giù di morale, peggio di così… ciliegina sulla torta: le Figlie di Maria Ausiliatrice (fma) se ne vanno. Crolla tutto. Crolla un mondo. E se ne va un pezzo dell’oratorio che amavo, che amo. Grazie per il mio oratorio e per la gente che c’è. Perché con loro mi sento comunità. Dona al Centro Estivo, alla Parrocchia, alla Chiesa, e all’oratorio guide che ti amino. Il resto glielo donerai Tu. Fa’ che ti amino”.
“Questo 1993 sarà un anno speciale, difficile, unico. Deciderò cosa fare della mia vita. Un mio grande desiderio sarebbe fare il medico, ma chissà…”.
Un partner speciale
Già a 17 anni, trova uno spazio in cui fare chiarezza sincera, talvolta severa, di fronte a sé e a Dio. “Ti adoro, mio Dio, Ti amo con tutto il cuore… Ti amo con tutto il cuore? Forse un po’ di più. Una volta mi spaventavo, quasi, perché non sentivo in me quest’amore. Adesso c’è, anche se è piccolo, piccolo. E non sono stata certo io a mettercelo! Ti ringrazio tanto perché è la cosa più bella che ho. Spero di sentirlo crescere fino a espandersi verso gli altri e a raggiungere la sua pienezza quando finalmente potrò vederti ’dal vivo’, sentire l’Amore, proprio quello con la A maiuscola, che si irradia da Te in calde ondate e ci fa felici e pazzi di gioia e pronti a tutto per Te. A volte non ne vedo l’ora. A volte vorrei fosse possibile già qui: sarebbe tutto più facile. Ma probabilmente non ho abbastanza fede!”.
Il suo rapporto con il Signore rimane sempre cosciente nella realtà dei suoi comportamenti: “Voglio diventare una lampadina: sii Tu, o Dio, la corrente elettrica che mi fa splendere per dar luce agli altri. E ricordami sempre che le lampadine non si montano la testa!”.
Un amore vero si basa sul «Io mi fido di te». Claudia si fiderà di Dio sempre, senza tentennare mai.
«Mamma, però, ha ragione: avrei adorato avere una famiglia di quelle che vanno in missione o prendono bambini in affidamento… Ma già da settembre mi sono sentita chiamata, piuttosto, alla vita consacrata. Non so perché. Non è una scelta emotiva, ma neanche razionale, è una scelta di libertà».
«Le Volontarie mi ispirano un sacco. Sono veramente, secondo me, l’arma vincente della Famiglia Salesiana insieme ai Cooperatori. Essere Volontaria di Don Bosco mi avrebbe consentito, o mi consentirebbe di fare il medico: chissà che in effetti non sia questa la mia strada, di dare una testimonianza splendida. E anche di fare il lavoro che più mi piaceva, in ambito ospedaliero. Credo che la vocazione a Volontaria di Don Bosco sia una delle più difficili oggi».
Scrive quella che potrebbe essere la motivazione decisiva per la scelta vdb: «Per anni ho creduto che per donare qualcosa a Dio si dovesse rinunciare, lasciare tutto, ma forse è anche: portare Dio in tutto e tutto a Dio!».
Nel 2002 vince la borsa di studio per l’ammissione alla scuola di specialità in Anestesia e Rianimazione; questo campo di lavoro la porta spesso a riflettere sul senso della vita e della morte, sul suo essere al fianco di persone che si trovano sulla porta dell’eternità.
La croce
Dopo poco meno di due anni di lavoro all’ospedale di Rivoli, Claudia inizia un durissimo cammino in salita. Si sente male. “Oggi ho compiuto 33 anni. Gli anni di Gesù in croce. Beh, oggi il mio pezzettino di croce l’ho avuto anche io. Giusto un assaggio”. Segue poi la diagnosi feroce: linfoma di Hodgkin. È come una condanna a morte. Scrive: “Il linfoma è solo una parte della mia vita… e ho tutto il resto da vivere”.
«Oggi finalmente radioterapista e trapiantologo sono stati molto schietti. È la prima volta che viene detto, implicitamente, che potrei non guarire; nel qual caso la conclusione è una sola, cambia solo il tempo e il modo d’arrivarci… ma non è comunque così per tutti?
Ho sempre pensato, e lo penso ancora, che sono contenta della mia vita. Ha un senso, un valore, anche se finisse ora: ho già raggiunto obiettivi importanti, anche se ne avrei tanti altri.
Mi dà soprattutto serenità l’idea che tutto questo, comunque vada, sia la risposta alla mia preghiera. ‘Aiutami ad esserti fedele’, ‘Insegnami ad amarti’… e soprattutto ‘Dammi la possibilità di arrivare preparata all’incontro con Te’. Se guarirò avrai delle missioni da affidarmi. Se non guarirò ci incontreremo faccia a faccia prima del previsto… e per allora voglio amarti molto più di adesso!».
L’ultima speranza è un trapianto di midollo.
Scrive nel suo diario: «Finalmente è arrivato il momento tanto atteso. Il ricovero per il trapianto che può salvarmi la vita… oppure no. Sono pronta. Ho fatto tutto. Accetto tutto. Ma stasera vorrei pregarti perché mi aiuti, anche da qui, a vivere il Natale. Mi affido, ancora una volta. Sperando che, comunque vada, non faccia troppo male. Sapendo che, comunque vada, ne è valsa la pena».
Il trapianto fallisce. «Tu, Signore, sei qui ad amarmi così come sono. Per uscire mi serve la carrozzina. Mi risuona nelle orecchie la dottoressa che mi diceva il risultato della mia biopsia midollare: il midollo è vuoto… Ora il silenzio va bene, mi piace, è caldo, accogliente, tranquillo.
Credo che il mio corpo stia vivendo il ‘mio’ silenzio. Quel tempo sospeso, in attesa che arrivi il momento della Resurrezione. Sta arrivando, pian piano. Ma per ora il silenzio va bene, mi piace, è caldo, accogliente, tranquillo. Lasciare che le cose facciano il loro corso con i loro tempi, che non sono i miei. Preparandomi, pian piano, a iniziare anch’io una vita nuova».
Una bianca statuina
Claudia nella veglia pasquale del Sabato Santo, in parrocchia, suona la chitarra per tutta la funzione.
«D’altra parte era questa una grazia che avevo chiesto a Dio: poter morire pronta ad essere accolta tra le sue braccia. Dio mi ama e un giorno saprò il perché di quello che mi sta capitando».
Su uno scritto trovato alla sua morte: “Al mio funerale vorrei il vestito della ‘festa dei candelieri’, voglio essere bella per il mio Dio anche se so che mi trova bella comunque. Sono lì che canto con voi. Vorrei che tutti cantassero, deve cantare tutta la comunità: tirate fuori la voce e cantate la vostra gioia: io sarò con Dio, siamo sempre insieme! Se ascoltate bene sono lì che canto con voi e sorrido perché la mia comunità canta così bene, ‘un cuor solo, un’anima sola’!”.
«Non mi sento sola. ‘Non abbandonerai il tuo consacrato’ vale anche per me. E poi sono sicura di avere Maria al mio fianco.
E che nel mio cuore io possa sempre ripetere l’unica piccola preghiera che mi nasceva spontanea, in ospedale, nei momenti più pesanti: il mio cuore è pronto per te, mio Dio».
















