LA LINEA D'OMBRA
ALESSANDRA MASTRODONATO
Chi ha paura del VUOTO?
Di fronte al vuoto che spesso attanaglia il nostro cuore, spesso tendiamo semplicemente a cercare a tutti i costi di riempirlo: mettendo in fila un impegno dietro l’altro, accumulando esperienze, consumando relazioni, circondandoci di rumore.

Quanto può pesare il vuoto che ci portiamo dentro? Quanto può essere assordante il silenzio della solitudine, di una vita povera di senso, priva di speranza, spogliata della stessa fiducia nel futuro?
L’esperienza ci insegna che, spesso, l’assenza è “più acuta presenza”, parafrasando un celebre verso del poeta Attilio Bertolucci, e questo lo sanno bene i giovani adulti, che non di rado si trovano a convivere quotidianamente con un lutto assai difficile da elaborare: quello connesso alla delusione delle proprie aspirazioni adolescenziali e al venir meno della spensieratezza del proprio “io” infantile per far posto alle responsabilità e ai doveri della vita adulta. Una perdita che, in molti casi, lascia un senso di smarrimento che facciamo fatica a superare, rimanendo ostinatamente aggrappati al rimpianto per ciò che eravamo, senza che la memoria del passato diventi un giacimento di senso da cui trarre ricordi, valori, speranze da portare con sé nel presente e da proiettare nell’orizzonte del futuro.
Di fronte a questo vuoto che attanaglia il nostro cuore, spesso tendiamo semplicemente a cercare a tutti i costi di riempirlo: mettendo in fila un impegno dietro l’altro, accumulando esperienze, consumando relazioni, circondandoci di rumore. Tutto, pur di non ascoltare l’eco spaventosa di quel silenzio che ci rimbomba nell’anima! Un horror vacui che cerchiamo di esorcizzare mettendo a tacere quelle mancanze che ci bruciano dentro e provando a saziare la nostra fame di verità con la disperata ricerca di qualcuno o qualcosa che restituisca finalmente un senso alla nostra esistenza e al nostro affannoso vagare. Ma, quanto più ci sforziamo di colmare il nostro vuoto interiore, tanto più esso torna a farci compagnia…
Non si tratta, infatti, solamente di occupare un tempo o saturare uno spazio, fisici o mentali che siano. Il vero problema è trovare la forza di attraversare ogni giorno quel vuoto, di ascoltare davvero quel silenzio, di lasciarsi trasformare in profondità dal dolore di quell’assenza. Perché è solo esplorando fino in fondo il deserto del nostro cuore che possiamo pian piano imparare a non averne paura, a far pace con esso, accogliendo anche la sofferenza della perdita come un passaggio inevitabile nel cammino verso l’adultità.
Del resto, come ci ricorda questo tempo di Pasqua, non c’è Resurrezione senza prima passare dalla lacerazione della morte; non si può rinascere a nuova vita se non dopo aver sperimentato sulla propria pelle il buio della fine. E anche l’esperienza del vuoto che consegue a ogni nostra perdita o delusione, per quanto traumatica e dolorosa, può diventare un’occasione per fare spazio ad una nuova parte di noi, ad una dimensione inedita di autenticità che non ha bisogno di fronzoli o inutili riempitivi per farci sentire in pace.
In fondo, aveva ragione Pascal quando affermava che “nel cuore di ogni uomo c’è un vuoto che ha la forma di Dio”!
Posti vuoti,
posti vuoti…
Come un fiore di loto che galleggia nel fuoco,
fuori c’è il maremoto.
Ti scrivo da remoto:
dove siamo finiti, se non siamo appassiti?
E non passi da qui, ti troverò
in un giardino di una scuola
ad agosto, d’inverno, al mare, in un chiosco.
Fa buio presto, ma non esco, non esco,
e, se esco, mi perdo nei
posti vuoti, e ti vengo a cercare nei
posti vuoti, e ti provo a chiamare nei
posti vuoti, anche se la mia voce la spreco.
E non torni da me, come l’eco dei
posti vuoti, e ti vengo a cercare nei
posti vuoti, e ti provo a chiamare nei
posti vuoti, dentro siamo
posti vuoti…
Ed ho fame di te, ma alla fine mi freno;
sarà colpa del vuoto, se ho lo stomaco pieno.
Sto lontano dai gossip, poi però vedo i mostri,
se per caso mi ghosti, ti cercherò
dentro ad un cinema deserto
ad agosto, d’inverno, al mare, in un chiosco.
Fa buio presto, ma non esco, non esco,
e, se esco, mi perdo nei
posti vuoti, e ti vengo a cercare nei
posti vuoti, e ti provo a chiamare nei
posti vuoti, anche se la mia voce la spreco.
E non torni da me, come l’eco dei
posti vuoti, e ti vengo a cercare nei
posti vuoti, e ti provo a chiamare nei
posti vuoti, dentro siamo
posti vuoti…
L’ultima foglia sul ramo
non è quella più resistente;
le fa solo paura cadere
e sentirsi più sola del niente, dentro ai
posti vuoti, e ti vengo a cercare nei
posti vuoti, e ti provo a chiamare nei
posti vuoti, anche se la mia voce la spreco.
E non torni da me, come l’eco dei
posti vuoti, e ti vengo a cercare nei
posti vuoti, e ti provo a chiamare nei
posti vuoti, dentro siamo
posti vuoti…
in attesa di una verità!
(Coma_Cose, Posti vuoti, 2025)

















