LA STORIA SCONOSCIUTA DI DON BOSCO
FRANCESCO MOTTO
Che fatica diventare PRETE!
Recuperate alcune richieste del chierico Bosco al re Carlo Alberto.
Il ventenne Giovanni Bosco, una volta abbandonata l’idea di farsi francescano, decise di entrare in seminario a Chieri. Nella cittadina aveva già trascorso quattro anni di studio contribuendo alle spese di famiglia con varie prestazioni a quanti lo ospitavano o con lezioni a compagni di scuola. Ma ora, entrando in seminario, venivano meno queste possibilità. Dovette perciò trovare altre fonti di sostentamento.
Lo fece anzitutto con un serio impegno di studio e con inappuntabile disciplina, che ogni anno gli meritarono un contributo alle spese di 60 lire. Nel secondo anno raddoppiò la cifra come sacrestano della cappella del seminario; successivamente fu anche prefetto dei chierici. Ma con tutto ciò – lo scrive lui stesso nelle Memorie dell’Oratorio – non raggiungeva che la metà del necessario, per cui doveva intervenire l’amico e conterraneo don Giuseppe Cafasso.
Ma a metà degli studi seminaristici pensò di trovare un altro benefattore. Si rivolse direttamente al religiosissimo re di Sardegna Carlo Alberto.
Le prime due richieste
Sono due letterine di poche righe – abbiamo recuperato solo le minute – quelle che don Bosco scrive al re, ma rivestono un’indiscussa importanza in quanto indicatrici di un duplice interesse: per il destinatario e per lo stesso contenuto.
Il destinatario è anzitutto un personaggio di altissimo livello sociale: nientemeno che il re. Il “supplicante” chierico Bosco non è certo stato il solo chierico a scrivergli, lo si sa, ma resta il fatto che il ventitreenne Giovanni non ha timore alcuno a farlo. E lo farà tante altre volte in seguito, quando al nome di “re di Savoia” sostituirà quello di “re di Italia”, o di imperatore d’Austria e del Brasile, di principessa di Madagascar, di duchi e duchesse, per non dire di ministri, senatori e deputati. Un umile figlio della terra, contadino di nascita, che intrattiene simili corrispondenze dimostra il coraggio (la temerità?) del personaggio di presentarsi alle più alte cariche di uno Stato come una persona degna di essere ascoltata, accolta e possibilmente esaudita nelle sue attese.
Quando il chierico Bosco scrive tali lettere? Sempre quando ha bisogno di aiuto economico; solo che questo bisogno è durato per tutta la vita.
La minuta della prima lettera al re Carlo Alberto risale al gennaio 1838 ed in essa il chierico Bosco chiede al re un sussidio per pagare la pensione del seminario e procurarsi effetti personali.
“Sacra Real Maestà / Il chierico Bosco Gioanni allievo del Seminario di Chieri essendo privo di padre e quasi affatto di beni di fortuna, stretto dal bisogno tanto per pagare la pensione, e per provvedersi abiti quali sono mantello, veste etc., ricorre umilmente alla Maestà Vostra supplicandola d’un sussidio onde provvedersi nelle sue strettezze, e seguire la carriera in cui le sembra essere da Dio chiamato”.
La minuta della seconda lettera è del febbraio 1839 – pochi mesi dopo, il 2 aprile, sarebbe morto l’amico Luigi Comollo – è identica alla prima, con l’aggiunta di alcuni particolari: il nome del padre, l’anno di seminario che frequenta e soprattutto l’umile condizione economica dei parenti (madre e fratelli): “essi devono procacciarsi il vitto a servizio altrui”.
La terza supplica
La terza minuta di lettera, databile nel marzo 1841, è ancora più importante in quanto il chierico Bosco amplia le suddette sue esigenze economiche con le spese notarili per la costituzione del patrimonio ecclesiastico richiesto per essere ammessi al suddiaconato.
Secondo la legislazione in vigore infatti era indispensabile possedere un patrimonio, solitamente costituito da beni stabili, che producesse una rendita annuale non inferiore a 230 lire, né superiore a 384 lire. Il figlio di Margherita non disponeva di una simile rendita. Avrebbe potuto richiederla a qualche sacerdote benestante, come ad esempio al rettore del Convitto, il teologo Guala, ma ciò avrebbe costituito un precedente per altri, o anche una sorta di futura dipendenza morale del neosacerdote dal benefattore; cosa che sarebbe accaduta anche con un intervento finanziario di un laico, di un nobile.
Don Bosco pensò di fare da sé. Il fratello Giuseppe gli mise disinteressatamente a sua disposizione i propri beni, che uniti a quelli di Giovanni, arrivavano allora al valore di lire 2510, con la rendita annuale di 125 lire, poco più della metà del necessario. Ma con la generosa disponibilità di terreni e vigne del conterraneo Giovanni Febbraro il totale dei beni arrivò al valore di 6026 lire, con reddito annuo di lire 292,25 un valore medio fra quelli possibili. Così il 23 marzo 1840 poté essere costituito “il patrimonio ecclesiastico delli Signori Giovanni e Giuseppe fratelli Bosco e da Febbraro Giovanni”. Ma subito si pose però il pagamento delle spese notarili. Don Bosco, ancora una volta, chiese l’aiuto del re. “Sacra Real Maestà / Il chierico Bosco Gioanni… avendo trovato persona benefica che gli costituisce il patrimonio ecclesiastico, per essere sprovvisto di che concorrere alle spese che vi si ricercano: supplica umilmente V. S. R. M. a volersi degnare di concedergli un caritatevole sussidio, onde corrispondere alle spese di detta costituzione patrimoniale, come pure per pagarsi l’annua pensione, e procurarsi altre cose che ad un chierico sono indispensabili; e ciò tutto a fine di poter perseverare nello intrapreso stato eccl.co a cui giudica essere unicamente da Dio chiamato”.
Non sappiamo se la richiesta sia stata accolta dal sovrano, probabilmente sì; ma di certo re Carlo Alberto ne venne a conoscenza, dal momento che la Gran Cancelleria del Regno coinvolse l’Economo Generale del Regno per un parere che presumiamo appunto essere stato positivo.
Del resto, forse anche a seguito di tali benevolenze “regali”, pochi anni dopo (1851) don Bosco non ebbe avuto remora alcuna a fare un analogo appello alla generosità al nuovo re Vittorio Emanuele II. Gli chiese infatti “un caritatevole sussidio” in favore di quattro suoi chierici “privi affatto di beni di fortuna [che] incontrano gravi difficoltà a continuare ne’ loro studi trovando[si] nelle strettezze per provvedersi alloggio, vitto e vestito”.
Da sacerdote
Diventare prete non è stato facile per don Bosco né durante gli studi elementari e umanistici e neppure negli anni del seminario; ha costantemente dovuto lavorare, soffrire e anche umiliarsi per raggiungere il suo sogno. E queste sconosciute letterine, ora recuperate alla storia, ne sono un’ennesima ed illuminate dimostrazione.

















