I NOSTRI EROI

TERESIO BOSCO

Beata Laura Vicuña

II dono d’amore di una piccola coraggiosa ragazza

La sorella testimoniò: «Io ero piccola e non capivo… Ho poi saputo dalla mamma che all’estancia mia sorella passò momenti difficili per la sua virtù».

Alla base della vicenda gentile e dolorosa di Laurita, una ragazzina cilena esile e giovanissima, non c’è un racconto leggendario intessuto da più persone. Ci sono 653 grosse pagine di testimonianze giurate e di documenti studiati da specialisti: una ricerca durata 50 anni.

Tra i testimoni che hanno deposto giurando di dire «tutta la verità e soltanto la verità» ci sono la sorella, Giulia Amanda Vicuña, e don Augusto Crestanello, confessore di Laura per quattro anni.

Il papà Giuseppe Domenico era militare di carriera e di famiglia nobile a Santiago, capitale del Cile. Ma era guardato con sospetto dai fratelli perché aveva sposato «una sarta», Mercede Pino.

Nel 1897 (Laura aveva 8 anni, Giulia Amanda 3) il papà morì. La mamma si trovò di colpo vedova, con due bimbe da mantenere e priva di ogni mezzo di sussistenza. Riprese a fare la sarta, cercando lavoro di casa in casa, ma dopo due anni si ritrovò stanca e sfiduciata.

Temuco è ai piedi delle Ande e tante famiglie povere, giunte al limite di ogni risorsa, formavano una carovana e tentavano l’emigrazione al di là delle montagne, in Argentina. Ad una di queste carovane, nell’estate australe del 1899, si unì Mercede Pino, portando con sé le due piccole. Si fermò a Las Lajas, oltre la frontiera.

Ma la soluzione dei problemi, sovente, non è «al di là delle montagne». Dopo pochi mesi quella donna ancor giovane e distinta, che desiderava poter lavorare onestamente, si trovò nuovamente sola, senza appoggio, senza lavoro. Il testimone Lopez Urrutia afferma: «Manuél Mora, tornando dal carcere di Chos-Malàl dov’era stato rinchiuso, conobbe Mercede Pino e la portò all’estancia di Quilquilhuè». Manuél, in quella solitaria regione andina, possedeva due fattorie, estancias, dove allevava bovini con l’aiuto di lavoranti e di famiglie che dipendevano totalmente da lui. Era un tipico gaucho argentino, gagliardo e spavaldo, sempre a cavallo o ad attaccar briga. In quel momento doveva avere quarant’anni, e se stava uscendo da una prigione non era per nulla. Lo chiamavano gaucho malo, allevatore cattivo, perché aveva carattere superbo e passava da modi gentili a comportamenti brutali e crudeli. Si comportava come un rozzo signorotto feudale.

Cibo abbondante e umiliazione

Un missionario che lavorò a lungo da quelle parti, don Zaccaria Genghini, attestò: «La signora Pino, trovandosi sola e con due bambine da mantenere, accettò di convivere con Manuél Mora, come fanno in identiche circostanze molte donne in queste terre. Qui nessuno se ne meraviglia».

Nella vasta estancia Laurita e Giulia Amanda conobbero per la prima volta il cibo abbondante, i bei vestiti, e la signora Pino accettò l’umiliazione di essere la donna di un uomo che non la sposò e che a tratti diventava bestiale.

Venti chilometri lontano dalla fattoria c’era un paese, Junin de los Andes (300 abitanti, 780 metri sul livello del mare). Le suore Figlie di Maria Ausiliatrice vi avevano aperto da un anno una missione-scuola per le ragazzine dei dintorni. Alla porta della scuola, il 21 gennaio 1900, si presentò Mercede Pino per iscrivervi come interne le due figlie di 9 e 6 anni. Prima di arrivare alla missione, aveva sostato alla locanda del paese. Carmen Ruiz, allora una ragazzina, attestò: «Ricordo che un pomeriggio di gennaio (1900) arrivò a Junin donna Mercede Pino con le figlie Laura e Amanda. Venivano a cavallo e furono accolte da mia madre. Donna Mercede dichiarò che veniva in paese per la prima volta, e si rivolgeva a noi su indicazione di Manuél Mora. Venivano infatti dalla sua estancia». Nel registro delle iscrizioni alla scuola è scritto alla data 21 gennaio 1900: «Giulia Amanda di sei anni e Laura del Carmine Vicuña di nove anni, cilene. Pagano 15 pesos mensili ciascuna». Quella cifra sembra una cosa da poco, e invece (come sovente capita con i poveri che non hanno niente) fu il mezzo con cui Manuél Mora umiliò e torturò una madre e due figlie, lui che 15 pesos li buttava su qualunque tavolo di scommesse sui cavalli.

Don Crestanello, il confessore di Laura, attestò di quei primi mesi: «Ben presto le suore si resero conto delle virtù di Laurita. Il carattere tranquillo, i modi semplici e modesti, l’affabilità e la dolcezza del tratto, rivelarono la sua indole calma e innocente, per cui fu subito amata e apprezzata».

Amica del cuore di Laura divenne Mercedes Vera, chiamata affettuosamente Mercedita, figlia di una buona e ricca famiglia di Junin. Sua sorella Maria, il 25 maggio di quell’anno, indossò l’abito delle aspiranti FMA, e poi divenne suora. Anche Mercedita aveva quel desiderio, e si confidava sovente con Laurita, che a sua volta si confidava con lei.

«Laurita ebbe uno svenimento»

Ogni mese Mercede Pino veniva a trovare le figlie e a pagare la retta. Copriva di carezze e di coccole la piccola Amanda, com’è naturale. Laura la sentiva un po’ lontana, e ci pativa. Le faceva domande sulla vita alla estancia, ma le risposte erano sempre vaghe e generiche. Con l’intelligenza vivace dei suoi nove anni, aspettava che la mamma le desse la notizia del suo prossimo matrimonio con Manuél Mora. Ma la notizia non arrivò mai. Suor Rosa scrisse: «La prima volta che a scuola di catechismo spiegai il Sacramento del Matrimonio, dissi che erano in colpa grave coloro che vivevano insieme senza essere uniti dal sacramento della Chiesa. A quelle parole, Laurita ebbe uno svenimento. A quel tempo – continua quasi a giustificarsi suor Rosa – poche famiglie in quella zona erano costituite cristianamente, e occorreva istruire le fanciulle sui doveri fondamentali della vita cristiana».

Il 1° gennaio 1901 ci fu la festa della premiazione, e subito dopo cominciarono le vacanze. I mandriani e le loro famiglie accolsero con allegria le due ragazzine. Laura e Amanda poterono giocare e rotolarsi sull’erba con altri bambini. Una sola cosa turbò profondamente Laura. Quando la mamma la vide per la prima volta pregare insieme alla sorella, disse un po’ impacciata: «Potete pregare quando volete. Ma non fatevi vedere dal signor Mora. Si arrabbierebbe». Così attestò sotto giuramento il missionario don Luigi Pedemonte, che ebbe le confidenze delle compagne di Laura. Attestò pure che la signora Mercede cercava pretesti per non pregare insieme alle figlie. E questo turbò ancora più profondamente Laura.

«Dammi una vita di amore, mortificazione, sacrificio»

Nel secondo anno di scuola, poiché aveva 10 anni, Laurita potè fare la sua prima Comunione. La ricevette il 2 giugno 1901. Sua madre era presente, ma non si accostò ai Sacramenti. Quando suor Rosa le chiese se in quel primo incontro con Gesù si era ricordata di pregare per lei, Laura le rispose: «Non ho dimenticato nessuno». Nei giorni di preparazione, aveva scritto tre «propositi», che si conservano nella sua calligrafia curva ed educata: «Primo: O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono l’anima, il cuore e tutto il mio essere. Secondo: Voglio morire piuttosto che offenderti con il peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto quello che mi potrebbe allontanare da te. Terzo: Propongo di fare quanto so e posso perché tu sia conosciuto e amato; e per riparare le offese che ricevi ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia. Mio Dio, dammi una vita di amore, mortificazione, sacrificio».

L’8 dicembre 1901, festa della Madonna Immacolata, mentre il secondo anno di scuola stava per terminare, Laurita fu accettata tra le Figlie di Maria, un gruppo che radunava le alunne migliori. La sorellina Amanda testimoniò: «II giorno in cui ricevette il nastro azzurro e la medaglia di Figlia di Maria fu tra i più felici per lei».

Il 2 gennaio le due sorelle tornarono alla estancia per le seconde vacanze scolastiche. Doveva essere un tempo felice, come le vacanze dell’anno precedente. Invece furono mesi difficili e dolorosi per Laura. Manuél Mora doveva essere un individuo schifoso, se si incapricciò di una bambina che non aveva ancora compiuto 11 anni.

Claudina Martinez, che ospitò e ricevette le confidenze di Mercede Pino dopo la morte di Laura, ha testimoniato: «In una circostanza, il Mora cacciò fuori di casa la signora Mercede, e pretese di restar solo con la ragazza. Questa però gli resistette e riuscì a liberarsi. La stessa madre raccontava il fatto con le lacrime agli occhi, assicurando di aver osservato dalla finestra la scena brutale». La stessa testimone narra di una festa per la marcatura degli animali e del ballo che seguì in una grande baracca. Laura non volle prendervi parte, e Manuél (probabilmente ubriaco) la cacciò fuori al freddo, e poi frustò la madre. Un’altra testimone, Giuseppina Ferré, affermò: «Mora faceva soffrire l’incredibile a Laura: le diceva insolenze e usava con lei maniere sgarbate».

Nei mesi che seguono, Laura diventa una ragazza seria, fin troppo seria per la sua età. La sorellina ricorda: «Faceva sacrifici. Mi invitava spesso a pregare per la mamma». E don Crestanello: «La situazione della madre le amareggiava la felicità di sentirsi nella casa della Madonna. Laura soffriva nel segreto del cuore… Poi un giorno decise di offrire la vita, e accettare volentieri la morte, in cambio della salvezza della mamma. Mi pregò anzi di benedire questo suo ardente desiderio. Io esitai a lungo».

Le vacanze scolastiche, all’inizio del 1903, Laura le passò con le suore della sua scuola. Lunghe passeggiate nell’aria frizzante, sotto il sole caldo, la fecero rifiorire dalle fatiche dell’anno di scuola. Mancava il cibo abbondante, ma la serenità era totale. La mamma viene a trovarla in settembre, mentre arriva la prima aria tiepida della primavera andina. Decide di portarla per alcune settimane all’estancia. Laura non vorrebbe, poi alle insistenze della madre dice: «Se Gesù vuole questo da me, sia fatta la sua volontà».

Ma nella fattoria non c’è nessuno che possa curare Laura, mentre a Junin c’è almeno un farmacista. La madre ve la riporta ai primi di novembre. Ha portato via dall’estancia anche Amanda, decisa a non tornarvi più. Affida Amanda alle suore; lei e Laura sono ospitate in una poverissima casetta da Felicinda Lagos.

Sulla strada, la picchiò a sangue

Nel gennaio del 1904 la salute di Laura peggiora ancora. La febbre non la lascia più né di giorno né di notte. A metà del mese arriva a cavallo Manuél Mora. Vuole riportare Mercede alla fattoria. Davanti al suo rifiuto, decide di passare la notte nella casa, con lei. Laura, rabbrividendo di febbre, si alza e dice: «Se lui si ferma, io me ne vado dalle suore». Esce sulla strada e s’incammina verso la scuola. Manuél la rincorre, la getta a terra e la picchia a sangue. Nella sua rabbia potrebbe ammazzarla, se non arrivasse Felicinda Lagos, attirata dalle grida.

Manuél risalì sul suo cavallo e se ne andò. Laura fu tra la vita e la morte per alcuni giorni. Nel pomeriggio del 22 gennaio le fu portato il Viatico. Ed essa ebbe la forza di dire alla madre il suo segreto: «Da tempo ho offerto la mia vita per te… Mi prometti?». Erano presenti Mercedita e don Genghini. La mamma la fissò con gli occhi dilatati, le strinse le mani e disse: «Te lo giuro».

Laura morì alle sei pomeridiane di quel 22 gennaio 1904. Il giorno dopo Mercede Pino si confessava da don Genghini e faceva la Comunione accanto alla bara di sua figlia.

Nel paese di Junin, dove Laura trascorse l’ultima parte della sua breve vita, nessuno possedeva una macchina fotografica. E così di lei non esiste nessuna fotografia. Guidato dalle parole della sorella, un pittore ha tracciato un viso fiorente: il volto «ufficiale» di Laura. Quello vero, che doveva portare in fondo agli occhi un velo di sofferenza per il male del mondo, lo conosce soltanto Dio.   

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