COME DON BOSCO

PINO PELLEGRINO

AUTOGRILL PER EDUCATORI Le parole sono pietre (preziose)

«O taccio o setaccio». Prima di rompere il silenzio, sarà bene setacciare le parole. Possono essere micidiali per la famiglia come pallottole o preziose come carezze d’amore.


Parole-pallottole

Purtroppo l’elenco delle parole-pallottole è lungo. Quello che normalmente sentono i bambini: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla t’ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, vai a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l’avevo detto che cadevi, peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, copriti, non stare al sole, stai al sole, non si parla con la bocca piena.

Poi, con l’età le cose peggiorano: ma che figlio abbiamo, questa me l’attacco al dito, bisognerebbe pestarti, sei antipatico a tutti, come fai ad essere così stupido? con il carattere che hai, nessuno ti sposerai mai, non sappiamo più cosa fare con te eccetera e via peggiorando.

Queste sono parole contundenti. Da buttare immediatamente nella pattumiera e non pronunciare mai! La scrittrice francese Simone de Beauvoir diceva “Ci sono parole che hanno la stessa capacità di uccidere delle camere a gas”.

E Raoul Follereau racconta: La storia di tutti i giorni. Dice la mamma al suo bambino: «Guarda, mio caro, guarda quel piccolo gobbo: com’è buffo!». Diceva il figlio: «Gobbo, vieni qui che ti tocco la gobba portafortuna!».

E il piccolo gobbo chinava il capo e poi scappava via. E così ogni giorno. Per tanti anni. Eppure il suo cuore non conosceva l’odio. Desiderava soltanto essere normale, come gli altri. Era invece gobbo.

«Gobbo, gobbo…» sentiva di giorno, sognava di notte. Allora volle dormire, per dimenticare. S’è avvelenato.

Parole-carezze

L’elenco potrebbe essere lungo. Ci limitiamo a qualche esempio: ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po’ di te, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non ne hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, sono orgoglioso di te, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, che cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire tutto quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quando non ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato, torna presto, tifo per te, bravo, sappi che ci sono sempre, è bello avere un figlio come te.

Parole carezze. Non perdiamo mai il loro profumo! Sono parole balsamiche, parole che abbracciano, parole che hanno un potenziale psichico enorme! Parole terapeutiche. Regaliamole ai nostri figli senza usare il misurino. Come dice la psicologa Simona Gioia: “La parola rimane l’unica oasi, l’unico controveleno contro un diluvio di immagini che minacciano di pietrificarci. La parola buona è una vitamina C indispensabile per i nostri figli e per il nostro domani”.

Un luogo magico: la cucina

Oggi la cucina non è grande come quella di ieri, ma i sentimenti non hanno bisogno di spazio; anzi, quanto più il luogo è piccolo, tanto più si ha l’impressione che i cuori si tocchino.

La cucina è la cameretta tiepida, buona, dolce. La cucina è il luogo ove la madre lavora e si muove, ciabatte o babbucce ai piedi, per non disturbare i figli che studiano, per non farsi notare.

Di tanto in tanto il silenzio della cucina è rotto da suoni che ci sono familiari: l’acqua che bolle, l’uovo che frigge, il caffè che gorgoglia, le fette di patate che, ad una ad una, cadono nel recipiente per pulirsi prima d’essere buttate in padella. La cucina è piena di profumi: quello del passato di verdura, del pane, dell’insalata, e, alla domenica, talora, anche quello del dolce. In cucina si sta bene: ci si sente protetti, sicuri, liberi. In cucina il luogo di abitazione che è la ‘casa’ diventa ‘famiglia’: gruppo di persone tra le quali circola amore vero.

Quante cose si dicono in cucina: sono confidenze, sfoghi, lamentele, preghiere…

In cucina c’è un mobile prezioso: il tavolo.

È collocato al centro, per accogliere tutti attorno a sé.

Il tavolo è fatto apposta per sedersi a mangiare, per guardarsi negli occhi, per parlare. Seduti attorno al tavolo, viene spontaneo dire qualcosa, chiacchierare, raccontare la giornata, scherzare, ridere.

Il tavolo serve per questo! Non per sgridare, non per fare interrogatori di terzo grado su come è andata la scuola, non per mugugnare…

Un momento magico: la sera

La sera è benigna, è discreta, è buona: è il momento più adatto per il dialogo, l’incontro, l’intimità. Di sera è più facile avere pensieri miti, pensieri di pace.

Don Bosco che di educazione si intendeva, ha capito che le ore della sera sono importanti; per questo ha voluto la ‘Buona notte’: quel discorsetto affettuoso che nelle case salesiane il direttore rivolge alla ‘famiglia’ per chiudere la giornata.

Prima di andare a letto, c’è nell’aria voglia di calore, di affetto, di bontà, di stringersi insieme. La notte incombe e fa paura; per questo si desidera qualcuno che ci tenga per mano.

Un papà (le mamme, in fondo, lo fanno già) che accompagna il suo bambino a letto, gli siede accanto, gli parla, gli racconta una fiaba; un papà che prega insieme, avrà con il piccolo d’oggi e con il ragazzo di domani un rapporto stupendo e soddisfacente.

Perché il calore della sera fa dimenticare il freddo della giornata, le impazienze, le sgridate…

Perché le cose dette da un papà e da una mamma prima di addormentarci, non si dimenticano mai, ma restano dentro per tutta la vita.       

 

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