BS Gennaio
2025

IN PRIMA LINEA

Giampietro Pettenon

AREQUIPA

Una storia vera e commovente, che tocca il cuore, come lo sono sempre le situazioni in cui si riesce a far del bene ai ragazzi più poveri ed abbandonati, i prediletti del nostro amato padre don Bosco.

Arequipa è la seconda città del Perù, dopo la capitale Lima, con un milione di abitanti che vivono in un altopiano sulle Ande a circa 2400 metri di quota. Il clima è molto bello e gradevole tutto l’anno: notti fresche e giornate piene di sole che scalda. A sud il panorama montano è caratterizzato dal cono del vulcano “El Misti” che sembra dormire, ma quando si sveglia e comincia a sbuffare, la gente si chiede se il vecchio sonnacchioso si stia solo stiracchiando o se abbia voglia di fare sul serio. Le colate laviche sono frequenti e soprattutto i terremoti da queste parti sono particolarmente distruttivi.

I salesiani sono arrivati in questa città coloniale a fine ’800, ed hanno avviato subito una scuola per i ragazzi di Arequipa e della regione.

Oggi l’opera di don Bosco, animata dalla comunità salesiana con 5 confratelli e da circa 150 laici (docenti, educatori, formatori, assistenti, animatori) comprende il “Collegio Don Bosco”: scuola superiore con 730 allievi molto apprezzata dalla gente per la preparazione in campo tecnico/tecnologico che offre ai giovani in vista del lavoro o dell’università; il “CetPro”: centro di formazione professionale con 140 allievi di diverse età che acquisiscono una qualifica professionale in percorsi biennali, programmati soprattutto nei corsi serali rivolti ai lavoratori che intendono aumentare la propria competenza nel mondo del lavoro; la “Casa Don Bosco”: casa-famiglia che accoglie 28 giovani a rischio perché provenienti da famiglie in difficoltà economica, sociale, relazionale; il gruppo “Mamma Margherita” che aggrega circa 500 donne che ogni sabato pomeriggio si trovano insieme per delle attività, assieme ai tanti ragazzi e giovani che proprio il sabato pomeriggio trasformano i cortili della scuola in un oratorio pieno di vita, di attività sportive, musicali e formative.

Casa Don Bosco

Mi soffermo prima a raccontare l’esperienza della Casa Don Bosco perché è una storia commovente, che tocca il cuore, come lo sono sempre le situazioni in cui si riesce a far del bene ai ragazzi più poveri ed abbandonati, i prediletti del nostro amato padre don Bosco. I minori accolti in casa sono 23, a cui si aggiungono 5 giovani che hanno raggiunto i 18 anni e che al termine della scuola superiore hanno intrapreso il percorso degli studi universitari: ingegneria gestionale, agronomia, economia, topografia… Ognuno di loro ha una storia familiare e personale fatta di privazioni, mancanza di affetto, violenze. Vengono dalla periferia della città e dalle zone montane (la sierra) limitrofe.

Padre Pedro, il direttore dell’opera salesiana, che per questi ragazzi è davvero un papà, li va a cercare nelle scuole frequentate dai più poveri. Chiede ai direttori scolastici di segnalare i ragazzi che hanno più difficoltà e, aiutato da una équipe di educatori, fa’ una selezione di quelli che potrebbero essere accolti in Casa Don Bosco. Quando arrivano hanno dodici anni, l’età in cui inizia la scuola secondaria in Perù. Sono deboli, hanno problemi di anemia a causa della carenza di nutrizione: una patata, una pannocchia di mais bollito a colazione, pranzo e cena… quando va bene; sono abituati alla violenza fisica di padri alcolisti che picchiano moglie e figli; non conoscono la tenerezza della mamma che con molti figli manda fuori casa i più grandicelli, che devono arrangiarsi. Un’educatrice ha raccontato che un ragazzino teneva sempre i capelli un po’ lunghi per coprire le orecchie, questo perché una era stata rosicchiata dai topi quando era nella culla, se di una culla si trattava!

Ho pranzato con loro ed ho visitato la loro casa: semplice, senza nessun lusso, tutto era pulito, i letti ben fatti, la sala studio in ordine, ma soprattutto ho respirato un clima di famiglia, sereno, cordiale, fatto di amicizia e di aiuto reciproco. Non è facile all’inizio, mi racconta padre Pedro, ci vuole costanza, vicinanza e pazienza per insegnare loro a non essere egoisti, perché spesso la povertà porta a pensare solo a se stessi. In questo percorso educativo sono di grandissimo aiuto proprio quei 5 giovani che, terminato il percorso di vita e di studio in casa Don Bosco e raggiunta la maggiore età, restano in casa-famiglia per frequentare l’università. Questi giovani sanno capire al volo i problemi dei loro compagni più piccoli perché li hanno vissuti prima di loro e, come fratelli maggiori, si affiancano nel cammino di crescita dei più piccoli, con tanta disponibilità al servizio anche nelle cose più semplici e concrete. In Casa Don Bosco c’è la cuoca ma non c’è altro personale di servizio; i ragazzi, guidati dai più grandi, fanno le pulizie, aiutano in cucina. Addirittura gestiscono la mensa scolastica del Collegio. Gli studenti che si fermano nella mensa scolastica, sono poco più di un centinaio: hanno i giovani e i ragazzi della Casa Don Bosco che servono, puliscono e lavano i piatti. Tutto per raggranellare qualche soldo che finanzi la loro esperienza di vita. Lo stato peruviano non aiuta in alcun modo questa attività, le famiglie di provenienza sono le ultime che possono contribuire al sostegno economico (ne avrebbero bisogno loro per prime). Vivono del frutto del loro servizio dentro l’opera salesiana e della solidarietà di tanti benefattori, come gli amici di Missioni Don Bosco, che sanno donare loro un futuro.

Una dura prova che li ha colpiti quest’anno è stata la morte improvvisa della signora Eliana, educatrice di Casa Don Bosco, che per loro era la mamma di tutti. Sempre serena e attenta a ciascuno, sapeva donare un sorriso e un abbraccio di conforto quando ce n’era bisogno. Un tumore al cervello se l’è portata via in pochissimo tempo. Per i ragazzi è stato come restare orfani una seconda volta! Padre Pedro, molto saggiamente, ha condiviso con tutta l’équipe formativa la decisione di non sostituire subito Eliana con una nuova educatrice, perché la mamma è unica e non si sostituisce come avviene in un cambio di turno lavorativo. Tutti i formatori si sono impegnati a dare più tempo in casa-famiglia, fino alla conclusione dell’anno scolastico, per sopperire alla mancanza di Eliana, così da dare tempo a questi ragazzi di metabolizzare ed elaborare il grave lutto che li ha colpiti.

Come Mamma Margherita

Sentendo raccontare questa storia ho ripensato a Mamma Margherita, la mamma di don Bosco, che all’Oratorio di Valdocco era diventata la nuova mamma di tutti i ragazzi poveri che suo figlio accoglieva in casa e al duro colpo che fu, per lo stesso suo figlio don Bosco, quando anziana andò in Paradiso lasciando un vuoto incolmabile a Valdocco.

La seconda bella esperienza che desidero condividere con voi è stata l’incontro del gruppo “Mamma Margherita” nel sabato pomeriggio.

Il gruppo raccoglie circa 500 donne, madri in gran parte, provenienti dal ceto popolare della città, che coordinate da un’équipe di 50 volontarie – bravissime – ogni sabato si trovano insieme nelle aule della scuola per fare dei laboratori di taglio e cucito, lavoro a maglia, all’uncinetto, cucina, bricolage… Un’esperienza, questa del gruppo Mamma Margherita, che, partita 31 anni fa dal Collegio salesiano, ora è replicata in altri tre centri della città con ulteriori 150 donne aggregate ai laboratori del sabato pomeriggio.

Stanno insieme, parlano, condividono la loro vita di famiglia con altre donne che vivono i medesimi problemi quotidiani. Il pomeriggio passato assieme, con i figli che spesso le accompagnano e stanno in oratorio a giocare, è un tempo di riposo dalle fatiche quotidiane, di relax anche mentale e psicologico. Mentre le mani costruiscono qualcosa di nuovo e bello, la mente si riposa, la tensione personale cala, si ricarica l’energia e si ritrova la forza per affrontare la vita quotidiana, che per loro spessissimo è fatta di tante privazioni – quando il salario per vivere è misero – e a volte di umiliazioni, quando i mariti sono violenti.

Aiutare 500 donne a vivere meglio la loro vita, significa aiutare 500 famiglie ad andare avanti, si semina con generosità il bene, perché dietro ad ogni donna ci sono una casa, un marito, dei figli da crescere…

L’opera salesiana è in grado di fare anche questo servizio alla città di Arequipa. È il carisma educativo di don Bosco che si esprime in modalità diverse e tutte orientate alla cura della persona e all’educazione dei giovani.

Anche per loro le necessità non mancano: una macchina da cucire in più per dare l’opportunità a tutte di cucire qualche indumento per la famiglia; gomitoli di lana per confezionare un maglione per il figlio o il nipotino… tante piccole cose che servono a sostenere i laboratori.

E loro stesse, che conoscono bene che cos’è la solidarietà non si tirano indietro quando si tratta di dare una mano, con i loro piccoli capolavori messi in vendita nei mercatini locali, contribuiscono al sostegno della Casa Don Bosco.

È il circuito del bene che produce altro e nuovo bene!

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