LE CASE DI DON BOSCO
Giampiero De Nardi
ANCONA
Don Bosco sul Conero
Da cento anni la gente di Ancona conosce direttamente o per riflesso l’entusiasmo educativo di don Bosco e dei suoi successori. La presenza salesiana ha preso volti svariati, adeguati alle necessità del momento: orfanotrofio, oratorio, scuola, parrocchia, cinema, impianti sportivi, libreria, alloggi per universitari… Cambiano proposte, attività, strutture, ma rimane la fedeltà al carisma originario.
Qual è la storia? Come sono arrivati i salesiani? Come si è sviluppata l’opera?
L’arrivo dei salesiani ad Ancona si deve all’impegno di monsignor Ragnini (uno dei protagonisti della storia ottocentesca anconetana). I salesiani non erano ancora arrivati e la situazione, anche a causa delle leggi dello Stato, stava diventando sempre più pesante. Pochi giorni ancora e il famoso Ospizio San Luigi avrebbe chiuso definitivamente i battenti, privando la città di un’opera secolare e la chiesa di un immobile indispensabile per la pastorale giovanile. Il cardinal Manara corse ai ripari, chiamando il giovane canonico Ragnini a sostenere la causa contro il Regio Demanio. Ragnini, dotato di grande spirito battagliero e di intelletto acuto, non diede tregua allo Stato. Una schermaglia durata cinque anni. Il risultato fu che si venne ad una transazione. Era il 18 novembre 1896. Due anni dopo l’Ospizio fu autorizzato, nella stessa persona di monsignor Ragnini, a reinvestire il prezzo della transazione nell’acquisto di un terreno di proprietà del signor Vivanti, sito in Viale Carlo Alberto, di mq. 13 656,17, pagato lire 27 135,69. Il rogito porta la data 15/18 settembre 1898. Ragnini aveva conosciuto direttamente don Bosco che era stato ad Ancona per due giorni. Il santo dei giovani fece quel che faceva ovunque: andò a trovare i giovani. Si fermò principalmente al palazzo Bonomi, che ospitava l’Istituto Buon Pastore, e in Seminario dove lui stava studiando. Ragnini rimase folgorato dall’incontro con il Santo, tanto che si prodigò per far venire i salesiani ad Ancona. Una volta comprato il terreno, volle che fossero i salesiani a prendersene cura.
La zona era ampiamente popolare. Numerosissimi erano tuttavia i giovani, che sceglievano un qualche avventuroso “arrangiarsi” a livello di furtarelli vari, mercatino più o meno nero… Per i più fortunati e volenterosi c’era la scuola, o il commercio, o soprattutto la manovalanza più varia e poco retribuita.
La prima pietra dell’Opera Salesiana fu posta in Ancona il 3 Agosto del 1899 quando la città iniziava ad estendersi verso la stazione ferroviaria. Allora in aperta campagna, ora si trova al centro di uno dei quartieri più multietnici della città. Il 14 ottobre del 1901 è la data fatidica dell’entrata ufficiale dei salesiani ad Ancona. I primi due rispondono ai nomi di don Luigi Perino Direttore e don Pio Paniga, appena ventiquattrenne, suo aiutante.
Ad Ancona le attività cominciarono con la realizzazione a tempo di record del tradizionalissimo teatrino, sostituito poi dalla spaziosa sala cinematografica che, come annotano le cronache, la munificenza del cardinal Vico permise di impiantare grazie al dono dell’apparecchio per la proiezione. Dopo il teatrino venne la sistemazione dei campi da gioco, anche con recinzioni “anti-disturbo”, e, in seguito, un grande salone-giochi, al primo piano che, in perfetta linea salesiana, serviva anche per le funzioni liturgiche e per la preghiera, in attesa della fine dei lavori della grande chiesa della Sacra Famiglia.
I settori dell’opera oggi
Oggi è una parrocchia missionaria in un quartiere in cui sono presenti oltre 100 nazioni di provenienza differente. Una parrocchia che vuole essere centro di integrazione spirituale per tali nazioni. Se prima essere cattolico significava essere italiano, ora essere cattolico assume il suo significato più proprio cioè universale. In un quartiere dove gli italiani diminuiscono, i battesimi aumentano grazie alla presenza cattolica straniera.
Un punto di riferimento per la gente del quartiere che trova nello sportello Caritas, un punto di ascolto che li accoglie e li fa sentire a casa e risponde alle loro esigenze impellenti.
Un oratorio che è una casa accogliente con un cortile aperto a tutti. Un vero laboratorio di integrazione. L’esempio è stata l’Estate Ragazzi con 150 presenze provenienti da 40 nazioni e con ben 40 animatori dai 14 ai 25 anni provenienti da 18 nazioni differenti e da contesti religiosi molto diversi (musulmani, ortodossi, evangelici, mormoni e, ovviamente, cattolici). Un oratorio che negli anni ha saputo costruire ed offrire una rete di servizi aperti al territorio: sport con la pgs, cultura con il cgs e il cinema, espressione artistica con la danza. Un doposcuola aperto al territorio in collaborazione con i servizi sociali e le scuole del territorio che vuole essere sostegno e supporto per chi, essendo straniero, nei circuiti scolastici trova evidenti difficoltà, diventando un fulcro vitale per il quartiere del Piano. L’opera è sempre stata inserita nella rete delle realtà civili ed ecclesiali della città. La sua presenza è considerata vitale.
Negli anni ha aperto un centro diurno per bambini ed adolescenti le cui famiglie non riescono a vivere pienamente la propria genitorialità, per cui hanno bisogno di un sostegno nell’educazione dei figli.
Un collegio universitario che accoglie tanti ragazzi di tutta Italia e non solo.
Siamo cappellani della comunità latino americana e della stazione ferroviaria.
Come sono i giovani che frequentano?
I giovani che frequentano la nostra opera sono segnati dalla povertà. Accanto alla povertà economica, soffrono di povertà sociali; aumento del “disagio psicologico-relazionale”, di problemi connessi alla “solitudine” e di forme depressive (che hanno portato anche a suicidi); accentuarsi delle problematiche familiari, in termini di conflittualità di coppia, violenza, difficoltà di accudimento di bambini piccoli o di famigliari colpiti dalla disabilità, conflittualità genitori-figli; rinuncia o rinvio di cure e assistenza sanitaria. A queste problematiche si associano difficoltà più specifiche dovute alle comunità straniere, che riscontriamo localmente: povertà culturali (i bambini non trovano supporto scolastico nelle famiglie, spesso sono loro a dover tradurre dall’italiano ai genitori); la nostalgia per i paesi di origine; povertà sociali per la difficoltà di accesso ai servizi e di adeguamento alle regole e modalità di convivenza; a queste si aggiungono altre forme di povertà più “storiche”, da quella morale a quella affettiva.
Il rapporto con la città
Da cento anni la gente di Ancona conosce direttamente o per riflesso l’entusiasmo educativo di don Bosco e dei suoi successori. La presenza salesiana ha preso volti svariati, adeguati alle necessità del momento: orfanotrofio, oratorio, scuola, parrocchia, cinema, impianti sportivi, libreria, alloggi per universitari… Cambiano proposte, attività, strutture, ma rimane la fedeltà al carisma originario. La gente di Ancona, del Piano San Lazzaro ha fatto subito tandem con i salesiani, collaborando e condividendo la vita di ogni giorno, le occasioni di festa, i giorni difficili delle guerre, delle alluvioni, dei terremoti… il tutto a porte e a cuori aperti.
Tanti salesiani hanno lasciato un segno ben visibile nella città di Ancona, così come Ancona ha offerto prestigiose figure di amici e collaboratori, una schiera numerosa di personalità per uno scambio continuo. Cento e cento sono state le iniziative, ma soprattutto cento e cento i volti contagiati dall’entusiasmo di don Bosco.
I punti di forza dell’opera
Una comunità educativa pastorale che ha fatto dei poveri la scelta preferenziale e che vuole rispondere in maniera concreta alle esigenze e bisogni del territorio.
Il dono più bello della nostra esperienza in questo quartiere, dove esistono 101 nazioni, una ricchezza unica, è la differenza che viviamo come sfida e come dono. La nostra realtà è un laboratorio interculturale e interreligioso. Ogni giorno cerchiamo di costruire un modello di integrazione nuovo basato sulla convivenza pacifica e la crescita integrale. In oratorio, non vieni identificato per la tua nazione di appartenenza ma per il fatto di essere persona, con un mondo da condividere, con ideali e con sogni spesso infranti da una società che tende facilmente ad etichettare e poco a comprendere.
Aver reso la nostra opera una casa accogliente, dove far crescere tanti giovani senza distinzioni, né pregiudizi; un posto che offre uno spazio in cui giocare, in cui essere se stessi, che non ti obbliga ad una fede, ma che te la fa scoprire come proposta attraverso il mettersi a servizio degli altri più piccoli scoprendo la gioia di essere portatore di speranza nel cuore di altri.
Le più belle soddisfazioni
Vedere giovani con un passato difficile e complicato che si mettono a servizio dei propri coetanei perché per la prima volta hanno fatto esperienza di essere amati: è sicuramente la più grande soddisfazione.
I problemi e le difficoltà
Il quartiere sente fortemente l’impatto di un’immigrazione concentrata in un territorio così circoscritto. Il quartiere popolare vive una profonda crisi di identità: gli anconetani progressivamente si allontanano, lo evitano, o semplicemente lo attraversano; mentre i nuovi residenti, privi di luoghi di integrazione, rimangono per lo più chiusi nei loro gruppi di appartenenza. La scuola (dopo il terremoto è rimasta solo quella elementare) e l’oratorio rimangono gli unici spazi condivisi di reciprocità, anche se questi presidi di socialità rischiano di essere sempre più disertati dagli italiani.
Le nazioni di provenienza sono estremamente variegate e le comunità nazionali e linguistiche più numerose appartengono a culture estremamente diverse tra loro, anche come appartenenza religiosa (bengalesi, rumeni, albanesi).
Al disagio derivato dall’immersione in una cultura altra rispetto a quella di origine che provoca crisi di identità nelle giovani generazioni e chiusura negli adulti, si sommano le povertà di ordine materiale (carenza di lavoro), educativo e morale. Anche solo passeggiando per il quartiere si notano ampie fasce di marginalità che talvolta sconfinano nella devianza e nella piccola criminalità. I modelli culturali di genere sono di tipo patriarcale e difficilmente riescono a mettersi a confronto con i modelli occidentali. La questione femminile è da affrontare con estrema urgenza. Un quartiere “complicato” che grida un’esigenza educativa che ci chiama a rispondere con lo stile e l’intraprendenza di don Bosco.
A questo si aggiunge le povertà di un quartiere che non offre luoghi di aggregazione. Va evidenziata la totale assenza di spazi aggregativi per bambini e giovani (parchi, giardini, piazze); questi sono costretti a giocare ed incontrarsi nei pochi spazi ritagliati tra una strada e l’altra (viali, aiuole, spazi adiacenti ai supermercati).
Il sogno per il futuro
Il nostro sogno attuale è quello di aprire una scuola professionale: il sogno di un Centro di formazione professionale per dare un futuro lavorativo a tanti giovani che non riescono nei percorsi formativi classici.
L’obiettivo è sempre lo stesso: fare onesti cittadini e buoni cristiani; dare un futuro a tanti ragazzi che diversamente potrebbero cadere in situazioni di degrado. Con il nostro piccolo impegno cerchiamo di trasformare la realtà, rafforzando la nostra presenza in tutti gli ambienti della nostra opera per renderla una vera presenza missionaria sia in cortile sia all’interno della nostra parrocchia.


















