LA LINEA D'OMBRA

ALESSANDRA MASTRODONATO

Alle “radici” dell’identità

L’esperienza decisiva della lontananza ci aiuta a guardare la terra e la comunità nella quale siamo nati e cresciuti da una prospettiva e da una distanza inedite che ci offrono la possibilità di lanciarci alla scoperta di nuovi scenari e orizzonti di senso.

Nella società globalizzata del Terzo millennio sono sempre più numerosi i giovani che, per esigenze di studio o di lavoro, per ragioni di natura sentimentale o, più semplicemente, perché spinti dal desiderio di confrontarsi con un nuovo orizzonte culturale ed esistenziale, si ritrovano a vivere sulla propria pelle l’esperienza della “lontananza”. Lontananza dalla propria terra di origine, dai propri “luoghi del cuore”, che spesso si sostanziano in profumi, sapori, colori e sensazioni fissati nell’anima in modo indelebile, come istantanee di una vita passata che sembra sospesa al di fuori del tempo. Ma anche lontananza dai propri affetti, dalla propria famiglia, da quella rete fittissima e inestricabile di relazioni che danno corpo e sostanza alla parola “appartenenza”.

Che si tratti di una scelta obbligata, resa necessaria dalla mancanza di opportunità e prospettive concrete di realizzazione, o che sia il frutto di una decisione convinta, sognata e progettata da tempo nella speranza di dare una svolta alla propria esistenza, di costruire da zero il proprio destino gettandosi alle spalle le ipoteche e i condizionamenti di un contesto ambientale che ci sta stretto, il distacco dalle proprie radici non è mai un passaggio indolore. Anche quando a guidarci è l’entusiasmo della novità, la trepidazione per una vita “nuova” che comincia, il desiderio di sperimentare forme inedite di protagonismo e di autonomia, come un neonato cui sia stato appena reciso il cordone ombelicale e che si accinga finalmente ad affrontare il mondo da solo, la gioia per la libertà conquistata è inesorabilmente accompagnata da un retrogusto amaro, quasi impercettibile e più o meno consapevolmente mimetizzato, che torna a riproporsi ogni qualvolta ci guardiamo indietro o lasciamo correre incontrollato il pensiero nelle lande selvagge ed assolate della memoria, sulle tracce disseminate qua e là di tempi e luoghi passati che non riusciamo mai del tutto a dimenticare.

Ed è allora che scopriamo nostro malgrado, con una consapevolezza inaspettatamente acuta e persistente, che nessuna pianta può vivere a lungo e continuare a fiorire e a germogliare se le si recidono di netto le radici. Che è dalle nostre origini che traiamo la linfa vitale intorno alla quale andare a costruire la nostra identità. Che, se anche viviamo lontano o ci ritroviamo a sperimentare forme più o meno volontarie di “nomadismo geografico”, ci sono luoghi e paesaggi che porteremo sempre con noi, impressi nella nostra mente e nel nostro cuore, come un sostrato impalpabile, ma vivo, che definisce i confini e le sfumature sottili del nostro modo di essere e di porci di fronte al mondo.

Al tempo stesso, però, l’esperienza decisiva della lontananza ci aiuta a guardare la terra e la comunità nella quale siamo nati e cresciuti da una prospettiva e da una distanza inedite che, mentre ci offrono la possibilità di lanciarci alla scoperta di nuovi scenari e orizzonti di senso, ci restituiscono la capacità di riconoscere quel che di bello e di autentico è radicato nelle nostre origini, per poterne “salvare” e preservare almeno lo “stretto necessario”: quei ricordi e quei valori fondanti della nostra identità che, quale tesoro prezioso e inestimabile, la nostra terra ci ha lasciato in dono e che, se custoditi con cura, possono diventare un antidoto efficace contro il rischio sempre incombente dello sradicamento e contro la crescente disaffezione verso la realtà che li circonda con cui tanti giovani adulti si trovano oggi a fare i conti.

Certo, in una società complessa come quella in cui viviamo, la scommessa dell’appartenenza si fa più ardua e impegnativa. Ma forse l’unico modo per vincere la partita è comprendere che il centro gravitazionale della nostra identità si colloca esattamente al crocevia tra i molteplici luoghi e territori che attraversiamo nel nostro tortuoso peregrinare, declinandosi in una pluralità di appartenenze che non si escludono a vicenda, bensì si sommano, si intrecciano e si contaminano tra loro, dando vita a configurazioni nuove e originali.

Soltanto in questo modo la riscoperta delle proprie radici e la fedeltà ad esse, anziché rappresentare un ostacolo sulla via dell’affermazione della propria singolarità, può essere interpretata dai giovani adulti come un diritto e una preziosa risorsa di senso e non meramente come un dovere oneroso.

 

Cade giù dal sole un raggio pieno di grazia,

un’apparenza di felicità.

Sono pietra lavica i tuoi occhi,

mi bruci, mi allontano

e sono sempre qua.

E poi ho dovuto scegliere

di rinunciare a tutto di te,

ma proverò a difendere

lo stretto necessario per me…

Nasce tra il cemento un fiore pieno di rabbia,

una parentesi di rarità.

Dolce come zagara la via del ritorno

di chi parte e resta sempre qua.

Perché ho dovuto perderti

per ritrovare il bello di te?

Ma proverò a difendere

lo stretto necessario che c’è…

Le facciate mai finite,

le Madonne chiuse in una teca,

le tende spiegate:

casa mia sembra una nave…

Lo stretto necessario!

Le vacanze al lido Jolly,

le campagne in fiamme,

i primi baci,

gli atti di dolore,

i panni stesi ad asciugare al sole…

Lo stretto necessario,

lo stretto necessario!

(Levante feat. Carmen Consoli, Lo stretto necessario, 2019)

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