IN PRIMA LINEA
Antonio Labanca di Missioni Don Bosco
AD HAITI
Solo con fede e coraggio
Un momento difficile della storia del Paese nello specchio della vita di un grande salesiano: don Attilio Stra.
“Ho incontrato un bravo sacerdote, sloveno. Adesso è nella lista di quelli che tra i salesiani faranno beato e forse santo”. A ricordare questo è don Attilio Stra; il confratello al quale si riferisce è don Andrej Majcen (1904-1999): di questi nel 2020 la Santa Sede ha dato il via libera alla causa di beatificazione e di canonizzazione.
Questo ricordo è il tassello-chiave che ci mancava per ricostruire le origini della vocazione missionaria di don Stra, deceduto ad Haiti il 29 dicembre dello scorso anno. Il settore francofono dell’isola caraibica di Hispaniola era diventato la sua patria. Qui concentrò l’impegno, in un Paese tanto affascinante quanto sottoposto (fin dalla scoperta di Colombo) ai soprusi e alla violenza. Questa esperienza ha plasmato l’identità del sacerdote salesiano, al punto da nascondere nell’ombra le sue esperienze precedenti.
Nato a Cherasco in Piemonte nel 1936, studiò a Chieri e a Torino nel seminario diocesano. Pronunciò la sua professione perpetua a 23 anni a Tram Hanh, in Vietnam, poi venne ordinato sacerdote a Torino nel 1963. Faceva parte delle generazioni di seminaristi che nel Secondo dopoguerra fiorirono in Italia per essere donate alle missioni. Già dal 1956 si trovava in Estremo Oriente, testimone di un cristianesimo che si era tuttavia presentato con il volto e con l’arroganza dei colonizzatori francesi. Don Stra fu testimone dell’evoluzione tremenda della guerra fra Nord e Sud del Vietnam, assistendo all’“apocalisse” che guidò esercito ed elicotteri Usa a bombardare con armi chimiche i villaggi per combattere contro l’esercito di Hanoi e i Viet Cong, e che si ritorse contro gli Americani i quali, lasciati i Sudvietnamiti a loro stessi, fuggirono da Saigon nel 1975.
Con l’Occidente e i suoi simboli dovettero allontanarsi anche coloro che i vincitori comunisti consideravano alleati degli invasori. Con il cuore straziato, don Stra dovette salutare la gente che aveva aiutato per vent’anni, e trasferirsi in una nuova missione. Prima di rientrare in Italia, per un periodo stette prigioniero in Cambogia e dovette poi transitare per la Russia. “Non voglio ricordare il Vietnam, voglio dimenticare il Vietnam” diceva ai confratelli poiché la memoria di quell’esperienza lo faceva soffrire anche a distanza di anni.
Era stato uno dei primi a porre in quel Paese le basi delle opere salesiane; ebbe il grande merito di costruire l’Istituto Don Rua, tuttora esistente, nella città di Dalat. “Era come un buon padre, amato da tutti” si è scritto della sua azione pastorale. La sua conoscenza di don Majcen fu infatti come un tuffo all’indietro nella storia per incontrare lo stesso don Bosco: così veniva infatti descritto il salesiano nato a Maribor, partito missionario per la Cina quando seppe del martirio dei confratelli Luigi Versiglia, vescovo, e Callisto Caravario, presbitero. Don Stra attinse bontà e dinamismo da un cuore e da una intelligenza che furono per il Vietnam davvero fondativi. La crescita vocazionale che ancora oggi segna la presenza salesiana in quel Paese è figlia di quella piantagione feconda che don Majcen fece da direttore del locale seminario. Dunque, il “tassello” della biografia di don Attilio Stra ci permette di riconoscere le motivazioni della sua generosa e indistruttibile fedeltà alla missione affidatagli per i giovani di Haiti: “fino all’ultimo respiro”, come hanno scritto i confratelli haitiani ai suoi funerali.
Agonia di una nazione
Lui era arrivato a Cap-Haïtien nel 1978, direttore della Maison Populaire d’Education Salésienne, carico di buona volontà. In tale sede nel tempo prenderanno corpo una scuola primaria e una professionale, un centro agricolo; sull’altra sponda sono cresciuti l’oratorio festivo e una grande aula per i ragazzi di strada; si accompagnano la scuola di informatica e il centro stampa, con percorsi di alfabetizzazione e di lingue per adulti. Insomma, un piano di interventi esemplare per la situazione di Haiti dove la crescita demografica è incessante.
Erano quelli gli anni della dittatura della “dinastia” Duvalier: il medico François, eletto presidente nel 1957, fu in qualche modo “ricondizionato” nella permanenza per la cura della sua salute a Guantanamo. Tornò nelle vesti di grande sciamano violento, utilizzando questa immagine per irretire le folle e costringerle a temerlo. Miscelando riti vudù (la sua figura si richiamava a Baron Samedì, divinità traghettatrice verso la morte) e tradizione cristiana perversa (si faceva chiamare Papa Doc), espelleva vescovi e sacerdoti cattolici che contestavano il suo dominio politico e culturale. Alla sua morte nel 1971, il potere fu trasmesso al figlio Jean-Claude Duvalier senza elezioni. La decadenza del Paese proseguì.
Quando nel 1983 Giovanni Paolo II visitò l’isola, anche don Stra registrò l’appello lanciato dal Papa: “C’è bisogno di cambiare le cose qui”. Raccolse a modo suo questa dichiarazione un ex confratello salesiano, Jean-Bertand Aristide, che – dopo un periodo di vita fra Stati Uniti e Sudafrica – nel 1985 si presentò al popolo haitiano come avversario del Duvalier in carica e riuscì a farsi eleggere presidente alla tornata del 1991. Dopo pochi mesi, fu però destituito dai militari: pare incredibile che nell’arco di pochi anni Haiti sia stata governata alternativamente da tre presidenti ad interim con due ritorni di Aristide, di breve durata, nel 1993 e nel 1994. Questo è sintomo ma anche causa della destabilizzazione ormai conclamata del Paese.
I ragazzi di strada
Nonostante la concatenazione di situazioni sfavorevoli, con anticipo su quanto poi sarebbe maturato anche in altre parti del mondo, i salesiani affrontavano con coraggio la condizione estrema dei ragazzi di strada. Un documento che definisce il piano di lavoro per l’anno 1988 del progetto “La kay nou” (la nostra casa) descrive con precisione l’impegno che si assumono nei loro confronti: “In questo dormitorio i ragazzi della strada potranno venire la sera per lavarsi, mangiare un pasto caldo e dormire la notte. Un’équipe li accoglierà e sarà presente fra di essi per ascoltarli, amarli”. Questa la “fase zero”, alla quale segue la previsione di don Stra che “i ragazzi chiederanno un’educazione di base, una formazione, un contatto con una famiglia, con la società, un’integrazione culturale, economica e sociale. Più tardi bisognerà aiutarli per la loro casa, la loro famiglia ed il loro Paese”. È un progetto educativo che ha ben presente l’obiettivo finale di “rendere autonomo un popolo”.
Oltre al consenso dei confratelli sacerdoti e coadiutori, don Stra fa leva sul pieno sostegno morale della famiglia.
I suoi viaggi erano occasione anche per incontrare le associazioni e gli enti con i quali collaborava in Italia, Germania, Belgio e Olanda. Relazionava i benefattori sull’avanzamento dei progetti, cercava di garantire continuità e sicurezza per il futuro dei suoi ragazzi.
Tra uragani e terremoti
Era difficile operare per il bene in un contesto di politica corrotta e violenta, in un Paese impoverito dalla condizione di sudditanza degli abitanti agli interessi di potenze straniere. A complicare la situazione, se ce ne fosse stato bisogno, accaddero sull’isola eventi naturali devastanti: l’uragano Jeanne nel 2004, il terremoto del 2010, l’uragano Mattew nel 2016, un altro terremoto nel 2021. Quello del 2010 era stato l’evento sismico più grave della storia che conosciamo per numero di vittime, dopo quello nella provincia di Shaanxi, in Cina, risalente al 1500. Qui furono contati 830mila morti, nell’isola caraibica cinque secoli dopo furono 220mila; ma le vittime per ferite, per problemi sanitari, per la perdita di un tetto, per la penuria di cibo superarono il numero di 3 milioni.
Tra le vittime, gli allievi della scuola salesiana Enam a Port au Prince, di cui in quegli anni era direttore, crollata insieme alla residenza dei missionari. Don Stra si trovava in quella casa e fu travolto dal crollo della palazzina di due piani, rimanendo sepolto fra le macerie ma protetto da una ringhiera che aveva respinto il materiale precipitato. Con la gamba bloccata dai calcinacci, poté approfittare delle successive scosse sismiche per liberarsi e trovare da sé il modo di uscire.
La ripresa dopo la catastrofe del terremoto non fu accompagnata da ripensamenti nella gestione del Paese da parte del mondo politico locale e internazionale, anzi consentì l’instaurazione di un potere in mano alle organizzazioni criminali. I segnali che don Stra inviava anche a Missioni Don Bosco, intervenuta assieme ad altre istituzioni salesiane per la ricostruzione delle case crollate, diventarono sempre più drammatici. Era una tristezza infinita, vedere i suoi ragazzi uscire per strada e diventare vittime di sparatorie fra le bande, constatare la dissoluzione dei legami nelle famiglie e l’aumento della prostituzione minorile, soffrire per la mancanza di beni alimentari per dare ai più piccoli ogni giorno un pasto adeguato… E in più la minaccia verso la stessa comunità salesiana, con i rapimenti lampo di alcuni confratelli per chiedere il riscatto in denaro. L’apocalisse lasciata in Vietnam si ripresentava, con forme diverse, intorno alle opere che accoglievano ragazzi sempre più spaventati e privi di appigli.
Don Stra aveva assunto il compito che gli consentivano la sua età (aveva ormai superato gli 80 anni; era rientrato per pochi mesi in Italia per curarsi nell’infermeria di Valdocco) e la circostanza di essere l’ultimo missionario Europeo rimasto ad Haiti: quello di farsi “voce” degli ultimi, che i governi e i media ormai ignoravano se non nei momenti di emozione per le crisi umanitarie. Per questo le interviste da lui date, le sue e-mail inviate fino a metà di dicembre 2024 sono documenti di una tragedia senza speranza: di Haiti ma anche dell’intero consesso umano.
“Cerco di entrare ogni giorno un poco dentro la Parola di Dio”: ora è Lui che potrà dargli ragione della sofferenza che i suoi occhi hanno visto dall’Est all’Ovest del pianeta.
Missioni Don Bosco destinerà una parte del 5×1000 che sarà raccolto quest’anno al progetto per i bambini poveri di Haiti che si realizza capillarmente in 8 comunità presenti nel Paese. Se vuoi contribuire con il tuo 5×1000, firma per assegnarlo al codice fiscale 97792970010.
















