BS Ottobre
2022

I NOSTRI EROI

ERINO LEONI

Abba Melaku

La santa e straordinaria avventura di monsignor Angelo Moreschi.

Angelo Moreschi nasce il 13 giugno 1952 a Nave (bs), presso la contrada della Sacca, terzogenito di una famiglia di sette figli che papà Luigi, Gino per tutti, e mamma Assunta crescono dediti al lavoro agricolo e fortemente radicati in una fede vissuta senza troppi fronzoli, ma robusta e gioiosa.

La solida religiosità di papà Gino e mamma Assunta porta presto in casa Moreschi a parlare di vocazione; e fin da bambino non mancarono al nostro Angelo i segni di un dono di Dio.

E così Angelo parte per Castel de’ Britti (bo) dove frequenterà la quinta elementare, mentre per le scuole medie si trasferirà nell’aspirantato di Chiari (bs), dove trascorrerà cinque anni tra i più belli della sua giovinezza.

E così l’8 settembre 1974 Angelo diventa salesiano e viene mandato per due anni nella casa di Verona Saval per il biennio di studi filosofici. A Verona egli matura la scelta missionaria. L’espressione-slogan “io sono dei poveri”, che lo stesso Angelo fa sua, si concretizza in una lettera all’ispettore salesiano in cui scrive: «Voglio donare la mia vita ai poveri. Mandami dove vuoi. Sono disponibile».

Dopo l’ordinazione una rapida immersione nella lingua inglese e, il 29 dicembre 1982, Angelo è pronto a Milano-Linate a volare verso Addis Abeba, prima tappa obbligatoria per lo studio della lingua locale, in attesa di un contatto diretto con la gente e la missione.

Dilla, il primo amore missionario

Giunti in Etiopia a fine dicembre 1982 il drappello missionario si ferma ad Addis Abeba presso la casa dei Padri Comboniani per familiarizzare con la lingua locale (l’amarico) e con gli usi e costumi della nuova realtà. È subito amore a prima vista e ciò è testimoniato dalle prime lettere scritte ad amici e parenti. Una breve puntatina a Dilla, nel febbraio 1983, non fa che accrescere il desiderio di entrare in azione, sogno che si realizzerà nel mese di maggio, quando i Padri Comboniani lasceranno giuridicamente la missione di Dilla alla cura dei confratelli Salesiani.

Avendo ereditato una parrocchia, una scuola elementare (6 classi) e un piccolo dispensario medico, i nuovi missionari si spendono senza risparmio di forze in un’esperienza poliedrica di interventi educativi e pastorali, secondo lo stile di don Bosco, sempre in risposta alle tante urgenze contingenti della realtà locale. In pochi anni i parrocchiani sono triplicati e una nuova Chiesa in blocchetti di cemento è costruita; la scuola elementare si allargherà presto e si penserà al livello di istruzione successivo, con la nascita di una scuola media-superiore; il dispensario medico diventerà, con l’arrivo dopo un anno delle suore salesiane, un Health Center a favore di tutta la città e dintorni.

Ma sono i frutti dell’inventiva e dell’impegno travolgente a colpire nel segno, attraverso proposte e risposte alle necessità della gente e in particolare della popolazione giovanile, che demograficamente ha un’incidenza percentuale straordinaria. Nascono così:

  • Una mensa quotidiana per oltre 500 mamme e bambini segnati dalla malnutrizione e dai suoi drammatici effetti;
  • Un oratorio-centro giovanile quotidiano che raduna un migliaio di ragazzi e giovani della città e dintorni, appartenenti alle diverse etnie della zona;
  • Una scuola professionale (ora tvet College) per meccanici, elettricisti, falegnami, auto-riparatori, costruttori di blocchetti in cemento. Questa scuola professionale è il vero fiore all’occhiello della Missione, per diversi anni rimarrà l’unica scuola professionale di tutto il sud Etiopia, realizzata con notevoli sacrifici che vedono spesso Abba Melaku andare e tornare da Addis Abeba – nella stessa giornata impresa sproporzionata su una strada lunga di fatto e interminabile perché dissestata – e tutto per una firma, un permesso, un container da sdoganare.

A Dilla in quegli anni la povertà è devastante, il tessuto sociale – a partire dalla famiglia – ha grandi carenze, le autorità governative non riescono a far fronte alle troppe necessità della popolazione, che già nei primi anni ’80 si stima di 30.000 anime, stipate in tuguri e baracche fatiscenti. Ogni visita ad una famiglia è un colpo al cuore per la miseria sfacciata da constatare.

“Angelo” in lingua locale si dice “Melaku”, così don Angelo diventa per tutti Abba Melaku.

La forza della passione però non travolge la delicatezza del cuore, piuttosto la affina; così lo sguardo di Angelo e dei missionari si posa su una domanda di paternità che sale dai piccoli ‘regalati’ alla missione da adulti non più in grado di prendersene cura o dalla polizia che li ha a propria volta ricevuti da chi si è mosso a compassione per un piccolo abbandonato e in pericolo. Nasce così la Casa Don Bosco, un orfanotrofio costruito su di un terreno adiacente alla Missione.

La necessità poi di offrire concrete opportunità di lavoro ai giovani che frequentano la Scuola Professionale porta all’apertura di due stazioni workshop, una prima ad Aposto (presto abbandonata) ed una seconda a Yirga Chaffe, a 30 km a sud di Dilla.

Ma è a Wallame, 6 km da Dilla, che il governo offre un grosso appezzamento di foresta ai Salesiani, i quali, sotto la guida di Abba Melaku, creano una seconda missione, quasi una filiazione della prima. Grazie alla sua esperienza nel settore agricolo, don Angelo, con il supporto dei migliori ragazzi del villaggio stesso, inizia una grande opera di disboscamento della foresta, perlopiù abitata da scimmie, cinghiali, facoceri, faraone e… serpenti. Nasce presto un bell’asilo per i più piccoli, una scuola elementare e poi media, un oratorio giornaliero con veri campi da gioco, una cappella per gli incontri spirituali settimanali della nuova comunità cristiana locale, ma soprattutto un grosso centro agricolo con campi immensi di granoturco e mais, un appezzamento per la produzione di verdure e alberi da frutto.

Gambella, il pastore nella nuova frontiera missionaria

In data 16 novembre 2000, la Santa Sede ufficializza l’erezione della nuova Prefettura Apostolica di Gambella affidandola alla cura pastorale della Società Salesiana; nella stessa data Abba Angelo è nominato Prefetto Apostolico e il 25 febbraio 2001 assume in loco la sua missione. La nuova Prefettura di Gambella comprenderà la provincia dell’Illubabor nelle regioni dell’Oromia occidentale e del bassopiano del Gambella fino al confine con il Sud Sudan.

Il fervore e lo slancio di Angelo sono straordinari e confermati da quanti lo vedono all’opera in un’attività sacrificata e febbrile nella quale il Prefetto Apostolico non sa proprio pensare a se stesso. Non c’è espressione di quella chiesa ai primi passi del suo cammino che non lo veda in prima linea.

Così, attorno a lui, grazie all’impulso della sua umanità aperta e cordiale, nasce una rete, nella quale si intrecciano volti, cuori, storie, impegno, carismi, passione.

Questo è lo stile pastorale che Angelo ha praticato e raffigurato nel suo stemma episcopale che egli stesso spiega così: «Le lettere greche alpha e omega stanno ad indicare la centralità della Parola di Dio: questo è il motivo per cui il missionario è qui tra loro, ovvero l’annuncio della Parola che salva. La stella con sette punte sta ad indicare Maria, che papa Paolo VI chiama Stella dell’evangelizzazione e che per i figli di don Bosco è chiamata Aiuto dei Cristiani. L’aratro richiama la nostra ricca terra di Gambella, la possibilità del pane quotidiano. Oltre ai grandi appezzamenti agricoli che, se coltivati, possono diventare mezzi di sostentamento finanziario del futuro Vicariato, in ogni missione si cerca di seminare qualche prodotto per la Chiesa locale e di avere un mulino che garantisca alle donne l’alimentazione basilare per la famiglia. Infine i fiumi, con il loro richiamo biblico a Gesù e alla sua Acqua di Vita che ci offre nel Battesimo. Ma spesso in questa terra di grandi fiumi si avverte la mancanza di accesso all’acqua potabile. Per questo ci siamo impegnati a realizzare in ogni villaggio uno o due pozzi con pompe a mano che diano facile acceso all’acqua per tutti».

Lo stemma pastorale non è rimasto un esercizio di araldica, è diventato realtà con la forza del carattere, la passione del cuore, il sudore della fronte: Vangelo annunciato, Sacramenti amministrati, terra coltivata, e poi il mulino e soprattutto tanta acqua perché, oltre a irrigare le anime, con l’acqua del Battesimo e della Penitenza Angelo ha scavato ben 57 pozzi!

Questo fiume di generosità merita la citazione di un fatto narrato dal fratello don Bruno: un sacerdote amico, sentendo Angelo manifestare il timore di non essere degno del Paradiso, non mancò di replicare: «Angelo, se un solo bicchiere d’acqua offerto a un piccolo disseta il Signore, i tuoi 57 pozzi non sono un mare di acqua regalata a Lui? Altroché, se te lo sei assicurato il Paradiso!».

Il grande lavoro pastorale profuso da Abba Angelo e dai suoi collaboratori viene riconosciuto dalla Santa Sede che, dopo neppure dieci anni dall’istituzione della Prefettura di Gambella, la eleva a Vicariato. Il nostro Angelo viene nominato primo Vicario Apostolico, e ordinato vescovo presso la Chiesa cattedrale di Gambella dedicata a san Giuseppe, il 31 gennaio 2010.

La dignità episcopale non trattiene però Angelo dal continuare ad essere il primo sempre e comunque: nella levata al mattino, nel lavoro di ogni genere, soprattutto di fatica, nell’attenzione alle urgenze dei piccoli e dei poveri, nella sollecitudine per l’annuncio.

La malattia, icona di una vita donata e consumata per gli altri

La realtà però era facilmente riscontrabile, ben al di là della battuta, da chi incontrava Angelo: la sua salute si stava consumando rapidamente per un ritmo febbrile di lavoro, sostenuto in un territorio sfidante dal punto di vista climatico, attraversato da tensioni sociali fonte di continue preoccupazioni, privo di presidi sanitari idonei per la cura della salute, precario quanto a servizi essenziali e rigorosamente privo di ogni comfort e opportunità di riposo e rigenerazione.

Così il cuore da sempre fragile arrancava, il metabolismo poteva contare su un rene solo, il diabete non mollava la presa, le febbri malariche andavano e venivano senza riguardo della dignità episcopale. Le visite in Italia non producevano né vero riposo né cura: erano un concentrato di compiti episcopali da assolvere in contatto con il Vaticano, di richieste di aiuti, di animazione missionaria e… di ascolto delle persone.

Da gennaio a giugno 2016 il calvario si fa particolarmente ripido: una seria infiammazione alla colonna vertebrale immobilizza Angelo causando gravi dolori; il ricorso alla morfina è indispensabile, ma gli effetti collaterali sono prostranti, Angelo combatte eroicamente, e non è osservazione postuma, di circostanza.

«È morto nella notte, meglio, all’alba del 25 marzo, festa dell’Annunciazione… il giorno in cui – un cristiano lo sa – ha INIZIO TUTTO, proprio TUTTO».

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