I FIORETTI DI DON BOSCO
B.F.
A don Bosco piacevano i marrons glacés
La celebre Baronessa di Millerose racconta don Bosco “visto da vicino”.
Ho conosciuto don Bosco, un fac-simile del teologo Cottolengo e dell’abate Saccarelli. Di lui si vanno raccontando fatti meravigliosi e inesplicabili senza intervento sovrumano: muti che parlano, storpi che si rizzano, ciechi che vedono e infermi che d’un tratto risanano, appena da lui raccomandati a Maria Ausiliatrice e benedetti nel suo santo nome.
Miracolo incontrastabile e permanente è quello che egli fa di dar ricovero e nutrimento a un migliaio di poveri orfani, tolti dalla strada, educandoli e ammaestrandoli in vari mestieri. Egli non ha il minimo reddito, non possiede, non può far conto su altro che non siano le eventualità e i soccorsi della carità, e i poveri si sfamano, sono decentemente vestiti e vengono provvisti di tutto quanto abbisogni alle arti loro.
Il quartiere in cui abita il buon prete, mancava d’un tempio, ed eccolo, lui senza mezzi, accingersi ad alzarne uno decorosissimo intitolato a Maria Ausiliatrice; eccolo mettere gli operai agli scavi con soli otto soldi nella borsa e la promessa d’una signora, gravemente inferma da tempo, di destinare mille franchi, perché si pagasse la prima settimana dei muratori, s’ella potesse scendere dal letto per poco nel volgere di quei sette giorni. E, all’ultimo, non solo guarì, ma si recò in persona a porgere al sant’uomo la propria offerta.
Ora la chiesa è sorta in due anni. Si spesero quattrocentomila franchi, venuti per tre quarti da mani incognite e lasciati alla porta di lui, senz’altri chiarimenti che la scritta: “Per grazia ricevuta”.
Lo trovai in una povera stanzetta, nuda di tutto: un piccolo letto, un grande scrittoio affollato di carte, con sopra un grande crocifisso d’avorio che vi campeggia e lo domina.
(Il crocifisso era un caro ricordo di don Cafasso e don Bosco lo regalò a un sacerdote che glielo aveva chiesto).
Don Bosco è di mezza età, magro, gentile di modi, semplice di abito, di contegno e di parole; narra modestamente, e come persona che vi sia affatto estranea, le grandi cose di cui era protagonista ringraziando solo Dio.
Uomo di penitenza e di austere privazioni non ha altra tavola, quando non digiuna, che quella dei suoi orfani, che è quanto dire il pasto
del più povero.
Il conte che lo ama molto e che vorrebbe vederlo un po’ più sostenuto e in buona salute, sapendolo in urgenza di una somma per soddisfare gli operai del tempio, gli disse che, se voleva pranzare in famiglia da lui, ogni volta che ci fosse andato avrebbe trovato un biglietto da cento lire sotto il tovagliolo, e tanti fino al valore di lire 1200, se fosse andato per dodici volte. Don Bosco non voleva accettare, ma gli operai aspettavano e dovette cedere. Andò ma ne uscì quasi digiuno.
Pregai don Bosco di venire un giorno tutt’intero da noi, un giorno all’aperto, alla vista del cielo, al calore del sole, alla fragranza dei fiori. Don Bosco fu con noi dalle quattro alle nove.
A tavola fu gaio, semplice, e ci lasciò fare, fino a ripetere certa panna montata, con intorno una pasta di marrons glacés, dicendo sorridente: «Se mi pigliano per la gola, sono capace di tutto ».